IoT: il nostro frigorifero può cambiare il mondo?

IoT: il nostro frigorifero può cambiare il mondo?

Quando penso all’Internet of Things (IoT) non posso evitare di chiedermi cosa direbbe il mio frigorifero se potesse parlare. L’IoT, si sa, rivoluzionerà la nostra vita. Per alcuni versi lo sta già facendo.

*di Antonella Tagliabue

Siamo oltre la fase dello stupore iniziale di un mondo interconnesso dove l’IoT ha innanzitutto a che fare con la riduzione dei tempi di tutte le cose: di progettazione e produzione, di offerta di beni e servizi personalizzati e di trasformazione dei dati in valore.
L’iperconnessione di un futuro IoT sembra essere innanzitutto ipervelocità.
Il mio frigorifero quindi mi potrebbe informare in tempo reale rispetto ad alcuni accadimenti – come le scadenze dei cibi – e agire di conseguenza, ordinando mozzarella fresca.
Ma come la mettiamo quando si tratta di contenuti che hanno a che fare con i valori e con la sostenibilità di stili di vita iperconnessi e iperveloci?

IoT Green

C’è chi parla dell’Internet of Green Things quando si massimizza il potenziale delle tecnologie verdi e, grazie alla possibilità di raccolta e analisi dei dati, può cambiare la quotidianità di persone e organizzazioni, perché la sostenibilità passa da conoscenza e consapevolezza. Molto, in questo senso, è già stato fatto in tema di rifiuti, di orti urbani e di consumi consapevoli.

D’altro canto non possiamo scordarci del monito di Yvon Chouinard, fondatore di Patagonia, quando ci invita a riflettere sul fatto che tutti gli sforzi fatti – da tutte le principali aziende – avrebbero già dovuto produrre dei risultati mentre – testuali parole – “the world is still going to hell”.
Sì, perché il nostro frigorifero intelligente sarà sicuramente efficiente dal punto di vista energetico, ma c’è il problema che potremmo volerne due e comunque, per parlare con gli altri dispositivi e sfruttare tutti i benefici della connessione, ci porterà a un consumo superiore di risorse.
Il punto quindi sta nel valore e nell’impatto che un futuro di oggetti connessi può garantirci.

L’IoT può aiutarci a superare quello che viene identificato come il green gap, ovvero la differenza tra ciò che vorremmo idealmente e i comportamenti reali? Oggi identifica già un mondo “smart” riferito alle città, all’energia, alle reti, alla mobilità, i trasporti, le costruzioni, la logistica, la salute, la distribuzione.

IoT per i Paesi in via di sviluppo

Con l’introduzione dell’Internet of Everything si sposta, non solo dal punto di vista semantico, il focus dalle tecnologie e dai dispositivi verso i risultati. Molti inseriscono in questo ambito quanto l’IoT può fare per i paesi in via di sviluppo: sanità e istruzione a distanza, gestione intelligente delle risorse, agricoltura e logistica sostenibile.
Alcuni lavorano sull’Internet of Me, dove l’interconnessione intelligente è adattiva e si riferisce agli stili di vita.
C’è poi il tema dell’Internet of Value, che vede alcune aziende impegnate nelle possibilità offerte da blockchain, come nuovo paradigma, evoluzione del peer-to-peer sicuro relativo alle transazioni in bitcoin che non hanno bisogno di intermediari per pagare beni e servizi.
In questo, il punto interessante è lo sviluppo di un Internet del Valore basato sulla fiducia, elemento fondamentale di tutti gli Internet di qualsiasi cosa.

Per quanto riguarda la ricerca di un mondo migliore e più giusto, spunti interessanti arrivano da quello che viene identificato come Internet of People, soprattutto quando ci si riferisce alla connessione di persone e movimenti sociali, con l’obiettivo di favorire conoscenza collettiva e collaborazione.

Le perosne al centro dell’IoT

In questo caso sono gli esseri umani a essere interfacce relazionali, creatori di valore e significati, oltre che produttori e consumatori di dati.
Non si tratta della lotta tra umano e tecnologico. L’IoT ci ha già insegnato che esistono molte più “cose” che essere umani.
Che questi oggetti o dispositivi possono aiutarci, anche facendo quello che le persone non possono fare; come esplorare il sottosuolo o il nostro stomaco. Che le “cose” hanno molto da dire, grazie ai sensori, anche sulla nostra vita e possono essere programmate, a differenza di quello che accade con gli esseri umani.

IoT e sostenibilità

Il vero vantaggio dell’IoT per una vita più sostenibile sta nel fatto di unire tecnologie comunicative e analitiche allo stesso tempo. Gli ecosistemi, sia tecnologici che naturali, sono troppo complessi perché una singola tecnologia possa fornire sia analisi che azione. L’IoT consente il superamento di questo limite, in un modo che abbiamo appena iniziato a investigare.
Nel frattempo dobbiamo imparare che, in caso il nostro frigorifero ci parli, non vale l’adagio che chi tace acconsente. Per le “cose”, chi tace non dice niente. E, parafrasando un celebre detto, non dimentichiamo di pensare a che cosa possiamo fare noi affinché anche il nostro frigorifero possa cambiare il mondo.

