Paola Marzario e l’ecommerce all’italiana

Paola Marzario e l’ecommerce all’italiana

Paola Marzario è fondatrice e Amministratore Delegato di Brandon, distributore online che accompagna e supporta le aziende italiane nel mercato e-commerce. Seleziona i brand italiani noti o in forte crescita e gestisce per loro le campagne di vendita sui siti di e-commerce nel mondo. L’azienda è composta da un team di diciassette persone con un’età media di ventisei anni di cui il 70% donne e nel 2016 ha raggiunto un fatturato di oltre cinque milioni di euro. Brandon è anche nella top ten delle start-up milionarie d’Italia, sulle oltre 4.700 iscritte al Registro delle imprese innovative del Ministero dello Sviluppo Economico. Trentasette anni, originaria di Lecco, mamma di due bambini, Paola Marzario ha saputo coniugare perfettamente l’innovazione con la tecnologia. Un successo tutto al femminile. “Sono lusingata – ci dice – e un po’ mi spaventa l’idea che ancora siamo in poche ad emergere…”.

Partiamo dagli inizi. a soli 20 anni fonda ItaliaCasting. Un’idea vincente per una studentessa della Bocconi…
Paola Marzario: In effetti l’idea è nata sui banchi dell’Università. Studiavo Giurisprudenza ma ero incuriosita dal settore dell’organizzazione di eventi. Così ho deciso di fondare ItaliaCasting, una società in grado di unire domanda e offerta per l’organizzazione di eventi e casting. Nel 2008 ho ceduto la società, pur continuando a lavorarci all’interno per altri due anni. Questa è stata sicuramente un’esperienza molto utile anche per lo sviluppo della mia successiva avventura.

Infatti nel 2012 ha avuto l’intuizione di fondare Brandon Ferrari. C’era un’esigenza di mercato da colmare?
Assolutamente sì. Grazie all’esperienza acquisita nell’e-commerce e nell’organizzazione di piani media, ho intrapreso una nuova avventura imprenditoriale. All’inizio ho incontrato molte difficoltà: nel nostro Paese l’e-commerce è ancora un settore poco esplorato. Ma ho cercato di superare lo scetticismo iniziale siglando con le aziende un rapporto in esclusiva, così da svolgere online tutte le funzioni di un tradizionale distributore offline.

Perché il nome Brandon Ferrari?
È un’allusione all’e-commerce e al Made in Italy. Volevamo dare l’immagine di uno stilista italo-americano che andasse in giro a fare scouting di aziende ad alto potenziale. Abbiamo scelto, dunque, un nome prettamente americano, Brandon, associandolo a una parola rappresentativa del nostro Paese. Ferrari, infatti, è sinonimo di eccellenze italiane e non solo, richiama la casa automobilistica e lo spumante… Inoltre, se prendiamo singolarmente le parole, il risultato è “Brand on Ferrari”, ovvero il marchio che corre velocemente verso i fatturati. Dal 2016, però, è stato ribattezzato come Brandon Group.

Quali sono i settori di punta della startup?
Brandon Group, che vanta oltre ottanta brand in esclusiva, valuta i marchi italiani più conosciuti e ad alto potenziale. I settori di punta sono il fashion (uomo, donna e bambino) e l’home and living. Ultimamente ci stiamo aprendo allo sportswear e al food.

Quali requisiti deve avere un’azienda per poter entrare nel mercato e-commerce?
Prima di tutto un team efficiente e con svariate competenze da destinare al mercato online. Portare un’azienda nel mondo dell’e-commerce non è così semplice. Non tutte, infatti, possiedono i requisiti necessari. Bisogna crederci. Poi è necessario coordinare i vari processi, la produzione, il marketing, la comunicazione e, soprattutto, la logistica. Quest’ultima è fondamentale. L’e-commerce richiede tempi brevissimi.

Una sede a Milano e una a Napoli. Nord e Sud?
A Napoli esiste un polo fashion molto importante. È una città strategica per la sua vicinanza con due importanti aree industriali e commerciali, il distretto tessile di San Giuseppe Vesuviano e il Cis di Nola. Il Sud ha una grave mancanza per quanto riguarda la cultura digitale e l’apertura della sede napoletana rientra nella strategia di espansione commerciale per la digitalizzazione delle aziende.

