Paola Marzario e l’ecommerce all’italiana

Paola Marzario e l’ecommerce all’italiana

Paola Marzario è fondatrice e Amministratore Delegato di Brandon, distributore online che accompagna e supporta le aziende italiane nel mercato e-commerce. Seleziona i brand italiani noti o in forte crescita e gestisce per loro le campagne di vendita sui siti di e-commerce nel mondo. L’azienda è composta da un team di diciassette persone con un’età media di ventisei anni di cui il 70% donne e nel 2016 ha raggiunto un fatturato di oltre cinque milioni di euro. Brandon è anche nella top ten delle start-up milionarie d’Italia, sulle oltre 4.700 iscritte al Registro delle imprese innovative del Ministero dello Sviluppo Economico. Trentasette anni, originaria di Lecco, mamma di due bambini, Paola Marzario ha saputo coniugare perfettamente l’innovazione con la tecnologia. Un successo tutto al femminile. “Sono lusingata – ci dice – e un po’ mi spaventa l’idea che ancora siamo in poche ad emergere…”.

Partiamo dagli inizi. a soli 20 anni fonda ItaliaCasting. Un’idea vincente per una studentessa della Bocconi…
Paola Marzario: In effetti l’idea è nata sui banchi dell’Università. Studiavo Giurisprudenza ma ero incuriosita dal settore dell’organizzazione di eventi. Così ho deciso di fondare ItaliaCasting, una società in grado di unire domanda e offerta per l’organizzazione di eventi e casting. Nel 2008 ho ceduto la società, pur continuando a lavorarci all’interno per altri due anni. Questa è stata sicuramente un’esperienza molto utile anche per lo sviluppo della mia successiva avventura.

Infatti nel 2012 ha avuto l’intuizione di fondare Brandon Ferrari. C’era un’esigenza di mercato da colmare?
Assolutamente sì. Grazie all’esperienza acquisita nell’e-commerce e nell’organizzazione di piani media, ho intrapreso una nuova avventura imprenditoriale. All’inizio ho incontrato molte difficoltà: nel nostro Paese l’e-commerce è ancora un settore poco esplorato. Ma ho cercato di superare lo scetticismo iniziale siglando con le aziende un rapporto in esclusiva, così da svolgere online tutte le funzioni di un tradizionale distributore offline.

Perché il nome Brandon Ferrari?
È un’allusione all’e-commerce e al Made in Italy. Volevamo dare l’immagine di uno stilista italo-americano che andasse in giro a fare scouting di aziende ad alto potenziale. Abbiamo scelto, dunque, un nome prettamente americano, Brandon, associandolo a una parola rappresentativa del nostro Paese. Ferrari, infatti, è sinonimo di eccellenze italiane e non solo, richiama la casa automobilistica e lo spumante… Inoltre, se prendiamo singolarmente le parole, il risultato è “Brand on Ferrari”, ovvero il marchio che corre velocemente verso i fatturati. Dal 2016, però, è stato ribattezzato come Brandon Group.

Quali sono i settori di punta della startup?
Brandon Group, che vanta oltre ottanta brand in esclusiva, valuta i marchi italiani più conosciuti e ad alto potenziale. I settori di punta sono il fashion (uomo, donna e bambino) e l’home and living. Ultimamente ci stiamo aprendo allo sportswear e al food.

Quali requisiti deve avere un’azienda per poter entrare nel mercato e-commerce?
Prima di tutto un team efficiente e con svariate competenze da destinare al mercato online. Portare un’azienda nel mondo dell’e-commerce non è così semplice. Non tutte, infatti, possiedono i requisiti necessari. Bisogna crederci. Poi è necessario coordinare i vari processi, la produzione, il marketing, la comunicazione e, soprattutto, la logistica. Quest’ultima è fondamentale. L’e-commerce richiede tempi brevissimi.

Una sede a Milano e una a Napoli. Nord e Sud?
A Napoli esiste un polo fashion molto importante. È una città strategica per la sua vicinanza con due importanti aree industriali e commerciali, il distretto tessile di San Giuseppe Vesuviano e il Cis di Nola. Il Sud ha una grave mancanza per quanto riguarda la cultura digitale e l’apertura della sede napoletana rientra nella strategia di espansione commerciale per la digitalizzazione delle aziende.

Per creare una startup non basta un’idea vincente, sono necessari anche i finanziamenti. quanto sono stati importanti i venture capital?
Ritengo siano fondamentali per la parte iniziale, ovvero per il lancio e lo sviluppo della piattaforma tecnologica oltre che per la fase di network. Avere dei contatti e un supporto aiuta l’accesso alle banche, ai fornitori e rafforza la credibilità del business. Le competenze di Gianluca Dettori di dPixel e Fabio Cannavale di Volagratis sono stati importanti per la nascita e lo sviluppo di Brandon.