AAA Cercasi eco-chef

Se la vostra passione è il cibo ma non avete il coraggio di dire ai vostri genitori che volete diventare food blogger, non disperate. I dati sulla green economy dimostrano che negli ultimi tre anni la professione di eco-chef è stabilmente nella classifica dei lavori più ricercati.
Esperti di cucina di natura e biologia, di uso sostenibile delle risorse. E, dove il regime alimentare diviene un fattore identitario – per motivi di salute, religione, stili di vita, scelte militanti – si apre uno spazio alla domanda di nuove professionalità. Quelli di Green Chef ne hanno fatto un business.
Il punto di partenza è cucinare sano e nel rispetto dell’ambiente. Si può scegliere tra vegetariano, vegano, carnivoro e omnivoro. Il vantaggio sta nel fatto che più si compra e più si risparmia. Loro vi consegnano gli ingredienti e la ricetta. L’ eco-chef ce lo dovete mettere voi.

I trend eco-friendly del 2017

Come fare per tingere di verde il 2017? Per gli analisti saranno tre le grandi tendenze che ci consentiranno di vivere un nuovo anno all’insegna del green. La prima è che meno è di più, grazie ai consumi intelligenti e alle tecnologie efficienti. A seguire un consumismo consapevole collegato alla volontà di fare delle scelte di consumo un vero e proprio voto di preferenza nei confronti di prodotti e servizi.
E, infine, la voglia di non prendersi troppo sul serio. L’umorismo di qualità nella promozione sembra essere una scelta vincente. Le persone collegano a una campagna basata sul buon humor qualità come l’onestà e sono disposte a premiare quei marchi che, in maniera credibile, scelgono di riderci su.

*Amministratore delegato della società di consulenza strategica di Un-Guru, esperta di sviluppo sostenibile. Laureata in Scienze Politiche, con specializzazione in Storia e Istituzioni dell’America Latina.
Si è occupata di comunicazione e marketing per multinazionali e gruppi italiani. Da anni si occupa di Green Economy e di responsabilità sociale e ambientale d’impresa, insegna in corsi e master.
“Penso che la sostenibilità debba essere una scelta, prima che un dovere, ma che
debba essere strategica e, quindi, responsabile. Quando parlo del Pianeta lo faccio con la P maiuscola e credo che il rispetto per la vita in senso biologico debba essere un istinto”.
Leggo, viaggio e scrivo per passione. Camus diceva: “Sono contro tutti coloro che credono di avere assolutamente ragione. Per questo pratico il dubbio, coltivo i miei difetti, cerco di sbagliare sulla base di ragionevoli certezze e mantengo un ottimismo ostinato”

IoT PuntoG frigorifero

Pokemon Go è un nuovo strumento di marketing?

Pokemon Go è un nuovo strumento di marketing?

Ho coinvolto Riccardo Esposito, autore di My Social Web e webwriter, blogger e copywriter, per capire come interpretare in chiave marketing la app Pokemon Go.

*di Matteo Ranzi

Mio figlio, 6 anni, è appena sparito di casa.
Lo cerchiamo per tutta la villetta della Sardegna, ma nulla.
Mia moglie nota la sparizione anche del suo iPhone.
Mentre corro urlando per le stradine adiacenti casa, alla ricerca dello scomparso, lei chiama il suo cellulare. Il piccolo Leo risponde: “Mamma cosa c’è? Sono a caccia di Pokemon in piscina col tuo telefono”. I miei strali alla app in quel momento si sprecano.
Quella sera il telegiornale parla del dilagare fulmineo del fenomeno Pokemon Go, che ormai porta decine di migliaia di bambini e adulti in gite fuori casa a caccia di mostri.
Il gioco di Niantic Labs è sulla bocca di tutti da alcuni mesi e ha ottenuto i favori di grandi e piccini. Non a caso è stato scaricato oltre 500 milioni di volte in tutto il mondo, sia su iOS che Android, e i giocatori hanno percorso giocando oltre 4,6 miliardi di chilometri.

In 30 giorni Pokemon Go ha conquistato il mondo. Com’è stato possibile?
Ci sono diversi fattori in ballo. Punto primo: il fenomeno Pokémon non nasce da zero e non è stato presentato la prima volta con l’app. C’è un pubblico che condivide da anni la passione per questi personaggi e oggi si aggiunge il mobile. Qui entra in gioco il secondo fattore: il desiderio di possedere, di collezionare qualcosa che prescinde dal valore economico ed è riconosciuto da una nicchia, da una tribù definita. L’appartenenza è il terzo punto che voglio evidenziare: siamo online, ma ci ritroviamo offline e ci riconosciamo per quello che vogliamo essere. Ovvero dei cacciatori di mostri. Molti giocano a Pokémon senza alcuna aspettativa, solo per passare il tempo. Ma quando il merchandising inizia a decollare (come sta avvenendo con Pokémon Go) capisci che ci sono delle convinzioni diverse dal semplice passare il tempo.

