Punto G

L’innovazione in Italia è verde e in ottimo stato di salute.
E non si tratta solo della capacità di ideare prodotti e servizi. La vera rivoluzione sta nei nuovi modi di fare economia e sviluppo. Grazie a imprese che vengono definite coese, circolari e resilienti. Un fenomeno che ha già una dignità statistica significativa.

*di Antonella Tagliabue

Secondo l’ultimo rapporto “Coesione è competizione” (Fondazione Symbola e Unioncamere) infatti le imprese se sono coesive — se, cioè, intrattengono relazioni con le altre imprese, le comunità, le istituzioni, i consumatori, il terzo settore — registrano bilanci più in salute: dichiarano fatturati in aumento nel 47% dei casi, contro il 38% delle non coesive. Assumono di più ed esportano di più; hanno ordinativi esteri in aumento nel 50% dei casi, a fronte del 39% delle non coesive.
Le Regioni più coesive (con un’attenzione al lavoro e alla legalità, presenza del non profit, maggiore livello di relazionalità delle imprese) sono, in ordine, Trentino Alto Adige, Lombardia, Veneto, Toscana, Friuli Venezia Giulia. Sono quelle in cui generalmente il livello di raccolta differenziata è superiore alla media nazionale; in cui c’è integrazione socio-economica degli stranieri (misurata nel rapporto tra occupati stranieri e cittadini italiani); in cui il reddito disponibile è più alto e meglio distribuito (misurato con l’indice di Gini).
E non finisce qui. Sfidando tutti i pronostici, l’Italia è protagonista europea nell’economia circolare, nella green economy e nella riduzione delle emissioni climalteranti, con primati nel surplus manifatturiero (una delle sole cinque nazioni al mondo con un surplus sopra i 100 miliardi di dollari).

I numeri della green Italy
L’innovazione dei valori non si limita a qualche bel caso isolato.
Nel 2016 l’80% delle aziende italiane con oltre 80/100 dipendenti dichiara di impegnarsi in iniziative di responsabilità sociale di impresa; nel 2015 l’investimento globale in queste attività aveva già raggiunto la cifra record di 1 miliardo e 122 milioni di euro. Una tendenza che troverà nuova spinta dall’Europa con la direttiva che prevede l’obbligo, a partire del 2017, di redigere il bilancio sociale e ambientale per le imprese con più di 500 occupati.
Il green è un elemento chiave per il made in Italy: all’economia verde si devono 102,497 miliardi di valore aggiunto – pari al 10,3% dell’economia nazionale – e 2 milioni 942mila green job, ossia occupati che applicano competenze legate all’ambiente (dati 2015).
Le aziende della green Italy hanno un dinamismo sui mercati esteri nettamente superiore al resto del sistema produttivo italiano: esportano nel 18,9% dei casi, a fronte del 10,7% di quelle che non investono in sostenibilità. Nella manifattura il 43,4% contro il 25,5%. E sono più presenti nei mercati extra-europei. Ancora, le imprese green innovano più delle altre: il 21,9% ha sviluppato nuovi prodotti o servizi, contro il 9,9% delle non investitrici.
A parità di valore prodotto, le nostre aziende utilizzano meno materie prime ed energia e producono meno rifiuti ed emissioni. Eurostat certifica che le imprese italiane, con 337 kg di materia prima ogni milione di euro prodotto, non solo fanno molto meglio della media Ue (497 kg), ma si piazzano seconde tra le grandi economie comunitarie dopo le britanniche (293 kg), davanti a Francia (369), Spagna (373) e ben avanti alla Germania (461).
Analoga dinamica si registra anche per l’energia utilizzata. Siamo secondi tra i big player europei, dietro al solo Regno Unito.
Dalle 17 tonnellate di petrolio equivalente per milione di euro del 2008 siamo passati a 15: la Gran Bretagna ne brucia 12, la Francia 16, Spagna e Germania 18. L’Italia fa bene anche nella riduzione dei rifiuti. Con 39 tonnellate per ogni milione di euro prodotto (5 in meno del 2008) siamo i più efficienti in Europa, di nuovo molto meglio della Germania (65 t). Nella riduzione delle emissioni in atmosfera siamo secondi tra le cinque grandi economie comunitarie (113 tonnellate CO2, ultimi dati disponibili 2012), dietro solo alla Francia (91 t, in questo caso favorita dal nucleare) e, ancora una volta, davanti alla Germania.
E siamo leader nel riciclo industriale: a fronte di un avvio a recupero di oltre 163 milioni di tonnellate di rifiuti riciclabili su scala europea, nel nostro Paese sono state recuperate 25 milioni di tonnellate, il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi UE (in Germania sono 23). Riciclaggio nei cicli produttivi che ci ha permesso di risparmiare energia primaria per oltre 15 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio ed emissioni per circa 55 milioni di tonnellate di CO2. L’Italia è inoltre tra le principali economie europee, seconda solo alla Germania, in termini di percentuale di riciclo e di recupero di rifiuti di imballaggio, facendo meglio di Spagna, Francia e Regno Unito.
Cifre che fanno dell’Italia la seconda economia del Vecchio Continente per eco-efficienza, dopo il Lussemburgo, davanti a Regno Unito, Danimarca e Irlanda, con un numero indice pari a 152,7 (dove 100 è la media dell’Unione Europea a 27).
In fatto di innovazione e made in Italy la morale è sempre quella. Occorre fare un’Italia più resiliente e giusta, in grado di sfruttare il vantaggio competitivo dei tempi moderni: la relazionalità.

puntog innovazione imprese green

*Antonella Tagliabue
Amministratore delegato della società di consulenza strategica di Un-Guru, esperta di sviluppo sostenibile. Laureata in Scienze Politiche, con specializzazione in Storia e Istituzioni dell’America Latina. Si è occupata di comunicazione e marketing per multinazionali e gruppi italiani. Da anni si occupa di Green Economy e di responsabilità sociale e ambientale d’impresa, insegna in corsi e master. “Penso che la sostenibilità debba essere una scelta, prima che un dovere, ma che debba essere strategica e, quindi, responsabile. Quando parlo del Pianeta lo faccio con la P maiuscola e credo che il rispetto per la vita in senso biologico debba essere un istinto”. Leggo, viaggio e scrivo per passione. Camus diceva: “Sono contro tutti coloro che credono di avere assolutamente ragione. Per questo pratico il dubbio, coltivo i miei difetti, cerco di sbagliare sulla base di ragionevoli certezze e mantengo un ottimismo ostinato”.