Per creare una startup non basta un’idea vincente, sono necessari anche i finanziamenti. quanto sono stati importanti i venture capital?
Ritengo siano fondamentali per la parte iniziale, ovvero per il lancio e lo sviluppo della piattaforma tecnologica oltre che per la fase di network. Avere dei contatti e un supporto aiuta l’accesso alle banche, ai fornitori e rafforza la credibilità del business. Le competenze di Gianluca Dettori di dPixel e Fabio Cannavale di Volagratis sono stati importanti per la nascita e lo sviluppo di Brandon.

L’e-commerce è ormai un fenomeno in forte crescita in tutto il mondo, anche se in italia sono ancora poche le imprese. Come mai?
C’è una scarsa educazione culturale per quanto riguarda l’online. Questa mentalità, unita a un certo timore, ci rende meno inclini al commercio elettronico. In Paesi come la Germania e l’Inghilterra l’e-commerce, invece, ha preso piede.

Tre consigli per trasformare un’idea in un’impresa:
Il team giusto. Sembra banale ma è più importante dell’idea. Non arrendersi. Non darsi mai per vinti perché le difficoltà non mancheranno. Infine, studiare. Analizzare il mercato, conoscerlo, essere consapevoli di quali potrebbero essere i punti critici, quelli di miglioramento e di forza. La consapevolezza, dunque, del proprio bacino di riferimento.

I progetti futuri di Paola Marzario?
Far crescere ancora l’azienda. Ma in futuro mi piacerebbe aiutare i giovani a realizzare grandi idee.

Paola Marzario

Digitalic n. 60: Big Data – Ultima Frontiera

Digitalic n. 60: Big Data – Ultima Frontiera

Dati e nuove divinità astrali
I dati non descrivono semplicemente la realtà, ormai la creano. Perché se sono alla base delle decisioni delle imprese e degli Stati, significa che la loro rappresentazione o visualizzazione genera delle scelte che modificano poi la realtà e determinano il futuro delle persone.
Probabilmente la forma più pericolosa di cyber crime sarà contraffare i dati sulla base dei quali vengono prese le decisioni dei governi, degli istituti bancari mondiali, delle grandi organizzazioni.
Cambiare l’informazione significa modificare la conseguente decisione e quindi cambiare la realtà. Anche perché si sta diffondendo una nuova religione il ͞Dataism͟ cioè la convinzione che i dati abbiano tutte le risposte, che il dato sia in ogni caso indipendente, giusto, democratico, super partes. Questa fiducia totale assume quasi i contorni di una fede.
Così i Big Data diventano un oracolo a cui chiedere ogni cosa e la cui risposta è sempre giusta, con data scientist che prendono le sembianze di sciamani e risposte che spesso sono inutili o incomprensibili, come il famoso 42 ͞fornito  come risposta dal computer più potente dell’universo alla “domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto” nel libro “Guida galattica per autostoppisti”.
Il problema è saper fare le domande, utilizzare i dati che servono (non di più e non di meno), interrogare l’insieme di informazioni corrette, raccoglierle in modo adeguato… e queste sono tutte decisioni umane.
L’errore del Dataism è di pensare che esistano dati che non siano, in ultima analisi, generati dall’uomo, con tutte le sue imperfezioni, difetti e anche intenzioni (che non sono sempre benevole). I Big Data, insomma sono un nuovo mondo, un universo appena nato; sta a noi esplorarlo, condividerlo e metterlo al servizio del bene comune mondiale, nazionale o aziendale. Ovviamente quando si scopre un nuovo mondo, come un nuovo Continente, sono in molti quelli che lo vorrebbero invece dominare, asservire, sfruttare. Per fortuna i Big Data hanno in sé degli anticorpi naturali.
Proprio il fatto che vengono alimentati da grandi quantità di azioni umane, quindi da molti individui e molte teste, rende più difficile la loro contraffazione o asservimento, inoltre il sistema delle Blockchain (di fatto una base dati e decisionale distribuita) fortifica questo sistema. Ma bisogna essere sempre vigili perché ad un grande potere corrispondono grandi responsabilità e nessun dato mai potrà liberare l’uomo (e anche i manager, i politici, tutti quelli a cui sono affidati dei poteri) dalle decisioni morali.
Il bene e il male, anche nelle nuove galassie che appaiono, rimangono un’esclusiva di quel piccolo mammifero che chiamiamo uomo.