Del fenomeno Pokemon s’interessano vecchi e nuovi media, blogger e giornalisti, politica e Codacons. Persino Trivago stila una classifica di hotel Pokefriendly. Per noi che ci occupiamo di marketing e comunicazione, che opportunità si aprono?
Tante occasioni, perché Pokémon Go porta le persone fuori dalle proprie abitazioni. Gli utenti si spostano sul territorio, cercano luoghi inesplorati per catturare personaggi più o meno importanti per l’economia del gioco. Questo meccanismo diventa fondamentale per chi si occupa di local marketing, per chi deve gestire un bar o un ristorante. O magari un albergo, un museo, una negozio. I Pokémon sono ovunque e molti luoghi pubblici si trasformano in palestre o in Pokestop. Ovvero i luoghi di ristoro per i cacciatori di mostri. Ora hai due possibilità: sfruttare o ignorare questi flussi. Come preferisci muoverti? Io credo che le attività debbano studiare e tener conto di questa realtà nella propria strategia, senza fanatismi e scetticismi: il marketing è una cosa seria!

In un solo mese l’applicazione dei mostri tascabili ha superato i social più noti in numero di minuti giornalieri di utilizzo. Siamo di fronte a una nuova era, che soppianterà quella dei social?
Difficile fare una previsione. Molte piattaforme hanno provato a scalfire il potere dei social e con il passare del tempo siamo arrivati a una conclusione: Facebook mangia tutto e tutti. Oppure cerca di soppiantare il nuovo arrivato con funzioni simili che consentono di mantenere l’attenzione del pubblico. Confido nel potere di Mark Zuckerberg, riuscirà a trovare una soluzione per sconfiggere prima Snapchat e poi Pokemon Go. Anzi, le ultime notizie parlano di un Instagram Stories che somiglia molto a Snapchat…

Voglio organizzare un evento e ottenere un numero elevato di adesioni di millennials. Come posso sfruttare Pokémon Go?
Tutti possono sfruttare queste logiche, anche i piccoli esercizi locali. Anzi, in qualche caso il micro è avvantaggiato. La logica è semplice: il gestore compra le esche per i Pokemon, attira i mostri nei propri spazi e comunica attraverso i social l’evento: puoi pensare a una serata, a un aperitivo o a una cena. Quello che conta è l’aggregazione, il far sentire tutti parte di un movimento condiviso. Ovviamente Pokemon Go non fa miracoli: come sempre c’è una qualità di fondo che non può mancare.

Chi, come e quanto sta guadagnando da una app gratuita come Pokemon Go?
Gli intrecci dell’alta finanza sono oscuri, solo chi ci sta dentro può avere un’idea chiara. Guardiamo al micro, al quotidiano: non tutto è gratuito su Pokemon Go, ci sono dei benefici che devi pagare (come le esche). Il prezzo è irrisorio, ma pensate a quante persone adesso stanno comprando questo “mangime” per Pokemon.

Mia nonna si raccomandava: “Matteo stai attento a non prendere freddo: mettiti la maglia di lana”. Oggi mia madre dice a mio figlio: “Stai attento a dove vai, non usare Pokemon Go quando sei per strada”. Esistono veri pericoli nell’uso di questa applicazione?
I pericoli non riguardano Pokemon Go ma l’incapacità degli individui di ritagliare degli spazi da dedicare a queste logiche. La colpa è dell’applicazione, o dell’individuo che non trova più il bello nel mondo intorno a sé?

*Matteo Ranzi

Matteo Ranzi

Matteo Ranzi

Negli anni ‘80 scopre la sua passione per la pubblicità e sogna di avere da grande un’agenzia propria. Mette quel sogno nel cassetto. Negli anni ‘90 università, snow-board e vendita di auto per passione. Ad ottobre del 2000 arriva la laurea in Bocconi, specializzazione Marketing. Viene chiamato in Ingram Micro e in 3 anni diventa Business Manager. La sua passione lo porta alla guida del Marketing Communication e poi del Trade Marketing. Una sera di marzo del 2009 riapre il cassetto chiuso negli anni ‘80 e ritrova il suo sogno. Riascoltando il discorso di Steve Jobs, capisce che è arrivato il momento di dare sfogo al suo lato foolish e hungry. Fonda Mille Ottani, l’agenzia marketing di cui è titolare e da allora viene scelto ogni giorno da Multinazionali e PMI.

