Pokemon Go è un nuovo strumento di marketing?

Pokemon Go è un nuovo strumento di marketing?

Ho coinvolto Riccardo Esposito, autore di My Social Web e webwriter, blogger e copywriter, per capire come interpretare in chiave marketing la app Pokemon Go.

*di Matteo Ranzi

Mio figlio, 6 anni, è appena sparito di casa.
Lo cerchiamo per tutta la villetta della Sardegna, ma nulla.
Mia moglie nota la sparizione anche del suo iPhone.
Mentre corro urlando per le stradine adiacenti casa, alla ricerca dello scomparso, lei chiama il suo cellulare. Il piccolo Leo risponde: “Mamma cosa c’è? Sono a caccia di Pokemon in piscina col tuo telefono”. I miei strali alla app in quel momento si sprecano.
Quella sera il telegiornale parla del dilagare fulmineo del fenomeno Pokemon Go, che ormai porta decine di migliaia di bambini e adulti in gite fuori casa a caccia di mostri.
Il gioco di Niantic Labs è sulla bocca di tutti da alcuni mesi e ha ottenuto i favori di grandi e piccini. Non a caso è stato scaricato oltre 500 milioni di volte in tutto il mondo, sia su iOS che Android, e i giocatori hanno percorso giocando oltre 4,6 miliardi di chilometri.

In 30 giorni Pokemon Go ha conquistato il mondo. Com’è stato possibile?
Ci sono diversi fattori in ballo. Punto primo: il fenomeno Pokémon non nasce da zero e non è stato presentato la prima volta con l’app. C’è un pubblico che condivide da anni la passione per questi personaggi e oggi si aggiunge il mobile. Qui entra in gioco il secondo fattore: il desiderio di possedere, di collezionare qualcosa che prescinde dal valore economico ed è riconosciuto da una nicchia, da una tribù definita. L’appartenenza è il terzo punto che voglio evidenziare: siamo online, ma ci ritroviamo offline e ci riconosciamo per quello che vogliamo essere. Ovvero dei cacciatori di mostri. Molti giocano a Pokémon senza alcuna aspettativa, solo per passare il tempo. Ma quando il merchandising inizia a decollare (come sta avvenendo con Pokémon Go) capisci che ci sono delle convinzioni diverse dal semplice passare il tempo.

Del fenomeno Pokemon s’interessano vecchi e nuovi media, blogger e giornalisti, politica e Codacons. Persino Trivago stila una classifica di hotel Pokefriendly. Per noi che ci occupiamo di marketing e comunicazione, che opportunità si aprono?
Tante occasioni, perché Pokémon Go porta le persone fuori dalle proprie abitazioni. Gli utenti si spostano sul territorio, cercano luoghi inesplorati per catturare personaggi più o meno importanti per l’economia del gioco. Questo meccanismo diventa fondamentale per chi si occupa di local marketing, per chi deve gestire un bar o un ristorante. O magari un albergo, un museo, una negozio. I Pokémon sono ovunque e molti luoghi pubblici si trasformano in palestre o in Pokestop. Ovvero i luoghi di ristoro per i cacciatori di mostri. Ora hai due possibilità: sfruttare o ignorare questi flussi. Come preferisci muoverti? Io credo che le attività debbano studiare e tener conto di questa realtà nella propria strategia, senza fanatismi e scetticismi: il marketing è una cosa seria!

In un solo mese l’applicazione dei mostri tascabili ha superato i social più noti in numero di minuti giornalieri di utilizzo. Siamo di fronte a una nuova era, che soppianterà quella dei social?
Difficile fare una previsione. Molte piattaforme hanno provato a scalfire il potere dei social e con il passare del tempo siamo arrivati a una conclusione: Facebook mangia tutto e tutti. Oppure cerca di soppiantare il nuovo arrivato con funzioni simili che consentono di mantenere l’attenzione del pubblico. Confido nel potere di Mark Zuckerberg, riuscirà a trovare una soluzione per sconfiggere prima Snapchat e poi Pokemon Go. Anzi, le ultime notizie parlano di un Instagram Stories che somiglia molto a Snapchat…

Voglio organizzare un evento e ottenere un numero elevato di adesioni di millennials. Come posso sfruttare Pokémon Go?
Tutti possono sfruttare queste logiche, anche i piccoli esercizi locali. Anzi, in qualche caso il micro è avvantaggiato. La logica è semplice: il gestore compra le esche per i Pokemon, attira i mostri nei propri spazi e comunica attraverso i social l’evento: puoi pensare a una serata, a un aperitivo o a una cena. Quello che conta è l’aggregazione, il far sentire tutti parte di un movimento condiviso. Ovviamente Pokemon Go non fa miracoli: come sempre c’è una qualità di fondo che non può mancare.