L’e-commerce è ormai un fenomeno in forte crescita in tutto il mondo, anche se in italia sono ancora poche le imprese. Come mai?
C’è una scarsa educazione culturale per quanto riguarda l’online. Questa mentalità, unita a un certo timore, ci rende meno inclini al commercio elettronico. In Paesi come la Germania e l’Inghilterra l’e-commerce, invece, ha preso piede.

Tre consigli per trasformare un’idea in un’impresa:
Il team giusto. Sembra banale ma è più importante dell’idea. Non arrendersi. Non darsi mai per vinti perché le difficoltà non mancheranno. Infine, studiare. Analizzare il mercato, conoscerlo, essere consapevoli di quali potrebbero essere i punti critici, quelli di miglioramento e di forza. La consapevolezza, dunque, del proprio bacino di riferimento.

I progetti futuri di Paola Marzario?
Far crescere ancora l’azienda. Ma in futuro mi piacerebbe aiutare i giovani a realizzare grandi idee.

Paola Marzario

HPE e la trasformazione delle imprese italiane

HPE e la trasformazione delle imprese italiane

La trasformazione digitale non è una materia da follower. Le imprese italiane devono intraprendere un percorso di innovazione, a partire dalla digitalizzazione del prodotto, arrivando a cambiare l’organizzazione e i processi

Efficienza e competitività: sono queste le ragioni primarie per cui la trasformazione digitale è il perno su cui le aziende incardinano la crescita. Quali sfide si trovano ad affrontare le imprese italiane? Da dove cominciare a intraprendere il percorso di trasformazione? Come Hewlett Packard Enterprise supporta il canale e le aziende in questo cammino? Lo spiegano Paolo Delgrosso – HPE Channel, Service Provider, Smb Sales Director – e Sergio Crippa – IoT & Industry 4.0 Program Manager di Hewlett Packard Enterprise.

Digital Transformation: da dove cominciare
La digitalizzazione deve partire dal bene primario di una azienda, ossia dal proprio prodotto e/o servizio. “La ragione principale dell’esistenza di una azienda, nonché la misura del proprio successo, è unicamente correlata alla capacità di realizzare prodotti o servizi utili e innovativi. La digital transformation, quindi, può essere abilitata dalla digitalizzazione del prodotto, che possiamo realizzare attraverso le tecnologie applicate all’Industria 4.0 e all’IoT. Un prodotto digitale sarà poi l’elemento da cui partire per realizzare la trasformazione digitale anche nei processi e nelle organizzazioni”, spiega Sergio Crippa. “La trasformazione è un processo delicato ma che offre molte opportunità: oggi, unitamente alla tecnologia, sono messi a disposizione delle aziende anche delle leve fiscali e di incentivazione come ad esempio le politiche di incentivazione per l’Industria 4.0, che sono decisamente efficaci nel supportare le aziende negli investimenti e che deve essere colta immediatamente”, spiega Paolo Delgrosso. “L’elemento più critico va ricercato nel change management, nella conoscenza, nelle competenze che devono essere aggiornate e, successivamente, anche nell’ottimizzazione secondo nuovi standard di processi e organizzazione”.

Sergio Crippa HPE
Quali sono gli elementi che spingono le aziende a intraprendere un percorso di trasformazione digitale?

Secondo i manager di HPE, due sono i driver principali. Il primo di natura economica, che viene incentivato dalla riduzione della complessità, dall’efficienza del flusso informativo e dal ridisegno dei processi in ottica predittiva. L’altro è qualitativo, incentivato dalla maggior competitività e dallo sviluppo di nuove funzionalità e connettività utili a migliorare l’esperienza del cliente finale.

Industry 4.0: a che punto siamo?

Industria 4.0, Digital Manufacturing, Industrial Internet, Internet delle Cose sono tutti neologismi che caratterizzano alcune opportunità di crescita delle aziende in un mercato che negli ultimi anni ha visto forti cambiamenti nel mondo industrializzato in ogni suo settore. Queste parole sono l’eredità del periodo che ancora oggi stiamo vivendo, in cui il successo dipende dal riuscire a creare nuovi manufatti che potranno cambiare il modo di vivere, di “fare” e quindi l’industria. “Penso che una fra le caratteristiche che contraddistingue l’essere umano (quando effettivamente applicata) sia la capacità di migliorare se stessi. Non c’è nulla di più concreto come l’arte della manifattura e della realizzazione di strumenti e utensili. Rappresentare l’uomo e il suo progresso è stato da sempre l’elemento chiave della trasformazione e dell’evoluzione, in ogni epoca della vita umana”, dice Paolo Delgrosso. “Ecco quindi che l’uscita da un momento di trasformazione del mercato trova il suo canale preferenziale in una profonda rivisitazione delle politiche industriali. Tale trasformazione trova la sua naturale evoluzione nell’adozione delle tecnologie digitali che negli ultimi 50 anni hanno rappresentato lo strumento principale di ammodernamento ed efficientamento”. La quarta rivoluzione industriale è favorita da un ecosistema che spinge politiche, tecnologie, processi, formazione, organizzazioni. “Il mercato è in fermento, ci sono tante eccellenze, c’è tantissima voglia di fare, forte è la percezione della necessità di innovare il Paese. HPE è molto attenta a questo processo di trasformazione, abbiamo la stessa motivazione che vediamo nelle aziende di tutte le dimensioni, lavoriamo per creare un ecosistema. È questa la strada che tutti quanti dobbiamo intraprendere, senza dubbio e con la volontà di creare un nuovo futuro di benessere per i nostri figli”.