Coese, circolari e resilienti: l’identikit delle imprese innovative italiane

Coese, circolari e resilienti: l’identikit delle imprese innovative italiane

Punto G

L’innovazione in Italia è verde e in ottimo stato di salute.
E non si tratta solo della capacità di ideare prodotti e servizi. La vera rivoluzione sta nei nuovi modi di fare economia e sviluppo. Grazie a imprese che vengono definite coese, circolari e resilienti. Un fenomeno che ha già una dignità statistica significativa.

*di Antonella Tagliabue

Secondo l’ultimo rapporto “Coesione è competizione” (Fondazione Symbola e Unioncamere) infatti le imprese se sono coesive — se, cioè, intrattengono relazioni con le altre imprese, le comunità, le istituzioni, i consumatori, il terzo settore — registrano bilanci più in salute: dichiarano fatturati in aumento nel 47% dei casi, contro il 38% delle non coesive. Assumono di più ed esportano di più; hanno ordinativi esteri in aumento nel 50% dei casi, a fronte del 39% delle non coesive.
Le Regioni più coesive (con un’attenzione al lavoro e alla legalità, presenza del non profit, maggiore livello di relazionalità delle imprese) sono, in ordine, Trentino Alto Adige, Lombardia, Veneto, Toscana, Friuli Venezia Giulia. Sono quelle in cui generalmente il livello di raccolta differenziata è superiore alla media nazionale; in cui c’è integrazione socio-economica degli stranieri (misurata nel rapporto tra occupati stranieri e cittadini italiani); in cui il reddito disponibile è più alto e meglio distribuito (misurato con l’indice di Gini).
E non finisce qui. Sfidando tutti i pronostici, l’Italia è protagonista europea nell’economia circolare, nella green economy e nella riduzione delle emissioni climalteranti, con primati nel surplus manifatturiero (una delle sole cinque nazioni al mondo con un surplus sopra i 100 miliardi di dollari).

I numeri della green Italy
L’innovazione dei valori non si limita a qualche bel caso isolato.
Nel 2016 l’80% delle aziende italiane con oltre 80/100 dipendenti dichiara di impegnarsi in iniziative di responsabilità sociale di impresa; nel 2015 l’investimento globale in queste attività aveva già raggiunto la cifra record di 1 miliardo e 122 milioni di euro. Una tendenza che troverà nuova spinta dall’Europa con la direttiva che prevede l’obbligo, a partire del 2017, di redigere il bilancio sociale e ambientale per le imprese con più di 500 occupati.
Il green è un elemento chiave per il made in Italy: all’economia verde si devono 102,497 miliardi di valore aggiunto – pari al 10,3% dell’economia nazionale – e 2 milioni 942mila green job, ossia occupati che applicano competenze legate all’ambiente (dati 2015).
Le aziende della green Italy hanno un dinamismo sui mercati esteri nettamente superiore al resto del sistema produttivo italiano: esportano nel 18,9% dei casi, a fronte del 10,7% di quelle che non investono in sostenibilità. Nella manifattura il 43,4% contro il 25,5%. E sono più presenti nei mercati extra-europei. Ancora, le imprese green innovano più delle altre: il 21,9% ha sviluppato nuovi prodotti o servizi, contro il 9,9% delle non investitrici.
A parità di valore prodotto, le nostre aziende utilizzano meno materie prime ed energia e producono meno rifiuti ed emissioni. Eurostat certifica che le imprese italiane, con 337 kg di materia prima ogni milione di euro prodotto, non solo fanno molto meglio della media Ue (497 kg), ma si piazzano seconde tra le grandi economie comunitarie dopo le britanniche (293 kg), davanti a Francia (369), Spagna (373) e ben avanti alla Germania (461).
Analoga dinamica si registra anche per l’energia utilizzata. Siamo secondi tra i big player europei, dietro al solo Regno Unito.
Dalle 17 tonnellate di petrolio equivalente per milione di euro del 2008 siamo passati a 15: la Gran Bretagna ne brucia 12, la Francia 16, Spagna e Germania 18. L’Italia fa bene anche nella riduzione dei rifiuti. Con 39 tonnellate per ogni milione di euro prodotto (5 in meno del 2008) siamo i più efficienti in Europa, di nuovo molto meglio della Germania (65 t). Nella riduzione delle emissioni in atmosfera siamo secondi tra le cinque grandi economie comunitarie (113 tonnellate CO2, ultimi dati disponibili 2012), dietro solo alla Francia (91 t, in questo caso favorita dal nucleare) e, ancora una volta, davanti alla Germania.
E siamo leader nel riciclo industriale: a fronte di un avvio a recupero di oltre 163 milioni di tonnellate di rifiuti riciclabili su scala europea, nel nostro Paese sono state recuperate 25 milioni di tonnellate, il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi UE (in Germania sono 23). Riciclaggio nei cicli produttivi che ci ha permesso di risparmiare energia primaria per oltre 15 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio ed emissioni per circa 55 milioni di tonnellate di CO2. L’Italia è inoltre tra le principali economie europee, seconda solo alla Germania, in termini di percentuale di riciclo e di recupero di rifiuti di imballaggio, facendo meglio di Spagna, Francia e Regno Unito.
Cifre che fanno dell’Italia la seconda economia del Vecchio Continente per eco-efficienza, dopo il Lussemburgo, davanti a Regno Unito, Danimarca e Irlanda, con un numero indice pari a 152,7 (dove 100 è la media dell’Unione Europea a 27).
In fatto di innovazione e made in Italy la morale è sempre quella. Occorre fare un’Italia più resiliente e giusta, in grado di sfruttare il vantaggio competitivo dei tempi moderni: la relazionalità.