Chi, come e quanto sta guadagnando da una app gratuita come Pokemon Go?
Gli intrecci dell’alta finanza sono oscuri, solo chi ci sta dentro può avere un’idea chiara. Guardiamo al micro, al quotidiano: non tutto è gratuito su Pokemon Go, ci sono dei benefici che devi pagare (come le esche). Il prezzo è irrisorio, ma pensate a quante persone adesso stanno comprando questo “mangime” per Pokemon.

Mia nonna si raccomandava: “Matteo stai attento a non prendere freddo: mettiti la maglia di lana”. Oggi mia madre dice a mio figlio: “Stai attento a dove vai, non usare Pokemon Go quando sei per strada”. Esistono veri pericoli nell’uso di questa applicazione?
I pericoli non riguardano Pokemon Go ma l’incapacità degli individui di ritagliare degli spazi da dedicare a queste logiche. La colpa è dell’applicazione, o dell’individuo che non trova più il bello nel mondo intorno a sé?

*Matteo Ranzi

Matteo Ranzi

Matteo Ranzi

Negli anni ‘80 scopre la sua passione per la pubblicità e sogna di avere da grande un’agenzia propria. Mette quel sogno nel cassetto. Negli anni ‘90 università, snow-board e vendita di auto per passione. Ad ottobre del 2000 arriva la laurea in Bocconi, specializzazione Marketing. Viene chiamato in Ingram Micro e in 3 anni diventa Business Manager. La sua passione lo porta alla guida del Marketing Communication e poi del Trade Marketing. Una sera di marzo del 2009 riapre il cassetto chiuso negli anni ‘80 e ritrova il suo sogno. Riascoltando il discorso di Steve Jobs, capisce che è arrivato il momento di dare sfogo al suo lato foolish e hungry. Fonda Mille Ottani, l’agenzia marketing di cui è titolare e da allora viene scelto ogni giorno da Multinazionali e PMI.

La storia siamo noi: come si raccontano i brand

La storia siamo noi: come si raccontano i brand

di Matteo Ranzi*

“La storia siamo noi”, citando Minoli e De Gregori. “Lascia che te la racconti”, come direbbe un brand storyteller. Ma andiamo con ordine. Giornalismo e impresa convergono verso un nuovo modello di comunicazione. Un modello che unisce informazione, marketing e narrazione. Quante volte da piccolo hai sognato di entrare in una delle storie che ti leggeva la nonna? Poi siamo cresciuti e con lo “scacciapensieri” e il Commodore si poteva essere protagonisti attraverso tastini, tastiere e joystick. Oggi, da adulti, abbiamo i social e possiamo partecipare a storie nuove, anche quelle dei numerosi brand che puntano su coinvolgimento e cocreazione. E proprio le imprese ora puntano sul narrare storie. Le loro.


Brand storyteller

Giornalista, marketer, social addicted e creativo. Una voce che narra l’impresa in modo fluido e dinamico. Un racconto di prodotti, servizi, successi, numeri, dipendenti e clienti. Una narrazione interattiva dove il pubblico è a volte spettatore e altre protagonista. Un libro le cui pagine sono tweet, post, landing page, siti web, app, video, immagini, infografiche, seminari, spot televisivi e tutto ciò che è legato al “comunicare il brand”. L’incremento degli investimenti in owend media, lo sviluppo dei social in chiave business e il consolidarsi della comunicazione multicanale sono il terreno fertile per lo sviluppo di un’anima editoriale interna alle aziende. In questo contesto nasce il brand storyteller e porta ideazione, sviluppo e presidio della narrazione di marca all’interno dell’azienda. Non è un autore di storie fantasiose che fanno vendere.
“La pubblicità è l’anima del commercio” e “basta che se ne parli” sono concetti antichi. Oggi la creatività non afferisce alla fantasia, ma ad informazioni vere presentate in forma di racconto di lungo periodo. Il narratore d’impresa non è un giornalista super partes, ma nemmeno un marketer con il chiodo fisso del profitto. Ha lo scopo di creare legami con il pubblico attraverso racconti brillanti, coinvolgenti, creativi e coerenti con la realtà dell’impresa di cui lui stesso è parte. Espone la storia mentre la storia stessa si sta svolgendo, con i social media la arricchisce attraverso il dialogo con i clienti.
Conosce passato, vizi, virtù, successi e fallimenti, strategie e sogni dell’azienda. Così come conosce il pubblico a cui si rivolge. Misura le reazioni che il suo racconto suscita nel pubblico e ha la libertà e le competenze per correggere la rotta quando necessario. Perché la storia siamo noi, lascia che te la racconti.