Quali sono le tecnologie più importanti per abilitare l’Industry 4.0?

Il paradigma di base dell’Industria 4.0 è l’insieme delle tecnologie digitali dell’Information Technology e dell’Operational Technology. Questi sono gli strumenti tramite i quali perseguire la rivoluzione 4.0. “Parliamo di strumenti e sistemi iperconnessi, in cui ogni oggetto può essere dotato di elementi digitali con capacità di elaborazione e trasmissione di informazioni, quali identificazione, localizzazione, diagnosi di stato nonché con la capacità di interazione e comunicazione con l’ambiente circostante (con altri sistemi o con l’uomo)”, racconta Sergio Crippa. “La lista delle tecnologie abilitanti è veramente ampia e tocca vari aspetti: connettività, smart object, Intelligent Edge, Hybrid Infrastructure, Cybersecurity, Augmented Reality, Digital platforms e, ancora, Additive Manufacturing, Advanced Automation, Human-Machine Interface, Cloud Manufacturing Industrial Analytics”.

Paolo DeGrosso HPE
Quali sono le unicità dell’offerta HPE per l’Industry 4.0?
HPE è l’interlocutore naturale per tutti i clienti e gli attori che operano nella trasformazione digitale. Ha un portfolio esteso capace di supportare integralmente un percorso di digitalizzazione in ambito Industria 4.0. “HPE è in grado di offrire architetture di Intelligent Edge atte a gestire e governare con capacità di computazione, archiviazione, trasporto ed analitica i dati che vengono generati in quantità massive nell’edge dell’Operational Technology. Le architetture di connettività sono capaci di trasportare il dato con performance e sicurezza dall’edge verso le Hybrid Infrastructure dei datacenter. Le competenze e soluzioni di cybersecurity danno garanzia ai nostri clienti di mantenere una compliancy e governance della sicurezza e responsabilità lungo l’intero ciclo di vita del prodotto digitale. Le piattaforme di IoT garantiscono la dorsale su cui sostenere l’intero progetto di digitalizzazione. Infine, offriamo servizi su supporto e integrazione per realizzare l’execution dei progetti. Il tutto, ovviamente, integrato da una naturale e chiara strategia Open, di partnership ed alleanze con gli attori dell’Operation technology e i partner di sistema”, spiega Crippa.

In un tessuto economico fatto da molte aziende medie e piccole, la tecnologia di HPE e dei suoi partner tecnologici può aiutare anche queste realtà?
“La tecnologia digitale non è una esclusiva delle grandi aziende. Anzi, al contrario, il tessuto industriale italiano ha sempre dimostrato la dinamicità e la capacità di innovare grazie alle tante eccellenze di settore. Siamo il Popolo di Leonardo!”, dice Paolo Delgrosso. HPE opera con i propri partner di territorio, capaci di avere una capillarità e un’efficacia direttamente connessa con il tessuto regionale e di distretto industriale in cui sono presenti, interfacciandosi con realtà di tutte le dimensioni.
In che modo i partner di HPE portano la digital transformation nel tessuto imprenditoriale italiano?
Hewlett Packard Enterprise ha fatto una scelta precisa in termini di strategia goto- market: aprirsi e coinvolgere sempre di più i partner per portare la propria offerta in modo capillare ed estesa sul territorio. Dopo tanti anni di forte collaborazione con HPE, i partner stessi hanno percepito l’importanza della digital transformation e hanno cominciato a investire in persone e competenze, sia tecniche che commerciali. “Lo strumento principale che stiamo utilizzando è quello della diffusione capillare di innovazione tecnologica sul territorio”, racconta Delgrosso. “Molti nostri partner a maggior specializzazione sono oggi operativi con gli Innovation Lab, luoghi di innovazione in cui si possono toccare con mano le tecnologie e le soluzioni al servizio della trasformazione digitale. Sono laboratori aperti e disponibili per tutti coloro che vogliono accedere alle nuove tecnologie. Abbiamo scelto di investire nel canale per incidere davvero e accompagnare le imprese e gli utenti finali nella loro digital transformation. I partner saranno i nostri alleati per portare la vera innovazione sul territorio”.