puntog innovazione imprese green

*Antonella Tagliabue
Amministratore delegato della società di consulenza strategica di Un-Guru, esperta di sviluppo sostenibile. Laureata in Scienze Politiche, con specializzazione in Storia e Istituzioni dell’America Latina. Si è occupata di comunicazione e marketing per multinazionali e gruppi italiani. Da anni si occupa di Green Economy e di responsabilità sociale e ambientale d’impresa, insegna in corsi e master. “Penso che la sostenibilità debba essere una scelta, prima che un dovere, ma che debba essere strategica e, quindi, responsabile. Quando parlo del Pianeta lo faccio con la P maiuscola e credo che il rispetto per la vita in senso biologico debba essere un istinto”. Leggo, viaggio e scrivo per passione. Camus diceva: “Sono contro tutti coloro che credono di avere assolutamente ragione. Per questo pratico il dubbio, coltivo i miei difetti, cerco di sbagliare sulla base di ragionevoli certezze e mantengo un ottimismo ostinato”.

Chi dice disruption dice verde

Chi dice disruption dice verde

La parola d’ordine per quanto riguarda le tecnologie, anche in chiave green, è disruption. In questo caso l’urgenza è dettata da scadenze precise, innanzitutto quelle stabilite durante la Conferenza di Parigi per contenere il riscaldamento globale entro i due gradi centigradi. E la chiave di volta di una disruption in grado di salvare il pianeta è l’energia.

*di Antonella Tagliabue

Bill Gates parla da tempo di un “Energy Miracle” sostenendo che “c’è bisogno di dosi incredibilmente massicce di innovazione in ricerca e sviluppo di energie pulite. Nuovi modi per stabilizzare i flussi intermittenti nella trasmissione da solare ed eolico, pannelli solari più efficienti, impianti migliori per la trasmissione e la gestione, impianti nucleari di nuova generazione, più sicuri”.
Ogni rivoluzione energetica collegata alla scoperta dell’utilizzo di una nuova fonte ha richiesto decenni per affermarsi e raggiungere livelli di massimo picco e nel caso del solare, dell’eolico o del gas naturale i tassi di crescita sono ben diversi dall’inarrestabile ascesa dei combustibili fossili.

Il principio di conservazione dell’energia (e della massa e del moto) stabilisce che questa non può essere né creata, né distrutta, ma solo trasformata e che la quantità totale in un sistema isolato non varia nel tempo. Il cambiamento climatico è, semplificando, energia intrappolata dai gas a effetto serra che si trasforma in calore che, per la gran parte, finisce negli oceani.
C’è di fatto uno spreco (anche se niente si disperde) perché quella intrappolata negli oceani è energia che attualmente non può essere spostata, sfruttata, resa produttiva. E nella forma attuale è nociva.
Per quanto possano essere verdi, le tecnologie disruptive non crescono sugli alberi. E forse mai come in questo campo i costi e i rischi di investimenti e sviluppo sono troppo alti per singole imprese. O anche per società riunite in consorzi.

Come sempre quando si tratta di ambiente, il rovescio della medaglia non è solo una questione di opinioni.
Attualmente le emissioni di CO2 non stanno diminuendo in modo sufficientemente veloce e anche il ricorso a sole e vento produce comunque emissioni nocive.
Spesso le risorse energetiche pulite sono sostenute da sovvenzioni, i cui costi economici totali sono enormi. Anche se l’aria che respiriamo, il cibo di cui ci nutriamo, l’acqua, la natura e il pianeta su cui viviamo non hanno prezzo.

Oltre alle considerazioni sull’economicità, ci sono quelle sul livello di maturità di nuove tecnologie. Come per i frutti sugli alberi, occorre del tempo perché le innovazioni siano reali alternative.
Il richiamo alle future generazioni non sembra essere uno stimolo sufficiente per una svolta realmente disruptive. Ed è forse paradossale che il fenomeno climatico più intenso, diffuso e dannoso si chiami El Niño (il bambino in spagnolo, per estensione riferito al Bambino Gesù dato che generalmente si presenta con più impatto attorno a Natale).
Inoltre, non abbiamo tempo a sufficienza per aspettare una nuova generazione di innovatori visionari e quelli attuali devono confrontarsi con sfide titaniche.
Il tempo del pensiero innovativo è adesso e siamo oltre la fase del buon esempio.