Cinque Segreti per uno storyletting di successo

1. La verità prima di tutto Onestà e trasparenza sono elementi fondamentali nella narrazione di marca. Si chiamano “storie” ma non per questo devono trasfi gurare la realtà del prodotto o dell’azienda. In altre parole, devono essere consistenti, non devono confondere il consumatore. La creatività non deve portare a distogliere l’attenzione dalla promessa del brand.

2. Storie traboccanti di personalità Le storie legate al brand non sono materiali di marketing, non sono pubblicità, non sono annunci. La personalità dell’azienda e del narratore devono essere centrali. I racconti noiosi non cattureranno l’attenzione di nessuno, bisogna saper incuriosire, coinvolgere e connettersi emotivamente con i consumatori.

3. Creare personaggi in cui il pubblico si riconosce Bisogna fare leva su valori ed ideali condivisi e condivisibili dagli interlocutori. I personaggi devono essere in grado di coinvolgere emotivamente l’audience, immergendola e travolgendola nella storia stessa. Ad esempio, si può raccontare la storia dal punto di vista dei dipendenti dell’azienda o da quello dei clienti.

4. Inizio svolgimento e conclusione Come tutte le storie, anche quelle legate al brand devono seguire una struttura precisa, prevedendo inizio, svolgimento e conclusione. L’apertura deve essere accattivante e presentare il contesto e i personaggi. Nella parte centrale il protagonista si trova a dover affrontare un problema o un conflitto, finché alla fi ne si trova una soluzione.

5. Non svelare tutto subito L’attenzione di chi ascolta deve rimanere alta per tutta la durata. Come fare? Andare con ordine, seguire una sequenza logica, creare suspance, inviare teaser via mail o tramite i social. Mettere in gioco tutte le strategie di marketing per combinare iniziative on e offline a supporto del brand storytelling.

*Negli anni ‘80 scopre la sua passione per la pubblicità e sogna di avere da grande un’agenzia propria. Mette quel sogno nel cassetto. Negli anni ‘90 università, snow-board e vendita di auto per passione. Ad ottobre del 2000 arriva la laurea in Bocconi, specializzazione Marketing. Viene chiamato in Ingram Micro e in 3 anni diventa Business Manager. La sua passione lo porta alla guida del Marketing Communication e poi del Trade Marketing. Una sera di marzo del 2009 riapre il cassetto chiuso negli anni ‘80 e ritrova il suo sogno. Riascoltando il discorso di Steve Jobs, capisce che è arrivato il momento di dare sfogo al suo lato foolish e hungry. Fonda Mille Ottani, l’agenzia marketing di cui è titolare e da allora viene scelto ogni giorno da Multinazionali e PMI.

Brand Storytelling

6 consigli pratici per i marketing manager che usano i Social network

6 consigli pratici per i marketing manager che usano i Social network

The Marketing Side

Marketing Manager: innanzitutto pianificate la vostra presenza sui social, se siete un’azienda. Ogni social deve permettere di perseguire un determinato obiettivo. Se tenere aperta una pagina Facebook, un profilo Twitter e uno Instagram si rivela essere troppo impegnativo, fate una selezione.

di Matteo Ranzi*


dario ciracì“Il mondo si è fermato, io ora scendo qui…”. Questo motivetto di “Ti lascio una canzone” di Gino Paoli, riecheggia nella mia mente da un paio d’anni ogni volta che leggo un libro di marketing. Questo accade perché dal 2011 a oggi, non noto più stimoli nuovi, ma esercizi di stile su temi visti e rivisti. Come se l’evoluzione del marketing, dopo l’ondata di novità dal 2007 al 2010, si fosse fermata. In attesa di vere novità, apprezzo i testi che forniscono consigli pratici su come destreggiarsi nell’utilizzo degli strumenti a disposizione delle imprese. Testi come “Gestisci Social, Blog e SEO con il Content Marketing” di Dario Ciracì, a cui ho rivolto 6 domande.