HPE e la trasformazione delle imprese italiane

HPE e la trasformazione delle imprese italiane

La trasformazione digitale non è una materia da follower. Le imprese italiane devono intraprendere un percorso di innovazione, a partire dalla digitalizzazione del prodotto, arrivando a cambiare l’organizzazione e i processi

Efficienza e competitività: sono queste le ragioni primarie per cui la trasformazione digitale è il perno su cui le aziende incardinano la crescita. Quali sfide si trovano ad affrontare le imprese italiane? Da dove cominciare a intraprendere il percorso di trasformazione? Come Hewlett Packard Enterprise supporta il canale e le aziende in questo cammino? Lo spiegano Paolo Delgrosso – HPE Channel, Service Provider, Smb Sales Director – e Sergio Crippa – IoT & Industry 4.0 Program Manager di Hewlett Packard Enterprise.

Digital Transformation: da dove cominciare
La digitalizzazione deve partire dal bene primario di una azienda, ossia dal proprio prodotto e/o servizio. “La ragione principale dell’esistenza di una azienda, nonché la misura del proprio successo, è unicamente correlata alla capacità di realizzare prodotti o servizi utili e innovativi. La digital transformation, quindi, può essere abilitata dalla digitalizzazione del prodotto, che possiamo realizzare attraverso le tecnologie applicate all’Industria 4.0 e all’IoT. Un prodotto digitale sarà poi l’elemento da cui partire per realizzare la trasformazione digitale anche nei processi e nelle organizzazioni”, spiega Sergio Crippa. “La trasformazione è un processo delicato ma che offre molte opportunità: oggi, unitamente alla tecnologia, sono messi a disposizione delle aziende anche delle leve fiscali e di incentivazione come ad esempio le politiche di incentivazione per l’Industria 4.0, che sono decisamente efficaci nel supportare le aziende negli investimenti e che deve essere colta immediatamente”, spiega Paolo Delgrosso. “L’elemento più critico va ricercato nel change management, nella conoscenza, nelle competenze che devono essere aggiornate e, successivamente, anche nell’ottimizzazione secondo nuovi standard di processi e organizzazione”.

Sergio Crippa HPE
Quali sono gli elementi che spingono le aziende a intraprendere un percorso di trasformazione digitale?

Secondo i manager di HPE, due sono i driver principali. Il primo di natura economica, che viene incentivato dalla riduzione della complessità, dall’efficienza del flusso informativo e dal ridisegno dei processi in ottica predittiva. L’altro è qualitativo, incentivato dalla maggior competitività e dallo sviluppo di nuove funzionalità e connettività utili a migliorare l’esperienza del cliente finale.

Industry 4.0: a che punto siamo?

Industria 4.0, Digital Manufacturing, Industrial Internet, Internet delle Cose sono tutti neologismi che caratterizzano alcune opportunità di crescita delle aziende in un mercato che negli ultimi anni ha visto forti cambiamenti nel mondo industrializzato in ogni suo settore. Queste parole sono l’eredità del periodo che ancora oggi stiamo vivendo, in cui il successo dipende dal riuscire a creare nuovi manufatti che potranno cambiare il modo di vivere, di “fare” e quindi l’industria. “Penso che una fra le caratteristiche che contraddistingue l’essere umano (quando effettivamente applicata) sia la capacità di migliorare se stessi. Non c’è nulla di più concreto come l’arte della manifattura e della realizzazione di strumenti e utensili. Rappresentare l’uomo e il suo progresso è stato da sempre l’elemento chiave della trasformazione e dell’evoluzione, in ogni epoca della vita umana”, dice Paolo Delgrosso. “Ecco quindi che l’uscita da un momento di trasformazione del mercato trova il suo canale preferenziale in una profonda rivisitazione delle politiche industriali. Tale trasformazione trova la sua naturale evoluzione nell’adozione delle tecnologie digitali che negli ultimi 50 anni hanno rappresentato lo strumento principale di ammodernamento ed efficientamento”. La quarta rivoluzione industriale è favorita da un ecosistema che spinge politiche, tecnologie, processi, formazione, organizzazioni. “Il mercato è in fermento, ci sono tante eccellenze, c’è tantissima voglia di fare, forte è la percezione della necessità di innovare il Paese. HPE è molto attenta a questo processo di trasformazione, abbiamo la stessa motivazione che vediamo nelle aziende di tutte le dimensioni, lavoriamo per creare un ecosistema. È questa la strada che tutti quanti dobbiamo intraprendere, senza dubbio e con la volontà di creare un nuovo futuro di benessere per i nostri figli”.