A chi aspetta cambiamenti epocali, rivoluzioni tecnologiche che da un giorno all’altro possano redimere i peccati del nostro modo di vivere inquinante, occorre ricordare che nell’era del digitale e della relatività cambia anche la percezione di quei fattori che sono davvero disruptive nella nostra storia quotidiana.
Ma ci sono anche buone notizie di una certa sostanza, capaci di abilitare disruption. La Banca Mondiale, il principale operatore di finanza pubblica verso i paesi in via di sviluppo, investirà il 28% delle risorse in rinnovabili, come unica via d’uscita dalla povertà.

Le aziende del comparto Ict entro il 2030 potranno aumentare il loro fatturato per servizi direttamente collegati ai Sustainable Development Goal dell’Onu, per una cifra che supera i 2,1 trilioni di dollari annui. Un 20% di questa cifra è relativo alla possibilità di collegare 2,5 miliardi di persone a servizi di comunicazione. Gli altri allo sviluppo di eCommerce, eWork, eGovernment e per investimenti in educazione (dati Accenture Strategy). Non è possibile dire se la tecnologia sia la migliore amica dell’uomo, ma potrebbe esserlo della Natura poco incline alle illusioni.
Come diceva Richard Feynman – Premio Nobel per la fisica – “per una tecnologia che abbia successo, la realtà deve avere la precedenza sulle pubbliche relazioni, perché la Natura non può essere imbrogliata”.

Tec_PuntoG disruption green

*Amministratore delegato della società di consulenza strategica di Un-Guru, esperta di sviluppo sostenibile. Laureata in Scienze Politiche, con specializzazione in Storia e Istituzioni dell’America Latina. Si è occupata di comunicazione e marketing per multinazionali e gruppi italiani. Da anni si occupa di Green Economy e di responsabilità sociale e ambientale d’impresa, insegna in corsi e master. “Penso che la sostenibilità debba essere una scelta, prima che un dovere, ma che debba essere strategica e, quindi, responsabile. Quando parlo del Pianeta lo faccio con la P maiuscola e credo che il rispetto per la vita in senso biologico debba essere un istinto”. Leggo, viaggio e scrivo per passione. Camus diceva: “Sono contro tutti coloro che credono di avere assolutamente ragione. Per questo pratico il dubbio, coltivo i miei difetti, cerco di sbagliare sulla base di ragionevoli certezze e mantengo un ottimismo ostinato”.

Dateci campo e il mobile salverà il mondo

Dateci campo e il mobile salverà il mondo

Punto G

In futuro la tecnologia darà il suo contributo nel rendere la vita sul pianeta più giusta e sostenibile, secondo modalità mobili che non erano immaginabili anche solo fino a pochi anni fa

di Antonella Tagliabue

Ci sono persone nel mondo che possiedono un cellulare ma non hanno accesso diretto all’acqua o persino all’elettricità che serve per ricaricare il telefonino o qualsiasi altro dispositivo mobile. Eppure grazie agli smartphone oggi milioni di persone in paesi poveri possono – ad esempio – usare denaro elettronico senza avere un conto corrente, perché la scheda Sim viene utilizzata per pagare, risparmiare, inviare soldi. Era il 2014 quando i leader riuniti al World Economic Forum si chiedevano se la tecnologia potesse salvare l’ambiente e quale contributo avrebbero dato i dispositivi mobili. Da allora la realtà ha superato di gran lunga le previsioni. I presupposti, i contenuti e i vantaggi del “mobile” hanno a che fare con il facilitare l’accesso a servizi, conoscenza, esperienza e con il semplificare la vita delle persone. Concetti che si amplificano se applicati ai temi della green economy e di uno sviluppo sostenibile. Le tecnologie mobile hanno trasformato il modo in cui viviamo, lavoriamo, impariamo, viaggiamo, compriamo, gestiamo le relazioni.
Secondo Chris Fabian dell’Unicef Innovation Lab il mobile “per la prima volta darà a persone che si trovano a vivere in una sorta di nulla un senso di futuro, informazione, opportunità e scelta”. Inoltre un cellulare ci accomuna più di quanto possiamo immaginare. Il tasso di diffusione dei telefonini è lo stesso negli Stati Uniti e in Nigeria.