1/ La memoria della rete varia in base allo strumento scelto.

Un post in un blog può lasciare segni visibili per anni, un tweet entro un’ora esaurisce la propria visibilità. Cosa suggerisci quindi ad un’impresa che volesse sedimentare nel web i propri messaggi?

Consiglio di pianificare la propria presenza scegliendo con cura i social nei quali essere presente. Ogni social deve permettere di perseguire un determinato obiettivo. Se tenere aperta una pagina Facebook, un profilo Twitter e uno Instagram si rivela essere troppo impegnativo, è meglio optare soltanto per il canale che permette di raggiungere i propri obiettivi di business. È ideale scegliere pochi mezzi ma gestirli proficuamente e, soprattutto, in modo continuativo. Per quanto riguarda il blog aziendale, a mio avviso non è più un’opzione ma una necessità. Come hai detto, la visibilità dei social, oltre ad essere temporale, è anche volatile: restano poche tracce su Google. Contrariamente, gli articoli del blog sono vere pagine web che possono intercettare esigenze di ricerca dell’utente e introdurlo nel tunnel di vendita di un’azienda, trasformandolo prima in prospect e poi in lead.

 

2/ Nel libro, Simone Ardoino indica che il cervello umano processa immagini e video 60.000 volte più velocemente di un testo e che entro due anni il 66% del traffico Internet sarà costituito da video. Per la comunicazione online, un’azienda deve rendere i testi sempre più incisivi e dedicare sempre più spazio ad immagini, infografiche e video?

La scelta di questo tipo di contenuti non è spinta soltanto dalla capacità del cervello umano di processarli più velocemente, ma sono anche i trend di navigazione dell’utente medio a richiederli alle aziende. Più si diffonde la banda larga, più vi è facilità d’accesso alle informazioni e all’incremento della quantità di contenuti immessi nel web. Questo comporta la diminuzione del tempo medio che un utente, bombardato giornalmente da migliaia di contenuti, potrà dedicare ad ognuno di essi. Diventa quindi prioritario ideare contenuti “flash” brevi e d’immediata fruizione. Da qui l’utilità di mini-video, infografiche e immagini, che richiedono all’utente soltanto qualche secondo del suo tempo e sono facilmente condivisibili nei social.

3/ Qual è la durata ottimale di un web video?

Solitamente non dovrebbe superare i 30-45 secondi. È il dato emerso dalle ultime ricerche statistiche.

 

dario ciracì

Dario Ciracì

4/ I 4 suggerimenti per un’infografica di successo?

1. Studiare bene il proprio mercato e i suoi trend e le notizie che destano più curiosità.

2. Identificare blog e siti web che hanno già parlato dell’argomento o che sarebbero interessati a parlarne.

3. Puntare all’originalità dell’idea, alla semplicità e velocità di fruizione e alla facilità di condivisione.

4. Dotarsi di un ottimo grafico. L’infografica deve essere bella da vedere e ricca di informazioni utili e originali.

 

5/ Valentina Vellucci scrive che Facebook è fatto della stessa materia di cui sono fatte le polemiche. Come si deve fare quindi per gestire questo aspetto nelle pagine aziendali?

Le pagine aziendali si sono molto evolute. Adesso gli amministratori hanno a disposizione una serie di strumenti che permettono di monitorare costantemente tutto quello che accade, anche quando si è in mobilità, grazie alle app. È possibile ad esempio attivare le notifiche ogni qual volta qualche utente lascia un messaggio nella pagina, o inserire una lista di termini da moderare, come ad esempio le parolacce, che non permetterà al commento di essere pubblicato. Infine, come dice Valentina, è sempre bene, soprattutto per le pagine molto popolari, prevedere sin da subito la pubblicazione delle regole di buona condotta.

 

6/ Nel panorama dei Social più noti, Google+ non brilla, almeno in Italia, del successo che ci si aspettava. Perché?