Cosa fa HPE per supportare i partner in questo percorso?
“HPE ha una chiara strategia di partner collaboration. La trasformazione digitale, per definizione, può essere realizzata solo grazie alla collaborazione tra i diversi attori, capaci di condividere il meglio delle proprie tecnologie per il raggiungimento di uno scopo comune. Da soli non si può trasformare, insieme sì”, concludono i manager.

Sergio Crippa HPE Paolo Delgrosso HPE

Carlo Rienzi: la sicurezza dei consumatori passa dal web – intervista

Carlo Rienzi: la sicurezza dei consumatori passa dal web – intervista

Carlo Rienzi, avvocato di origine salernitana da anni residente nella Capitale, 70 anni da poco compiuti sempre da guerriero, nel 1986 fonda il Codacons (coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti), la più importante e potente associazione dei consumatori italiani, di cui è anche Presidente.

di Ilaria Galateria

Carlo Rienzi, agguerrito difensore dei contraenti deboli, Carlo Rienzi ha dato grande impulso alle lotte corporative tanto da guadagnarsi l’appellativo de “il più grande rompiscatole d’Italia”, da cui è nato anche il suo seguitissimo blog. “Se rompiscatole vuol dire ripristinare la legalità – sostiene Carlo Rienzi – allora sono onorato di esserlo… Da sempre il mio, il nostro obiettivo è quello di sollecitare la controparte a fornire risposte concrete, utili e a tutelare il consumatore in ogni aspetto”.

Oggi i cittadini si sentono maggiormente tutelati rispetto al passato, hanno ritrovato un po’ di fiducia?
Certamente. Negli ultimi dieci anni sono stati fatti grandi passi avanti sul fronte dei diritti dei consumatori, con tutele aumentate e più strumenti per la difesa delle categorie deboli. Al tempo stesso, però, si sono anche moltiplicate le opportunità di truffe e raggiri ai danni degli utenti, anche in relazione all’evolversi della tecnologia e ai cambiamenti della società.

Sono aumentate anche le insidie. Come vi state “attrezzando” in proposito?
Lanciando numerose azioni risarcitorie attraverso il web. Se proprio il mondo di Internet ha contribuito in modo massiccio ad aumentare scorrettezze e raggiri nei confronti dei consumatori, noi utilizziamo lo stesso strumento a favore degli utenti, pubblicando moduli da scaricare e azioni legali alle quali è possibile partecipare attraverso un semplice click, rendendo così più facile la partecipazione dei cittadini alle iniziative di autotutela.

Quali sono i campi dove si annidano i maggiori rischi?
Il mondo del virtuale è sicuramente quello che al momento fa registrare il maggior numero di insidie. Si pensi all’e-commerce o alle tante truffe che viaggiano via mail, tese a carpire dati sensibili dei consumatori o i numeri delle carte di credito. Anche la telefonia negli ultimi anni ha registrato un incremento abnorme dei raggiri – spesso legalizzati – per spillare soldi dai conti telefonici degli utenti.

In un’epoca così altamente tecnologica, quali sono le più efficaci forme di difesa?
Informarsi e non fidarsi di nessuno. Conoscere quali sono le principali truffe diffuse sul web o via mail e reperire informazioni sui venditori quando si fa un acquisto online. Diffidare da proposte di regali o sconti mirabolanti, perché nessuno regala niente e se un prodotto che costa 100 viene venduto a 10, essere consapevoli che potrebbe trattarsi di
una fregatura.

Quali sono le insidie nelle operazioni online?
I principali rischi riguardano la cessione dei propri dati sensibili – come numeri di carte di credito, codici bancari, ecc. – a perfetti sconosciuti. Ogni giorno riceviamo mail-spam di fantomatiche banche che ci chiedono di confermare i nostri dati e in molti ancora ci cascano, fornendo numeri di carte e bancomat e ritrovandosi poi prelievi non autorizzati sul conto. Anche lo shopping online cela grandi insidie, sono in crescita i casi di cittadini che acquistano sul web regalando letteralmente soldi a truffatori che non invieranno mai la merce promessa.

Quali sono gli strumenti per non cadere vittime del cyber crime?
Prima di tutto, ricordarsi che nessuna banca o ufficio postale chiederà mai via mail i vostri dati sensibili, né vi inviterà a inviare i numeri delle vostre carte di credito. Qualsiasi mail con richiesta di denaro per concorsi o promesse di bonifici da gente che risiede all’estero, va cestinata senza nemmeno leggerla. Gli acquisti online vanno fatti attraverso siti sicuri, che utilizzano transazioni protette e solo se viene espressamente indicato il nome, la sede legale e il numero telefonico del venditore. Importantissimo reperire online le opinioni di altri utenti che hanno effettuato acquisti prima di noi su un determinato sito, per valutarne correttezza, rispetto dei tempi di consegna e affidabilità.