Quali sono le tecnologie più importanti per abilitare l’Industry 4.0?

Il paradigma di base dell’Industria 4.0 è l’insieme delle tecnologie digitali dell’Information Technology e dell’Operational Technology. Questi sono gli strumenti tramite i quali perseguire la rivoluzione 4.0. “Parliamo di strumenti e sistemi iperconnessi, in cui ogni oggetto può essere dotato di elementi digitali con capacità di elaborazione e trasmissione di informazioni, quali identificazione, localizzazione, diagnosi di stato nonché con la capacità di interazione e comunicazione con l’ambiente circostante (con altri sistemi o con l’uomo)”, racconta Sergio Crippa. “La lista delle tecnologie abilitanti è veramente ampia e tocca vari aspetti: connettività, smart object, Intelligent Edge, Hybrid Infrastructure, Cybersecurity, Augmented Reality, Digital platforms e, ancora, Additive Manufacturing, Advanced Automation, Human-Machine Interface, Cloud Manufacturing Industrial Analytics”.

Paolo DeGrosso HPE
Quali sono le unicità dell’offerta HPE per l’Industry 4.0?
HPE è l’interlocutore naturale per tutti i clienti e gli attori che operano nella trasformazione digitale. Ha un portfolio esteso capace di supportare integralmente un percorso di digitalizzazione in ambito Industria 4.0. “HPE è in grado di offrire architetture di Intelligent Edge atte a gestire e governare con capacità di computazione, archiviazione, trasporto ed analitica i dati che vengono generati in quantità massive nell’edge dell’Operational Technology. Le architetture di connettività sono capaci di trasportare il dato con performance e sicurezza dall’edge verso le Hybrid Infrastructure dei datacenter. Le competenze e soluzioni di cybersecurity danno garanzia ai nostri clienti di mantenere una compliancy e governance della sicurezza e responsabilità lungo l’intero ciclo di vita del prodotto digitale. Le piattaforme di IoT garantiscono la dorsale su cui sostenere l’intero progetto di digitalizzazione. Infine, offriamo servizi su supporto e integrazione per realizzare l’execution dei progetti. Il tutto, ovviamente, integrato da una naturale e chiara strategia Open, di partnership ed alleanze con gli attori dell’Operation technology e i partner di sistema”, spiega Crippa.

