di Emanuela Zaccone*

Zacconte-4Ha ancora senso distinguere tra reale e virtuale? Tra vita “vera” e digitale?
Al di là delle teorie di varia estrazione, si tratta di una dicotomia che comincia a perdere parte della sua carica e soprattutto, nella pratica, diventa poco sensata.
Se infatti pensiamo ai device e ai “luoghi” – come i Social Network – che rendono virtuale la nostra esperienza di interazione, allora ha senso distinguerla da tutte quelle occasioni in cui di fatto abbiamo l’opportunità di incontrare fisicamente gli altri e recarci di persona a eventi e incontri.

Se però teniamo in conto gli “effetti”, cioè la possibilità, di generare interazioni con contenuti e persone con lo scopo di avvicinarci ad essi, allora più che operare una distinzione dovremmo cominciare a pensare al virtuale e al digitale come abilitatori di relazioni, strumenti che permettono di ampliare la nostra esperienza quotidiana sul lavoro, in ambito entertainment e chiaramente dal punto di vista sociale.
Linden Labs – i creatori di Second Life – hanno di recente ammesso di stare lavorando ad un progetto (nome in codice Project Sansar, al momento con accesso riservato ai developers) che dovrebbe condurre al lancio del nuovo Second Life nel 2016.
NextVR ha appena chiuso un round di finanziamento da 30,5 milioni di dollari, il tutto dopo aver trasmesso – per la prima volta nella storia – un dibattito presidenziale e l’incontro di apertura della stagione 2015-’16 di NBA, con i Warriors schierati in campo contro i Pelicans, in realtà virtuale.
E mentre Microsoft lavora su Hololens a Google rilascia il supporto dei video in realtà virtuale su YouTube per Android tramite Cardboard, il CTO di Facebook Mike Schroepfer dichiara che con Oculus VR si punta al “teletrasporto” (virtuale, ovvio) entro il 2025.
Il virtuale non è più dunque qualcosa di eccezionale ma qualcosa di naturale. Un naturale prolungamento della propria esperienza quotidiana.
Un cambiamento pervasivo che può mutare non solo le relazioni ma anche le nostre modalità di lavoro. Il remoto diventa meno lontano, gli strumenti stessi di lavoro si fanno invisibili, le interfacce spariscono per lasciare spazio alla nostra “fisicità”, anche quando questa è solo simulata.
Si parla molto, ad esempio, di smart working ma se ne identifica sempre il limite nell’impossibilità di incontrare fisicamente i colleghi e partecipare insomma alla vita di ufficio, una distanza che non sarebbe sufficientemente colmata da piattaforme e strumenti di networking e comunicazione: e se invece questo senso di lontananza, questa presunta differenza fosse solo un falso problema?
Inconsapevolmente ci siamo già abituati a portare online la nostra quotidianità. O almeno parte di essa.
I Social Media più di altri canali hanno avuto il pregio di fungere da filtri tra ciò che viviamo e ciò che vogliamo fare vedere, permettendoci di definire quanto vogliamo lasciare trasparire.
La nostra presenza digitale infatti non deve necessariamente essere uno specchio di quanto accade ogni giorno: esattamene come accade nelle normali relazioni umane, possiamo scegliere di cosa parlare e con chi, con cosa interagire, quali contenuti consumare, come trascorrere il nostro tempo quando non lavoriamo. Siamo noi stessi, in altre parole a rendere più o meno reale la nostra presenza digitale.
Se dispositivi come Oculus rendono immersiva la nostra esperienza di interazione, è il modo in cui organizziamo i contenuti che ci riguardano – quantomeno quelli che dipendono direttamente da noi, come ciò che pubblichiamo sui Social Media – che consentono agli altri di “immergersi” nel nostro vissuto.
Non fa dunque specie allora che i recruiter controllino gli account non solo Linkedin ma anche Facebook e Twitter di un candidato prima di prendere una decisione. Noi, in carne ed ossa, siamo inscindibili dalla nostra presenza digitale. La coerenza allora tra reale e virtuale diventa la vera cartina di tornasole della nostra autenticità, e l’unico criterio di cui tenere conto nelle nostre interazioni digitali.
Pensiamo al digitale – e agli strumenti che ci permettono di viverlo – come ad una opportunità, non come un’alternativa: è il luogo in cui vedremo ridefinirsi il modo in cui lavoriamo, in cui continueremo a creare nuove opportunità di contatto (e a mantenere vive le relazioni stabilite), ad essere informati in tempo reale, a partecipare davvero, è il mezzo che con il cloud ci consente di avere sempre a disposizione i nostri dati. È ubiquità.
Il virtuale rende la nostra presenza digitale inclusiva, non esclusiva.

Non isola, connette.

Per saperne di più

*Emanuela Zaccone, Digital Entrepreneur, Co-founder e Social Media Strategist di TOK.tv. Ha oltre 7 anni di esperienza come consulente e docente in ambito Social Media Analysis e Strategy per grandi aziende, startup e università. Nel 2011 ha completato un Dottorato di Ricerca tra le università di Bologna e Nottingham con una tesi su Social Media Marketing e Social TV.