Ci indica le truffe più comuni di cui cadiamo vittime?
Le più comuni truffe viaggiano su mail, perché i messaggi possono essere mandati indiscriminatamente a tutti: dalle finte vincite di denaro alle offerte di lavoro eccezionali, salvo poi iscriversi a servizi a pagamento per ricevere informazioni e scoprire che è una balla; la truffa del prestanome, con un ricco residente all’estero che ci chiede aiuto per sbloccare ingenti somme di denaro; e poi ancora finte agenzie immobiliari o raccolte di solidarietà inesistenti: tutte tese a sottrarre soldi ai malcapitati che abboccano.

Nel nostro Paese, diversamente dagli Stati Uniti, la class action non ha trovato applicazione. Quali sono a suo parere i motivi?
La legge italiana sulla class action è lontana anni luce da quella in vigore negli Usa. Da noi è un’arma spuntata, costosa, dai tempi lunghi e gli esiti incerti e non ha portato finora ad alcun successo utile in favore dei consumatori. Meglio le azioni risarcitorie collettive avviate dal Codacons su diversi fronti (banche, pensioni, stipendi bloccati, vittime del “dieselgate”, ecc.) che mirano a mettere insieme soggetti lesi nelle loro sacrosante richieste dinanzi la giustizia.

Security Fabric, la risposta di Fortinet alla protezione aziendale

Security Fabric, la risposta di Fortinet alla protezione aziendale

“Tanto non capita a me”, “non ho nulla da nascondere”: sono queste false certezze, combinate a scarsa attenzione e mancanza di formazione, che portano le persone ad affrontare con leggerezza l’approccio ai sistemi informatici aziendali. Ebbene sì, spesso sono i dipendenti l’anello debole di un sistema di security. Che errori commettono? E come le imprese possono ovviare al problema? Ce lo spiega Cesare Radaelli, Director Channel Account di Fortinet.

Quali sono gli errori più comuni?
Gli errori più gravi che commettono i dipendenti delle aziende hanno sfumature diverse. A volte sono dovuti a “pigrizia” e leggerezza. Ad esempio, scrivere la password di un computer e lasciarla attaccata al monitor o considerarsi solo un piccolo ingranaggio all’interno di una grande macchina e quindi non soggetto ad attacchi. Oppure aprire mail sospette di phishing, utilizzare account personali per accedere a siti di storage online e file sharing, sono tutte azioni che possono provocare incidenti di sicurezza pesanti. Aprono una porta di accesso alle risorse aziendali e possono costituire l’elemento di giunzione dei malware, che si diffondono spesso all’insaputa del dipendente, ignaro di quello che ha provocato.

Quali sono i malware e le tipologie di attacco più diffuse?
Possiamo citare i ransomware – come il noto Criptolocker – e più in generale i malware dotati di meccanismi di autoapprendimento raffinati, che li rendono capaci di adattarsi all’ambiente target che stanno cercando di raggiungere. Sono difficili da scoprire e possono provocare danni considerevoli. L’obiettivo di questi attacchi è la monetizzazione istantanea, orchestrata da vere e proprie organizzazioni criminali. Anche se lo scopo non è sempre economico: tutto dipende dall’attaccante e delle sue motivazioni. C’è chi agisce per motivi socio politici, tramite gli attacchi DDoS, che puntano a creare fastidio, disturbi, ritardi, malfunzionamenti, mettere in cattiva luce i competitor o condurre una cyber war con scopi strategici. Gli obiettivi possono essere diversi e così anche i target, che spaziano dalle aziende private agli enti governativi e militari.

In questo panorama articolato, in che modo la tecnologia Fortinet riesce a proteggere le aziende?
Forniamo una serie di strumenti per proteggersi grazie al Security Fabric, l’approccio su cui poggia la nostra offerta. Si tratta di una piattaforma di soluzioni che lavora in modo coordinato e che permette alle aziende di avere un maggiore controllo, un punto di vista unico su tutto ciò che succede al suo interno. Protegge da fenomenologie di attacco disparate, passando per i diversi sistemi aziendali e arrivando a gestire anche le minacce non note. Consente di capire diversi fenomeni, che possono apparire slegati tra loro ma che potrebbero essere riconducibili a un unico attacco. Ad esempio, le mail di phishing che sembrano fini a se stesse possono essere parte di un attacco strutturato.

Chi deve proteggersi?
La sicurezza è trasversale a tutte le aziende, di ogni tipologia e dimensione. In Italia, patria di moda, design e piccole eccellenze, gli attacchi possono essere finalizzati allo spionaggio industriale, a rubare idee o controllare cosa stanno facendo i concorrenti. Un’azienda che vive su un brevetto, ad esempio, deve assicurarsi che il suo bene reale sia al sicuro. Ogni vertical di mercato poggia la propria competitività su reti informatiche usate da persone, il Fortinet Security Fabric si colloca proprio su queste, con l’obiettivo di proteggere le reti stesse ma anche le applicazioni che vengono utilizzate e gli utenti che le usano.