Le motivazioni possono essere diverse. Secondo me è anche a causa della similarità di Google+ con Facebook. L’utente medio infatti necessita di un solo social network e si connette con molta meno frequenza rispetto all’utente avanzato. Tuttavia se vogliamo, accade anche la stessa cosa in Italia per Twitter, molto meno utilizzato rispetto a Facebook. Ad ogni modo ogni azienda dovrebbe utilizzare Google+ anche soltanto per due ottimi strumenti che offre: le mappe e gli hangout on air.

P.s. E non dimenticate l’importanza della comunicazione offline. Anche un biglietto da visita è un’infografica e trasmette molte informazioni, posizionamento e valori in un istante. Oggi è possibile realizzarli in maniera semplice e costi contenuti, per esempio con Flyeralarm

 

*Matteo Ranzi: Negli anni ‘80 scopre la sua passione per la pubblicità e sogna di avere da grande un’agenzia propria. Mette quel sogno nel cassetto. Negli anni ‘90 università, snow-board e vendita di auto per passione. Ad ottobre del 2000 arriva la laurea in Bocconi. Specializzazione Marketing. Viene chiamato in Ingram Micro. In 3 anni diventa Business Manager. La sua passione lo porta alla guida del Marketing Communication e poi del Trade Marketing. Una sera di marzo del 2009 riapre il cassetto chiuso negli anni ‘80 e ritrova il suo sogno. Riascoltando il discorso di Steve Jobs, capisce che è arrivato il momento di dare sfogo al suo lato foolish e hungry. Fonda Mille Ottani, l’agenzia marketing di cui è titolare. Fa della sua passione una professione e si lancia nella sua nuova avventura. Ogni giorno le sue riflessioni sul marketing vengono seguite nei social network da oltre 3.000 marketers.

Hai un Sito Web? I Tuoi Clienti non lo vedono…

Hai un Sito Web? I Tuoi Clienti non lo vedono…

Sei un Rivenditore, un Vendor o un distributore del mondo It.
Hai un sito Web? Bene!!!!

Hai provato a navigare sul Tuo sito con uno Smartphone?

Se non lo hai ancora fatto, prova a farlo ora e scoprirai l’esperienza che vive il 47% dei Tuoi Clienti attuali e potenziali. Il 47% degli italiani infatti possiede almeno uno smartphone secondo Eurispes.
Se vedi tutto piccolo e hai difficoltà ad accedere ai contenuti, il Tuo sito ha un problema e Tu con lui.
Tu hai pazienza, i Tuoi potenziali Clienti ne hanno molta meno e quindi se da subito non vedono bene….abbandonano il Tuo sito.

Il numero di Italiani che possiede uno smartphone aumenta ogni anno del 20%. Più vai avanti più il problema diventa grande.

Come fare a risolverlo da subito?
Hai almeno 3 alternative…..scoprile ora in una delle presentazioni più viste e recenti su questo tema.

Panasonic protagonista dei Musei Vaticani con il Digital Signage

Panasonic protagonista dei Musei Vaticani con il Digital Signage

Il Digital Signage sta ottenendo sempre più riscontri anche nel mercato italiano.
La crescita non è fulminea, ma è graduale e costante e fa sperare in un futuro sempre più florido.

Gli utilizzi sono molteplici e talvolta rimango colpito da come questa tecnologia avvincente sia impiegata inutilmente. Nelle sale di attesa di alcune ASL e alcuni Comuni per esempio si trovano dei monitor con informazioni assolutamente inutili alternate a pubblicità per nulla attrattive che si susseguono per tutta la giornata. Anche volendo ed impegnandosi, non si riesce a provare alcun interesse per quelle comunicazioni che sembrano essere state create giusto per inserire qualche contenuto per forza.
Si tratta di impieghi errati di strumenti potenzialmente molto utili.

Se impiegata nel modo corretto però questa tecnologia aiuta più di altre a risolvere con successo numerose problematiche.
Panasonic per esempio ha fornito una soluzione di Digital Signage ai Musei Vaticani che ha ottimizzato le fruizione delle informazioni da parte dei visitatori e favorito il controllo della sicurezza di tutti gli ambienti.
Una esempio brillante e vincente di impiego del Digital Signage che abbiamo approfondito con Stefano Tura, Senior Product Manager di Panasonic PSCEU Visual System Solution Product.