Il mobile fa bene
Gli esempi di come il mobile stia già facendo bene alle persone e all’ambiente sono tanti.
Uno per tutti riguarda la produzione del cotone, una coltura minacciata da diversi fattori quali i cambiamenti climatici, la competizione di nuove fibre e la migrazione dei lavoratori verso le città. Si è scoperto che – attraverso una tecnologia semplice come quella degli sms e l’utilizzo dei social network – è possibile condividere expertise e informazioni che si traducono in un miglioramento della produzione e in una più efficace ricerca di personale in una logica “ondemand”.
Inoltre il connubio tra mobile e green genera circoli virtuosi per tutti.
A inizio maggio dal Mit arriva la conferma della scoperta di un principio energetico che consente di creare batterie che funzionano a zucchero. Durata infinita ed energia a basso costo.
L’idea ha già qualche anno ma oggi, grazie al principio noto come Thermo Power Wave, si può generare una potenza paragonabile alle batterie in commercio.
Oltre a nanotubi in carbonio la soluzione utilizza saccarosio e in futuro non è escluso che si possa ricorrere ad altri materiali naturali.
Si sa che la vita oggi è ciò che succede tra la ricerca di una presa per il telefonino e quell’altra, ma in futuro avremo a disposizione materiali economici la cui efficienza non decade nel tempo.
La batteria allo zucchero del Mit consentirebbe di ridurre le dimensioni delle unità energetiche; potrebbe quindi essere usata anche per i dispositivi indossabili.
Certo, rimane da risolvere il problema di come rendere agibile la ricarica di zucchero, ma potrebbe tradursi in una nuova opportunità di business per i baristi.
Intanto le applicazioni che più velocemente stanno cambiando la vita delle persone hanno a che fare con i pagamenti e il mobile banking.
Se da un lato si eliminano strumenti come la carta di credito, dall’altro si disintermedia la catena dei pagamenti. Anche se è proprio sui cellulari che alcuni operatori stanno puntando per risolvere i problemi di quelli che vengono identificati come deserti finanziari, dove la povertà e le condizioni delle comunità non permettono l’accesso a servizi avanzati, in Africa come negli Stati Uniti. La conferma migliore del potenziale di queste tecnologie applicate alla vita e alle abitudini quotidiane è legata al fatto che in Somalia il gruppo terrorista Al Shabaab ha dichiarato fuori legge il mobile banking sul territorio sotto il suo controllo (fonte: Internazionale).
Attualmente nel mondo le tecnologie da usare in mobilità permettono già a cittadini di esprimere il loro consenso in paesi con istituzioni democratiche fragili, a contadini di paesi poveri di diventare protagonisti della contrattazione del loro prodotto sul mercato, di migliorare i sistemi educativi, di prevenire la diffusione di malattie ed epidemie.
Il problema dell’infrastruttura e quindi della quantità e qualità della connessione rimane uno snodo fondamentale, in tutti i paesi. La sfida in questo campo è per i governi e, laddove esistono, comunità come l’Unione Europea dovrebbero forse dare il buon esempio di reti e grid internazionali.
Perché, come dice Phil Darby di Afh Financial Group, “dateci campo e il mobile salverà il mondo”.

*Amministratore delegato della società di consulenza strategica di Un-Guru, esperta di sviluppo sostenibile. Laureata in Scienze Politiche, con specializzazione in Storia e Istituzioni dell’America Latina. Si è occupata di comunicazione e marketing per multinazionali e gruppi italiani. Da anni si occupa di Green Economy e di responsabilità sociale e ambientale d’impresa, insegna in corsi e master. “Penso che la sostenibilità debba essere una scelta, prima che un dovere, ma che debba essere strategica e, quindi, responsabile. Quando parlo del Pianeta lo faccio con la P maiuscola e credo che il rispetto per la vita in senso biologico debba essere un istinto”. Leggo, viaggio e scrivo per passione. Camus diceva: “Sono contro tutti coloro che credono di avere assolutamente ragione. Per questo pratico il dubbio, coltivo i miei difetti, cerco di sbagliare sulla base di ragionevoli certezze e mantengo un ottimismo ostinato”.
Mobile salverà il mondo

L’intelligenza artificiale ci porterà nello spazio?

L’intelligenza artificiale ci porterà nello spazio?

Punto G

di Antonella Tagliabue*

Al World Economic Forum è stato centrale il tema dell’intelligenza artificiale, che sembra essere strettamente collegato a un concetto di sostenibilità, soprattutto in termini di automazione dei sistemi energetici e di soluzioni in grado di pensare autonomamente a evitare effetti nocivi per l’ambiente.