Fortinet Security Fabric è una piattaforma che si può integrare anche con altre tecnologie già presenti?
Certamente. Le aziende già utilizzano reti informatiche e sistemi di sicurezza, noi siamo in grado di adattarci al preesistente valorizzandolo al meglio. Security Fabric è un’architettura aperta. È sicura, flessibile e scalabile, perché la costruzione di un sistema di security deve procedere per gradi, consentendo di pianificare investimenti anche nel medio periodo.

Come prevenire gli attacchi e come gestire eventuali minacce sconosciute?
La prevenzione si fa da un lato con la formazione, rendendo maggiormente coscienti gli utenti dei rischi che si possono correre, dall’altro lato dotandosi di strumenti capaci di riconoscere minacce conosciute e di gestire anche quelle non note. Rispetto al passato, però, è cambiato l’approccio: non è più sufficiente pensare alla prevenzione, è importante riuscire a portare avanti un’indagine continua nei propri sistemi per capire se qualcuno è riuscito a entrare, cosa ha fatto e per quanto tempo. È un atteggiamento tecnologico e culturale che prima non c’era. Una rete non ha più limiti – complici anche i device mobili -, non ha perimetro, è spesso aperta a servizi esterni e impone un cambio di passo radicale. Visto il continuo evolversi del panorama delle minacce, non è possibile prevenire tutto: è importante la capacità di reazione. Dove non riesco a prevenire dovrò “curare” nel minor tempo possibile. Per questo devo avere visibilità e cercare di costruire le reti segmentandole, per affrontare e circoscrivere il problema nel migliore dei modi.

Mario Moretti Polegato: Geox, la storia di un’idea tra creatività e innovazione

Mario Moretti Polegato: Geox, la storia di un’idea tra creatività e innovazione

L’intervista a Mario Moretti Polegato, fondatore e presidente di Geox, una figura di primo piano dell’economia mondiale tanto da essere definito oltreoceano: “un sogno americano realizzato in Italia”

*di Ilaria Galateria

Tutto nasce, per caso, nel 1990. Un viaggio negli Stati Uniti, nel Nevada, per promuovere il prosecco (la famiglia di Mario Moretti Polegato da tre generazioni è tra i più grandi produttori al mondo di vini).
Una gita nel deserto e i piedi che cominciano a soffrire terribilmente il caldo.

L’idea di Mario Moretti Polegato

Così, per cercare refrigerio, l’allora giovane imprenditore vinicolo Mario Moretti Polegato decide di forare con un coltellino svizzero le suole di gomma delle sue scarpe.
Da qui, l’idea
. Tornato in Italia, “ripudia” il mestiere che la tradizione di famiglia aveva disegnato per lui e ne abbraccia un altro, allora assolutamente nuovo e sconosciuto, fatto di innovazione e tecnologia. Curiosità, passione e apertura diventano le chiavi del suo successo. “Gli inizi non sono stati facili – ricorda l’imprenditore veneto Moretti Polegato di Biadene, frazione di Montebelluna – ma non ho mai mollato.

Facendo lunghe ricerche ho scoperto l’esistenza di una membrana prodotta da un’azienda americana per la Nasa, un materiale molto particolare in grado di sopportare gli sbalzi termici e contemporaneamente permettere la traspirazione. Era il teflon, composto di miliardi di micro pori dal diametro inferiore alle gocce d’acqua. Il volume del vapore però è 700 volte inferiore a quello di una goccia. In poche parole, il vapore passa e l’acqua no”.

Quali le difficoltà iniziali?

Per tre anni ho offerto la mia idea a molte importanti aziende di calzature ma nessuno ci credeva e se la sentiva di investire in quello che sulla carta sembrava un bizzarro progetto. Così, ho deciso di brevettare la cosiddetta “suola che respira” e mettermi in proprio. Ho scelto cinque giovani ingegneri di Treviso (uno per la ricerca, uno per produzione e stile, uno per l’amministrazione, uno per le vendite, uno per il marketing) e, in collaborazione con l’Università di Padova, ho sviluppato il mio progetto.
Era il 1995. La prima produzione di scarpe è stata rivolta ai bambini. Un boom (ricorda Mario Moretti Polegato) Una sorpresa, non lo nego, anche per me. Il prodotto è cresciuto in poco tempo in maniera incredibile. Poi sono nate le collezioni uomo, donna, l’abbigliamento.

In poco più di vent’anni la Geox – il nome Geo, che sta per terra, a cui ha aggiunto una x finale come sinonimo di tecnologia, l’ha ideato lo stesso Mario Moretti Polegato – è diventata la prima azienda in Italia nel settore della calzatura casual e la terza a livello mondiale con 30mila dipendenti e 1150 negozi in 114 Paesi.

“Un’idea vale più di una fabbrica” è un suo slogan…

Sì. Sono convinto che il vero valore sia nell’idea. Prima di Geox la scarpa con la suola bucata era sinonimo di povertà, oggi di tecnologia. L’Italia è uno dei Paesi con maggiore capacità di disegno, creatività e stile ma spesso e volentieri non siamo capaci di trasformare un’idea in un business perché manca una cultura del brevetto e c’è scarsa collaborazione tra impresa e Università. Questo è un tema che mi sta molto a cuore.