Dott.Tura, ogni anno 4 Milioni di visitatori popolano i Musei Vaticani. Si tratta di numero di persona pari agli abitanti di una metropoli a cui fornire informazioni durante la visita e da monitorare per garantire una sicurezza assoluta.
Come la tecnologia Panasonic ha permesso di ottenere entrambe i risultati?

Stefano Tura - Panasonic

“Una delle caratteristiche principali di Panasonic è quella di essere un’azienda in grado di fornire una gamma davvero ampia di soluzioni nel mondo della tecnologia. Sviluppare e produrre tecnologie che spaziano dal mondo broadcast a quello della videosorveglianza a quello dei display consente a Panasonic di sfruttare i benefici sia dal punto di vista della produzione, condividendo nei diversi prodotti brevetti e tecnologie, sia di proporre ai clienti finali, in questo caso i Musei Vaticani, una soluzione completa con un unico interlocutore di fiducia. Se c’è un aspetto che Panasonic ritiene fondamentale è la qualità dei prodotti e avendo dimostrato queste qualità ai responsabili dei Musei Vaticani con una relazione che dura da molto tempo, abbiamo avuto la possibilità di fornire entrambe le soluzioni”.

 

I più scettici rispetto ai vantaggi del Digital Signage potrebbero sostenere che una buona cartellonistica tradizionale sarebbe potuta bastare per fornire le informazioni utili per i visitatori.
Cosa risponde a questa osservazione?

“Ci sono certamente ancora oggi applicazioni in cui una cartellonistica di qualità può risultare sufficiente, ma la differenza  in termini di flessibilità e possibilità di utilizzo è davvero elevata. È chiaro che il Digital Signage non può prescindere da un progetto di gestione dei contenuti, che rappresentano la parte fondamentale. Senza contenuti adeguati, aggiornati e realmente informativi in tempo reale un display non ha nulla da offrire in più rispetto ad un cartellone tradizionale. Allo stesso tempo se vengono dedicate le risorse corrette alla realizzazione di contenuti e se c’è dietro un progetto completo di comunicazione allora il digital signage può mostrare tutte le sue potenzialità offrendo un’informazione in continuo aggiornamento che può variare da filmati, a immagini, a informazioni di servizio, variando anche il messaggio veicolato in funzione dei diversi display e delle diverse aree in cui questi sono posizionati”.

La soluzione Panasonic che avete adottato nei Musei Vaticani è incentrata sul plasma. Quali sono i vantaggi di questa tecnologia rispetto agli LCD o ad altre soluzioni?

Il punto di forza della tecnologia al plasma è la qualità delle immagini. La naturalezza, la precisione e il dettaglio che si possono ottenere con la tecnologia al plasma, sia per immagini statiche, ma, soprattutto, nel caso di immagini in movimento, non è attualmente alla portata della tecnologia LCD. In gamma come Panasonic abbiamo entrambe le tecnologie e sicuramente ci sono alcune applicazioni, come quelle in presenza di luce solare diretta o di aree fortemente illuminate, in cui la tecnologia LCD può rivelarsi più adatta, ma per Panasonic quella al plasma rimane la tecnologia di punta e ogni nuova generazione di pannelli aggiunge qualcosa in termini di qualità d’immagine, diminuendo i consumi e perfezionando le tecnologie che consentono di ampliare la vita dei pannelli anche in applicazioni con utilizzi molto intensi”.

Come è stato impiegato il Digital Signage per monitorare la folla da ogni punto di osservazione e garantire la sicurezza all’interno dei Musei Vaticani?

“Si tratta di due applicazioni differenti. Il sistema di videosorveglianza prevede l’utilizzo di oltre 200 telecamere collegate ad una centrale di controllo in cui oltre 30 display svolgono la funzione di controllo ai fini di sicurezza, non parliamo quindi di un’applicazione di Digital Signage ma di vera e propria videosorveglianza. Altro discorso è quello legato ai display utilizzati per funzioni informative di Digital Signage. In questo caso i monitor installati visualizzano informazioni di servizio per i visitatori, oltre a video e filmati informativi. Fiore all’occhiello i due display da 103 pollici in versione 2D, all’ingresso, e 3D nella sala conferenze dei musei“.

Quali sono le 3 barriere principali ad una più veloce affermazione del Digital Signage in Italia?