In un tessuto economico fatto da molte aziende medie e piccole, la tecnologia di HPE e dei suoi partner tecnologici può aiutare anche queste realtà?
“La tecnologia digitale non è una esclusiva delle grandi aziende. Anzi, al contrario, il tessuto industriale italiano ha sempre dimostrato la dinamicità e la capacità di innovare grazie alle tante eccellenze di settore. Siamo il Popolo di Leonardo!”, dice Paolo Delgrosso. HPE opera con i propri partner di territorio, capaci di avere una capillarità e un’efficacia direttamente connessa con il tessuto regionale e di distretto industriale in cui sono presenti, interfacciandosi con realtà di tutte le dimensioni.
In che modo i partner di HPE portano la digital transformation nel tessuto imprenditoriale italiano?
Hewlett Packard Enterprise ha fatto una scelta precisa in termini di strategia goto- market: aprirsi e coinvolgere sempre di più i partner per portare la propria offerta in modo capillare ed estesa sul territorio. Dopo tanti anni di forte collaborazione con HPE, i partner stessi hanno percepito l’importanza della digital transformation e hanno cominciato a investire in persone e competenze, sia tecniche che commerciali. “Lo strumento principale che stiamo utilizzando è quello della diffusione capillare di innovazione tecnologica sul territorio”, racconta Delgrosso. “Molti nostri partner a maggior specializzazione sono oggi operativi con gli Innovation Lab, luoghi di innovazione in cui si possono toccare con mano le tecnologie e le soluzioni al servizio della trasformazione digitale. Sono laboratori aperti e disponibili per tutti coloro che vogliono accedere alle nuove tecnologie. Abbiamo scelto di investire nel canale per incidere davvero e accompagnare le imprese e gli utenti finali nella loro digital transformation. I partner saranno i nostri alleati per portare la vera innovazione sul territorio”.

Cosa fa HPE per supportare i partner in questo percorso?
“HPE ha una chiara strategia di partner collaboration. La trasformazione digitale, per definizione, può essere realizzata solo grazie alla collaborazione tra i diversi attori, capaci di condividere il meglio delle proprie tecnologie per il raggiungimento di uno scopo comune. Da soli non si può trasformare, insieme sì”, concludono i manager.

Sergio Crippa HPE Paolo Delgrosso HPE

Digitalic n. 59: Trasformazione Digitale, l’era della muta

Digitalic n. 59: Trasformazione Digitale, l’era della muta

La trasformazione digitale non è una questione tecnologica, non consiste nel comprare questo o quel sistema, introdurre un insieme di software o di sensori, questi sono in fondo solo dei dettagli

L’epoca della muta Digitale

La trasformazione digitale è innanzitutto capire che è finito un ciclo economico e culturale, che quella che stiamo vivendo non è una crisi, non si tornerà indietro, il mercato non sarà mai più quello di prima, perché quello che esisteva è superato, cambiato, trasformato per sempre.
Ci troviamo in un nuovo assetto mondiale e non c’è nulla che potrà modificarlo, nemmeno la convinzione che sia un momento passeggero.
Bisogna semplicemente accettarlo e approfittare delle enormi opportunità che apre, anche se in modi diversi rispetto a quelli a cui eravamo abituati.
La trasformazione digitale è come una muta, quella che fanno alcuni animali quando crescono, per questo la nostra copertina è realizzata con una carta che simula la pelle di serpente, che alla fine di ogni ciclo vitale si trasforma, perde la sua pelle e nasce (nuovo) un’altra volta.
Ognuno di noi, ogni azienda o organizzazione, se vuole adattarsi al nuovo mondo deve cambiare, trasformarsi fino all’ultimo atomo, come fa l’Araba Fenice, l’altro simbolo che abbiamo voluto rappresentare nella nostra cover.
Le aziende, ma di fatto qualunque tipo di organizzazione, si trovano in questa fase, in cui trasformarsi è l’unica strada possibile, è l’unico modo per adattarsi alle mutate condizioni, ma è anche una straordinaria occasione di risorgere in cui la tecnologia è unicamente uno strumento.

Non bisogna pensare a cosa la tecnologia può fare per noi, ma cosa noi vogliamo fare, che il digitale può abilitare.
La cosa bella è che la tecnologia consente oggi di fare praticamente qualunque cosa e non vale solo per le startup, ma per ogni tipo di impresa, per qualsiasi tipo di struttura. Pensate ai clienti, a quello che volete realizzare: la tecnologia per farlo esiste già e pensate in grande. Nessuna piccola idea porta a grandi risultati. In questo numero trovate idee, spunti, storie di trasformazione. Accettate il cambiamento, lascatelo entrare e scoprite quanta luce può passare da quelle che sembrano le crepe del nostro mondo. (F.M)

Carlo Rienzi: la sicurezza dei consumatori passa dal web – intervista

Carlo Rienzi: la sicurezza dei consumatori passa dal web – intervista

Carlo Rienzi, avvocato di origine salernitana da anni residente nella Capitale, 70 anni da poco compiuti sempre da guerriero, nel 1986 fonda il Codacons (coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti), la più importante e potente associazione dei consumatori italiani, di cui è anche Presidente.