E infatti lei è molto vicino alla realtà giovanile, nella sua azienda ha creato una scuola di formazione per spronare i giovani a trasformare le proprie idee… Ho un rapporto privilegiato con i giovani, mi piace ascoltarli, dialogare con loro e infatti spesso sono invitato nelle varie Università europee. In Geox c’è una grande attenzione alla formazione e alla riqualificazione perché quello che ci differenzia da tutto il mondo della calzatura casual è la tecnologia e l’innovazione.

Oggi in azienda abbiamo circa sessanta brevetti, di cui venti utilizzati e applicati in produzione. La nostra scuola periodicamente accoglie neolaureati che lavorano sia sulla ricerca applicata al prodotto che sui nuovi materiali. La tecnologia evolve, l’idea va nutrita e cresciuta, altrimenti muore.

Fashion e tecnologia, un binomio indissolubile e i suoi prodotti ne sono la prova…

Io ci credo moltissimo. Sono convinto che il mondo stia andando verso questa direzione. Sempre più capi sono dotati di tecnologia. Oggi il consumatore è molto smart e tecnologico anche nell’acquisto. Prima chiedeva stile, prezzo e qualità. Oggi, visto che il potere di acquisto medio è calato, desidera le stesse cose ma pretende innovazione tecnologica, cioè un valore aggiunto rispetto ai prodotti concorrenti.

Ha portato la tecnologia anche nelle scarpe dei piloti di Formula 1…

Dal 2012 abbiamo collaborato per tre anni con la Formula 1 e il motivo è semplice. Un pilota nell’arco di una gara perde in media 2/3 litri di acqua e gran parte del sudore esce dai piedi perché l’abitacolo in fibra di carbonio si riscalda parecchio. Così ho potuto dimostrare che la mia tecnologia traspirante funziona e migliora le condizioni del pilota. Ed è stato un successo incredibile.

La tecnologia sta influenzando il nostro vivere quotidiano. È così anche per la moda?

Certamente. Oggi la tecnologia è parte integrante del nostro modo di essere e di vivere. E la moda ne risente in maniera positiva. C’è un’esigenza di materiali che assicurino impermeabilità, resistenza al vento, leggerezza, termoregolazione, traspirabilità.

In futuro la tecnologia potrebbe penalizzare la creatività umana?

No. La tecnologia non solo non penalizzerà la creatività umana ma permetterà di esaltarla. Ogni mattina comincio la giornata accendendo il mio pc, vedo che regolarmente la tecnologia migliora e ci scherzo su: tu sarai sempre più intelligente, ripeto spesso al mio computer, ma io sarò sempre più creativo!

Geox si è avvicinata a una produzione ecosostenibile con la nuove scarpe New:Do. Una sfida green, un segnale importante?

La nostra azienda è molto attenta al tema della sostenibilità, alla tutela dell’ambiente vegetale e animale. Per questo stiamo offrendo al mercato soluzioni innovative dal punto di vista tecnologico, stilistico e di design a ridotto impatto ambientale. La New:Do ha la stesso beneficio di una scarpa Geox, con in più un impatto ridotto sull’ambiente.

Le pelli sono trattate solo con sostanze naturali, la suola è di gomma 100% naturale e all’interno solo di origine vegetale. Inoltre, la scarpa è realizzata con un bassissimo consumo energetico. New:Do è solo uno dei segnali che traduce la filosofia della nostra azienda. Da poco abbiamo inaugurato un ristorante aziendale dove ogni giorno uno chef lavora a stretto contatto con un nutrizionista e gli ingredienti dei piatti sono tutti a chilometro zero. Per alimentare il mondo Geox attingiamo sempre più a fonti di energia rinnovabile. Un cammino già avviato da tempo.

Mario Moretti Polegato Geox

Nerio Alessandri: Technogym e l’ IoT nel wellness

Nerio Alessandri: Technogym e l’ IoT nel wellness

Un’anima creativa e un forte spirito imprenditoriale da sempre caratterizzano il romagnolo Nerio Alessandri, presidente e fondatore di Technogym, azienda leader nel settore del fitness e wellness e presidente di Wellness Foundation, ente no profit per il miglioramento della qualità della vita delle persone.