Capi di Stato, leader di aziende globali, rappresentanti del mondo delle Università, delle organizzazioni non governative e intellettuali si sono riuniti a Davos nel mese di gennaio.
Il World Economic Forum è un appuntamento annuale che si svolge da 40 anni con l’obiettivo di riunire le élite mondiali per discutere di “the next big thing”.
Quest’anno il tema era la Quarta Rivoluzione Industriale che cambierà il nostro modo di lavorare e vivere. L’evoluzione tecnologica ha portato a una digitalizzazione della vita economica e sociale con un effetto dirompente – e disruptive, la parola d’ordine di questi tempi – per cui non c’è più separazione tra ciò che è fisico, biologico e digitale. L’edizione 2016 del Global Risks Report, pubblicato in occasione del Summit, rivela che le minacce maggiori sono rappresentate dalle crisi del cibo e dell’acqua, dagli shock dei prezzi energetici, dalla perdita di biodiversità, dal collasso degli ecosistemi, dagli eventi meteorologici estremi e dal fallimento degli sforzi per ridurre le emissioni.
Niente di nuovo sotto il cielo. Anche quest’anno questa consapevolezza non ha portato a delle decisioni. La novità forse consiste nell’aver indagato il tema delle connessioni.
Esiste un legame tra i problemi relativi all’approvvigionamento dell’acqua e dell’energia e l’ineguaglianza, il terrorismo, la povertà. Nella nuova quarta era, quella della comunicazione, i sistemi fisici e biologici sono diventati informazioni, dati, Big Data e danno vita a ecosistemi più complessi. Cambia il concetto stesso di risorsa e l’innovazione non è più solo qualcosa a cui dobbiamo chiedere di migliorare la vita, di salvare il pianeta e l’ambiente, perché il mondo non è più quello che conosciamo. Non è un caso che i temi più discussi a Davos siano stati quelli dell’intelligenza artificiale, la robotica, le nuove tecnologie, la genetica.

In particolare l’intelligenza artificiale sembra essere strettamente collegata a un concetto di sostenibilità, soprattutto in termini di automazione dei sistemi energetici e di soluzioni in grado di pensare autonomamente a evitare effetti nocivi per l’ambiente. Siamo in attesa di capire quale tecnologia costituirà la vera rivoluzione della quarta era industriale, ma forse non sarà qualcosa in grado di risolvere il problema del deterioramento delle risorse.
Una nuova frontiera nell’applicazione di intelligenza artificiale, robotica ed elaborazione dei Big Data potrebbe essere la costituzione di modelli predittivi per valutare le possibilità di vita nello spazio. Per capire non solo se esistono altre forme di vita intelligente nella galassia, ma anche se le condizioni sono possibili per la specie umana.
secondo il cosiddetto Paradosso di Fermi esistono moltissime stelle e pianeti, anche solo considerando quelli visibili, sarebbe naturale pensare che la vita possa essersi sviluppata altrove.
a domanda allora è: dove sono tutti quanti? Forse imbottigliati in un ingorgo galattico che gli impedisce di raggiungerci, o impegnati su un social network di nuova concezione in cui i nostri umani quindici minuti di notorietà sono un concetto superato. In concomitanza con il Forum di Davos, gli studiosi dell’Australian National University Research School of Earth Sciences hanno pubblicato uno studio secondo cui la vita nell’universo non sarebbe affatto rara. Si tratta però di una vita fragile per cui la sopravvivenza, in un contesto di estrema instabilità, è difficile e i processi evolutivi portano all’estinzione molto rapidamente. In pratica, se gli extraterrestri esistono, probabilmente sono già estinti. Quattro miliardi di anni fa la Terra, Marte e Venere erano corpi celesti molto simili, ma Venere è adesso troppo caldo e Marte ha perso la sua atmosfera.
La missione Kepler avrebbe scoperto più di mille pianeti teoricamente capaci di supportare la vita. Mancano però le prove tangibili. Le tecnologie della quarta era potrebbero aiutare a capire se l’estinzione nell’universo è relativa a organismi monocellulari, piuttosto che a grandi animali come sulla Terra, nel qual caso la galassia sarebbe piena di fossili piccolissimi.
In attesa di arrivare a concepire una vita e degli ecosistemi che siano per loro natura digitali, il 2016 potrebbe essere l’anno di un’altra grave perdita da celebrare a livello universale. In base alle previsioni, E.T. è morto e merita gli onori dei social network. Riposi in pace e lunga vita aliena a chi rimane.

*Amministratore delegato della società di consulenza strategica di Un-Guru, esperta di sviluppo sostenibile. Laureata in Scienze Politiche, con specializzazione in Storia e Istituzioni dell’America Latina. Si è occupata di comunicazione e marketing per multinazionali e gruppi italiani. Da anni si occupa di Green Economy e di responsabilità sociale e ambientale d’impresa, insegna in corsi e master. “Penso che la sostenibilità debba essere una scelta, prima che un dovere, ma che debba essere strategica e, quindi, responsabile. Quando parlo del Pianeta lo faccio con la P maiuscola e credo che il rispetto per la vita in senso biologico debba essere un istinto”. Leggo, viaggio e scrivo per passione. Camus diceva: “Sono contro tutti coloro che credono di avere assolutamente ragione. Per questo pratico il dubbio, coltivo i miei difetti, cerco di sbagliare sulla base di ragionevoli certezze e mantengo un ottimismo ostinato”

Aruba Maggio 2017