di Ilaria Galateria

Carlo Rienzi, agguerrito difensore dei contraenti deboli, Carlo Rienzi ha dato grande impulso alle lotte corporative tanto da guadagnarsi l’appellativo de “il più grande rompiscatole d’Italia”, da cui è nato anche il suo seguitissimo blog. “Se rompiscatole vuol dire ripristinare la legalità – sostiene Carlo Rienzi – allora sono onorato di esserlo… Da sempre il mio, il nostro obiettivo è quello di sollecitare la controparte a fornire risposte concrete, utili e a tutelare il consumatore in ogni aspetto”.

Oggi i cittadini si sentono maggiormente tutelati rispetto al passato, hanno ritrovato un po’ di fiducia?
Certamente. Negli ultimi dieci anni sono stati fatti grandi passi avanti sul fronte dei diritti dei consumatori, con tutele aumentate e più strumenti per la difesa delle categorie deboli. Al tempo stesso, però, si sono anche moltiplicate le opportunità di truffe e raggiri ai danni degli utenti, anche in relazione all’evolversi della tecnologia e ai cambiamenti della società.

Sono aumentate anche le insidie. Come vi state “attrezzando” in proposito?
Lanciando numerose azioni risarcitorie attraverso il web. Se proprio il mondo di Internet ha contribuito in modo massiccio ad aumentare scorrettezze e raggiri nei confronti dei consumatori, noi utilizziamo lo stesso strumento a favore degli utenti, pubblicando moduli da scaricare e azioni legali alle quali è possibile partecipare attraverso un semplice click, rendendo così più facile la partecipazione dei cittadini alle iniziative di autotutela.

Quali sono i campi dove si annidano i maggiori rischi?
Il mondo del virtuale è sicuramente quello che al momento fa registrare il maggior numero di insidie. Si pensi all’e-commerce o alle tante truffe che viaggiano via mail, tese a carpire dati sensibili dei consumatori o i numeri delle carte di credito. Anche la telefonia negli ultimi anni ha registrato un incremento abnorme dei raggiri – spesso legalizzati – per spillare soldi dai conti telefonici degli utenti.

In un’epoca così altamente tecnologica, quali sono le più efficaci forme di difesa?
Informarsi e non fidarsi di nessuno. Conoscere quali sono le principali truffe diffuse sul web o via mail e reperire informazioni sui venditori quando si fa un acquisto online. Diffidare da proposte di regali o sconti mirabolanti, perché nessuno regala niente e se un prodotto che costa 100 viene venduto a 10, essere consapevoli che potrebbe trattarsi di
una fregatura.

Quali sono le insidie nelle operazioni online?
I principali rischi riguardano la cessione dei propri dati sensibili – come numeri di carte di credito, codici bancari, ecc. – a perfetti sconosciuti. Ogni giorno riceviamo mail-spam di fantomatiche banche che ci chiedono di confermare i nostri dati e in molti ancora ci cascano, fornendo numeri di carte e bancomat e ritrovandosi poi prelievi non autorizzati sul conto. Anche lo shopping online cela grandi insidie, sono in crescita i casi di cittadini che acquistano sul web regalando letteralmente soldi a truffatori che non invieranno mai la merce promessa.

Quali sono gli strumenti per non cadere vittime del cyber crime?
Prima di tutto, ricordarsi che nessuna banca o ufficio postale chiederà mai via mail i vostri dati sensibili, né vi inviterà a inviare i numeri delle vostre carte di credito. Qualsiasi mail con richiesta di denaro per concorsi o promesse di bonifici da gente che risiede all’estero, va cestinata senza nemmeno leggerla. Gli acquisti online vanno fatti attraverso siti sicuri, che utilizzano transazioni protette e solo se viene espressamente indicato il nome, la sede legale e il numero telefonico del venditore. Importantissimo reperire online le opinioni di altri utenti che hanno effettuato acquisti prima di noi su un determinato sito, per valutarne correttezza, rispetto dei tempi di consegna e affidabilità.