di Ilaria Galateria

La storia di Nerio Alessandri inizia nel 1983 quando, a soli 22 anni, con in tasca un diploma di perito tecnico, un’esperienza in un’azienda di macchine per packaging della frutta e una grande passione per lo sport, decide di disegnare e creare nel garage di casa la prima attrezzatura per la ginnastica. “Nella palestra di Cesena dove mi allenavo – ricorda Alessandri – mi resi conto che c’erano attrezzi molto basici. Pesi, panche e poco più. Da qui l’idea di creare attrezzi più sicuri e facili da usare”.
Nerio Alessandri in quegli anni, con il boom delle palestre e del fitness, la sua è una vera e propria rivoluzione nel settore. “ La prima macchina fu un successo – continua – tanto che la palestra a cui l’avevo venduta mi ordinò una linea completa di prodotti. E Technogym da hobby diventò un business a tempo pieno”.
Così, coniugando la passione per lo sport e per uno stile di vita sano, l’amore per il design e l’inclinazione per l’innovazione e la tecnologia, in pochi anni Nerio Alessandri crea un autentico impero (oltre duemila dipendenti ) e Technogym, fornitore ufficiale anche dei Giochi Olimpici di Rio 2016, è tra le aziende più ammirate al mondo, tanto da essere definita un “miracolo italiano” e approdare in Borsa.
Nerio Alessandri Technogym

Nerio Alessandri lei è pioniere nel settore del fitness, all’inizio è stato difficile lanciare i prodotti Technogym?
Technogym ha una storia da vera e propria startup. Abbiamo iniziato senza grandi risorse ma con tanta energia, idee e creatività, con la voglia di innovare e creare qualcosa per migliorare la qualità della vita delle persone. Più di venti anni fa, in un mondo dominato dalla cultura del fitness fatta di muscoli e apparenza, abbiamo lanciato il wellness, uno stile di vita italiano con radici che affondano nella filosofia dell’antica Roma: mens sano in corpore sano. Il wellness, equilibrio tra corpo, mente e spirito, si raggiunge con un regolare esercizio fisico, una dieta sana e un approccio mentale positivo.

Con l’avvento della tecnologia, come è cambiato il mondo del fitness?
Tecnologia e innovazione sono da sempre nel dna di Techogym, il cui nome, appunto, è la combinazione di tecnologia e design – “Techno” – con sport – “Gym”.
Oggi il digitale è componente fondamentale della nostra offerta, completamente “Internet of Things”, grazie a Techogym Ecosystem, ecosistema digitale in grado di connettere in tutto il mondo le nostre attrezzature, i centri sportivi e le persone. Grazie al cloud e alla app di Technogym per smartphone, le persone sono in grado di connettersi al proprio programma wellness personalizzato, sia sugli attrezzi in palestra che sul proprio smartphone quando si allenano all’aperto o in viaggio.

In che modo la tecnologia è stata di grande aiuto nel mondo del fitness?
Oggi le persone hanno capito quanto lo stile di vita wellness sia sinonimo di salute. E in questo la tecnologia ha certamente un ruolo rilevante perché ci permette di offrire non solo un prodotto ma una soluzione completa e personalizzata accessibile a tutti, in qualsiasi luogo e momento. Ad esempio, con la Technogym app è possibile accedere al proprio profilo, monitorare l’attività fisica svolta durante la sessione di allenamento sui nostri attrezzi ma anche misurare il movimento svolto nelle attività quotidiane. La app include tutti i dati sul proprio programma di allenamento personalizzato, i risultati, gli obiettivi. Altro esempio è l’interfaccia Unity presente sulle macchine, cioè una console interattiva Android che permette a ogni utente di accedere al proprio mondo: programmi di allenamento, archivio dei risultati, siti web preferiti, social network, intrattenimento con video e canali TV preferiti. Unity inoltre è anche dotata di una webcam per consentire a chi la utilizza durante l’allenamento di effettuare video-chiamate con il proprio trainer o con i contatti preferiti.
Nerio Alessandri Technogym Unity interface

Cos’è MyRunning Logbook?
È un’applicazione esclusiva disponibile solo sulle nostre attrezzature con la quale gli utenti possono replicare sul tapis roulant la propria corsa preferita, monitorando la posizione sulla mappa e confrontando il ritmo con le prestazioni outdoor, registrate da applicazioni mobili compatibili come la nostra app o da altri dispositivi di tracciamento”

Oggi chi sono i fruitori degli apparecchi Techogym?
Il wellness è per tutti. Abbiamo stimato che 35 milioni di persone si allenano ogni giorno con Technogym nei 65.000 centri wellness che abbiamo nel mondo, in casa, negli hotel, nelle aziende che hanno un programma dedicato ai loro dipendenti, nelle scuole, nelle università, negli ospedali e nei centri di riabilitazione. A questi si aggiungono le centinaia di centri di preparazione atletica per gli sportivi e per i club sportivi come Milan, Inter, Juventus, Paris Saint Germain, Chelsea FC, Ferrari nella Formula 1, Mc Laren, l’EA7 Armani jeans nel basket e tanti altri. Abbiamo l’onore, inoltre, di essere stati i fornitori esclusivi delle Olimpiadi di Sydney 2000, Atene 2004, Torino 2006, Pechino 2008, Londra 2012 e Rio 2016.
Nerio Alessandri Technogym

Digitalic X 2017