“Un progetto complesso, e completo, di digital signage richiede tre elementi fondamentali: un’infrastruttura di rete in grado di collegare e controllare tutti i display impegnati nel progetto, i display e i contenuti.

Alla fine la problematica meno complessa è quella dei display e credo che le due barriere principali siano quelle legate all’infrastruttura e alla realizzazione/gestione dei contenuti. Anche se si parla da anni di Digital Signage il passaggio alla tecnologia digitale per l’informazione sta avvenendo in modo molto lento. Come Panasonic siamo impegnati in alcuni progetti importanti con catene della distribuzione e con una famosa catena di grandi magazzini. Anche questi progetti però non sono delle trasformazioni immediate ma avvengono in modo graduale e coinvolgono un punto vendita alla volta, sia per le problematiche di gestione (non tutti i punti vendita dipendono dalla stessa filiale centrale) sia per problematiche pratiche di installazione (che ovviamente deve avvenire negli orari di chiusura) sia perché spesso l’installazione dei sistemi di Digital Signage avviene in occasione di ristrutturazioni e rinnovamenti dei locali”.

Alcune aziende, pur apprezzando gli evidenti vantaggi comunicativi garantiti dal Digital Signage, sono restii ad adottare questa tecnologia per via della creazione dei contenuti da trasmettere. A quali aziende possono rivolgersi i Vostri Potenziali Clienti per la creazione dei contenuti, a delle agenzie marketing o esistono realtà specializzate nella creazione dei contenuti per il Digital Signage?

“Agenzie di marketing specializzate nel Digital Signage e software per la gestione dei contenuti non mancano e si va dalle soluzioni più semplici per un singolo punto vendita fino a sistemi complessi in grado di gestire un elevato numero di schermi. La gente compra un televisore in casa per guardare le partite di calcio, i film o i telegiornali e allo stesso modo nelle applicazioni professionali di digital signage i contenuti rappresentano il vero cuore dell’applicazione. A conferma di questo vediamo il fatto che difficilmente il nostro cliente è rappresentato dall’utente finale, ma è sempre un integratore o una società di servizi che compra si il nostro display, ma offre al cliente finale il pacchetto completo. I player in questo tipo di mercato sono davvero numerosi. Il nostro consiglio è quello di affidarsi assolutamente a dei professionisti perché, lo ripeto ancora una volta, i contenuti fanno la differenza in termini di efficacia della comunicazione e portare avanti un progetto di Digital Signage senza contenuti di qualità non può che rivelarsi un’esperienza negativa e un inevitabile freno allo sviluppo e alla diffusione della informazione digitale“.

I contenuti rimango quindi un aspetto centrale nelle decisioni di adozione delle soluzioni di Digital Signage.
Il mercato risulta interessante sia per chi propone questa nuova tecnologia, sia per chi è in grado di creare contenuti coerenti con gli specifici target e strutturati in modo da generare comunicazioni utili ed efficaci.
Il mix delle due proposte, tecnologica e comunicativa, renderà vincenti i Rivenditori che vogliono entrare con successo nel mondo del Digital Signage.

Intercettazione “skypefonica” sull’esperienza Social di Achab

L’avvicinamento di Vendor, Distributori e Rivenditori ai Social Media è sempre più accentuato.

Negli ultimi mesi Facebook, Twitter, Linkedin rientrano nei piani marketing e nella quotidianità di sempre più aziende IT.

Non è una moda, è un cambiamento di paradigma senza ritorno che modifica le logiche del rapporto tra azienda e cliente.

Avere un Corporate Blog, una Pagina Facebook, un Account Twitter tanto per esserci può però essere controproducente.
“Non l’ha prescritto il medico” indica Andrea Veca di Achab
Bisogna quindi  saper gestire la propria presenza nei Social, che hanno “regole di funzionamento” differenti rispetto agli strumenti classici, in relazione alle esigenze ed ai comportamenti in Rete del proprio Target.
Non è solo una questione di strumenti, è una questione di approccio e di “anima Social” che devono legare l’azienda al mercato in modo nuovo.

Achab in questa intercettazione skypefonica approfondisce il tema dell’approccio Social parlando della propria recente esperienza.
Questo distributore tramite i Social affronta le problematiche tecniche, commerciali e gestionali dei Dealer in generale, quindi al di là dei prodotti e servizi forniti.

E’ un’ottima case a cui ispirarsi.

Depositphotos 2017 May