Elena Moriondo

Elena Moriondo

Era una sera d’inverno. Stava iniziando a nevicare. Ero appena uscita da una mostra piuttosto deludente e mi dirigevo verso casa, chiusa nel mio piumino. Salita sul tram, dopo aver dato l’ultimo morso al trancio di pizza che stavo ingurgitando per tamponare la fame, ho cercato il mio smartphone. Erano passati 10 minuti dall’ultima volta che avevo sentito la necessità di trovare una testimonianza della sua presenza nella mia tasca (gesto che ripeto compulsivamente, da brava ossessiva). Stavolta non c’era.
In innumerevoli occasioni mi è successo di non trovarlo al primo tentativo, di dover cercare meglio, in un’altra tasca o nella borsa. Ma non l’ho più trovato. Chiavi, guanti, portafoglio, trucchi, abbonamento, caramelle, scontrini accartocciati, ma del telefono nemmeno l’ombra neanche nella borsa.
Ho deciso di tornare sui miei passi al freddo e al gelo e per tentare un ultimo e disperato tentativo di recupero, ma del mio caro e vecchio Samsung nessuna traccia.

La prima sensazione è stata quella di essere isolata dal mondo. Mi chiedevo come fare ad avvisare i miei e quali comunicazioni essenziali mi stavo perdendo.
(Nella mente sempre l’icona verde di Whatsapp). Ma dopo lo smarrimento iniziale e il dispiacere di sapere tutte le mie informazioni personali nelea mani di chissachi, ho pensato che volevo provare a farne a meno per un po’. Alle volte mi capita di avere questo atteggiamento ispirato alla essenzialità vita monastica con una punta di anti illuminismo alla Rousseau, che rischia alle volte di sembrare un tantino snob o quanto meno un po’ fuori dal tempo.
Dimostrare di sopravvivere nel 2015 senza un telefono con una connessione a Internet mi è sembrata improvvisamente un’occasione per sfidare me stessa.

Così ho deciso di recuperare un vetusto Nokia, con cui sono riuscita a telefonare ai numeri che avevo in rubrica nel 2010 (peccato per le persone conosciute negli ultimi 5 anni) e scrivere dei pratici sms con l’ausilio dell’ormai dimenticato T9 (in 5 comodi minuti per 160 caratteri). Sicuramente una comunicazione più verace, senza gli orpelli dei selfie e gli sproloqui su Whatsapp, che mi ha permesso di riscoprire l’immediatezza di una telefonata per condividere un’informazione e l‘importanza di guardare l’indirizzo prima di uscire per un appuntamento. Sono riuscita a fare a meno anche dei vuoti flussi delle bacheche di Facebook, che mi tenevano compagnia sui mezzi di trasporto, ritrovando il piacere di portarmi un libro in borsa e occupare in modo più costruttivo quel paio di mezz’ore tutti i giorni.
E se devo ammettere che mi è mancato condividere una foto o un pensiero con l’efficacia che appartiene solo allo smartphone, tutto sommato sono stata felice di riuscire a non farmi distrarre dalle app, ma di riuscire a concentrarmi su una buona lettura.
Però quando mi è venuta una curiosità non ho potuto aprire immediatamente Google, e per guardare le previsioni del tempo ho dovuto aspettare di essere di fronte a un pc.

Quando mi sembrava di essere tranquilla e di aver superato la mia prova senza particolari difficoltà, è successo che un lunedì, un mese dopo lo smarrimento, mi hanno consegnato il nuovo smartphone aziendale. Sono scesa a prenderlo nel grigio scantinato dove lavorano i tecnici: vedere il suo display sgargiante di colori mi ha subito dato una sensazione di piacere. Per non parlare della felicità quando ho visto che prendevano forma tutte le app che ho scaricato negli anni, con i loro loghi variopinti. Il tocco liscio del touchscreen ha soddisfatto i miei polpastrelli e la scelta dalla suoneria mi ha stimolato il piacere della scoperta.
Sensazioni basiche, istintive, ma che mi hanno fatto pensare a quanto lo smartphone fosse per me un oggetto bello e utile.
E così, la poesia rustica della mia vita essenziale ha lasciato di nuovo posto alle meraviglie della tecnologia e sono tornata ad avere un smartphone nella borsa.
Con la consapevolezza che comunque potrei farne a meno e con il fioretto di portare sempre anche un libro.

Epilogo
Dopo questo esercizio di stile sulla privazione della tecnologia, è capitato che, in una giornata lavorativa, in seguito all’evacuazione dell’edificio per un allarme bomba, sia rimasta per strada 3 ore senza alcun effetto personale e con il telefono completamente scarico.
E così ho riflettuto nuovamente su quanto anche il lavoro ci lega alla tecnologia. Il cielo era azzurro, il sole quasi tiepido, ma io non facevo che pensare alle mail alle quali non stavo rispondendo o alle telefonate che avrei potuto fare. Non potevo comunicare con nessuno -nemmeno per raccontare quella strana atmosfera un po’ agitata – mentre tutti i colleghi intorno a me non facevano che digitare sui loro display.
E non avevo con me nemmeno un libro da leggere seduta al sole su una panchina.

Elena Moriondo

Sono stata un mese senza smartphone, ecco cosa ho imparato ultima modifica: 2015-03-06T12:05:42+00:00 da Francesco Marino

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