Ci indica le truffe più comuni di cui cadiamo vittime?
Le più comuni truffe viaggiano su mail, perché i messaggi possono essere mandati indiscriminatamente a tutti: dalle finte vincite di denaro alle offerte di lavoro eccezionali, salvo poi iscriversi a servizi a pagamento per ricevere informazioni e scoprire che è una balla; la truffa del prestanome, con un ricco residente all’estero che ci chiede aiuto per sbloccare ingenti somme di denaro; e poi ancora finte agenzie immobiliari o raccolte di solidarietà inesistenti: tutte tese a sottrarre soldi ai malcapitati che abboccano.

Nel nostro Paese, diversamente dagli Stati Uniti, la class action non ha trovato applicazione. Quali sono a suo parere i motivi?
La legge italiana sulla class action è lontana anni luce da quella in vigore negli Usa. Da noi è un’arma spuntata, costosa, dai tempi lunghi e gli esiti incerti e non ha portato finora ad alcun successo utile in favore dei consumatori. Meglio le azioni risarcitorie collettive avviate dal Codacons su diversi fronti (banche, pensioni, stipendi bloccati, vittime del “dieselgate”, ecc.) che mirano a mettere insieme soggetti lesi nelle loro sacrosante richieste dinanzi la giustizia.

Security: Digitalic n. 58 – Tracce e minacce

Security: Digitalic n. 58 – Tracce e minacce

Il migliore peggior anno della security

È stato un anno terribile per la sicurezza: il boom dei ransomware, la grande offensiva partita dai dispositivi IoT che ha praticamente fermato Internet, il furto di dati subito dai più grandi network digitali del mondo, addirittura le elezioni Americane forse compromesse dal cyber crime, senza contare gli attacchi terroristici organizzati anche utilizzando strumenti e servizi digitali.
Insomma un anno in cui la sicurezza, anzi le grandi sconfitte della sicurezza, sono state spesso in prima pagina: una débâcle praticamente.

Tutti questi attacchi portati a segno sono stati anche il più grande corso di formazione mondiale sulla security. Contemporaneamente la crittografia si è sviluppata come mai prima.
Miliardi di persone hanno iniziato ad usare, ad esempio l’ encryption end-to-end, implementata dai servizi di comunicazione più diffusa: da WhatsApp, Facebook Messenger.
Insomma la sicurezza è diventato un aspetto quotidiano, normale, usuale per miliardi di persone.
Sono questi i “doni del male”: i continui successi degli Cracker (la versione malvagia degli hacker) hanno portato a nuovi livelli di security nei servizi digitali più diffusi e questo ha generato una nuova consapevolezza, un nuovo atteggiamento nei confronti delle modalità di proteggere la propria vita e il proprio lavoro.

È stato un anno terribile per la sicurezza, ma forse anche il suo anno migliore perché è cambiata, come non era mai successo, la cultura riguardo a questo aspetto del nostro mondo digitale.

Le persone sanno che non bisogna più chiedersi se si sarà vittima di attacchi, ma semplicemente quando lo si sarà, quanti danni si subiranno e in quanto tempo si riuscirà a capire cosa è successo.

Non si guarda più solo alle minacce, ma anche alle tracce, ai segnali che fanno presagire un attacco o che, a posteriori, ne spiegano le ragioni e gli obiettivi, per impedire che la cosa si ripeta.

Security Digitalic n. 58 Tracce e minacce video
La sicurezza non è, ormai da tempo, una fortificazione: qualcosa che si costruisce una volta per tutte, ma è più simile ad un lavoro di intelligence, che si fa continuamente e che facendolo diventa sempre più efficace.

Non sono più solo gli attaccanti a “tracciare” le vittime, ma le aziende e le persone diventano una parte attiva, rilevando i segnali, i comportamenti e gli effetti delle intrusioni, come parte integrante di ogni attività digitale.
Era questo il cambiamento che serviva per cercare di innalzare il livello di sicurezza mondiale. Nonostante le sconfitte, siamo sulla strada giusta.

Security Digitalic n. 58 Tracce e minacce

Digitalic X 2017