Cloudflare licenzia 1.100 persone pari al 20% del personale e nello stesso giornonello stesso giorno in cui ha comunicato ricavi in crescita del 34% rispetto all’anno precedente, la decisione arriva dopo l’implementazione dell’AI Agentica.
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Per anni il mercato ha associato i grandi tagli nel settore tecnologico a crisi, frenate improvvise, crolli post-pandemici o modelli di business che non riuscivano più a sostenere la crescita promessa; qui invece sta succedendo qualcosa di completamente diverso, quasi opposto: un’azienda che continua a espandersi, che consolida il proprio ruolo nell’infrastruttura di Internet e che, proprio mentre accelera, decide di ridurre drasticamente il numero di persone necessarie per funzionare. La dichiarazione di Matthew Prince, fondatore della società, è chiara fino al grottesco “Solo perchè sei in forna questo no significa che non possa essere ancora più in forma”.
Il caso Cloudflare non è solo molto diverso dagli altri licenziamenti che abbiamo visto negli ultimi anni; ma mette in evidenza il tema non tanto dei dei costi ma della ridefinizione del modello operativo.
Matthew Prince non è un CEO qualsiasi della Silicon Valley; da sedici anni costruisce Cloudflare attorno all’idea di “un Internet migliore”, una formula che nel tempo è diventata quasi una postura culturale, più che uno slogan aziendale e che ha trasformato la società in uno dei grandi snodi invisibili della rete globale. Insomma uno di quei Ceo illumnati che oltre al profit raccontano di volere inseguire il sogno di una Internet più sicura per tutti. Ma cosa è Cloudflare? Oggi non è semplicemente una società di cybersecurity; è uno strato infrastrutturale di Internet, uan coperta di sicurezza che avvolge quasi tutto quello che vive online, proteggendo siti, piattaforme, servizi cloud e applicazioni distribuite in tutto il mondo.
Le parole usate da Prince durante la call con gli analisti hanno un peso particolare; perché non arrivano da un manager che sta rincorrendo il mercato ma da uno dei protagonisti della trasformazione dell’infrastruttura digitale globale.
“Just because you’re fit doesn’t mean you can’t get fitter”, ha detto, spiegando che anche un’azienda efficiente può diventarlo ancora di più grazie all’intelligenza artificiale; poi ha usato una frase ancora più interessante: “It was like going from a manual to an electric screwdriver”, cioè il passaggio da un cacciavite manuale a uno elettrico, una metafora che racconta bene la natura del cambiamento, perché non descrive semplicemente un miglioramento incrementale ma una modifica del rapporto stesso tra lavoro, velocità ed energia necessaria per ottenere un risultato. E’ l’automazione industriale dell’AI che arriva con tutta la sua potenza nella realtà e sostituisce compiti di alto livello.
Tutto questo ha una spiegazione: “the use of AI has increased over 600% in the last three months”, abbiamo aumentato dle 600% l’uso dell’A agentica negli ultimi 6 mesi… abbiamo usato gli Agenti e AI e ora ci occorrono meno persone di quelle che impiegavamo prima, dice sostanzialmente
Negli ultimi due anni abbiamo raccontato l’intelligenza artificiale soprattutto come supporto alla produttività: copiloti, assistenti, strumenti per scrivere codice più velocemente, sintetizzare riunioni, automatizzare attività o generare contenuti.
Il caso Cloudflare mostra invece un altro passaggio, molto più profondo e anche più crudo, perché qui l’AI non viene più usata per aiutare il lavoro umano ma per ridefinire quale parte del lavoro umano continui a essere necessaria.
Su Digitalic abbiamo raccontato più volte come l’intelligenza artificiale stia diventando infrastruttura critica delle imprese, modificando cloud, cybersecurity, governance e data center, fino al concetto di AI Factory teorizzato da Jensen Huang. AI Factory: perché Jensen Huang dice che le aziende diventeranno fabbriche di intelligenza artificiale
Cloudflare aggiunge un nuovo pezzo del puzzle; perché mostra cosa accade quando questa trasformazione infrastrutturale entra direttamente nell’organizzazione del lavoro.
Il termine “agentic”, che fino a pochi mesi fa sembrava quasi una parola da addetti ai lavori, improvvisamente assume un significato concreto; perché un sistema agentico non si limita a suggerire o assistere ma esegue task, coordina workflow, interagisce con altri sistemi e porta avanti attività in autonomia crescente. In pratica non è più il software che aiuta una persona a lavorare meglio; è il software che assorbe una parte del lavoro (o tutto)
Ma la questione non riguarda solo Cloudflare; nella stessa settimana, sono arrivati annunci simili da parte di PayPal, Coinbase, Freshworks, Arctic Wolf, Ticketmaster e Upwork.
I settori sono differenti, le storie aziendali non sovrapponibili; eppure emerge un filo comune sempre più evidente: l’AI sta smettendo di essere uno strato aggiuntivo e sta diventando il criterio attorno a cui vengono ridisegnate le aziende e ridefinito il lavoro uamno.
Questo è probabilmente il vero messaggio che oggi devono cogliere CIO e CEO; perché non siamo più nella fase sperimentale dell’intelligenza artificiale, quella dei progetti pilota o dei team innovation che testano casi d’uso limitati, ma in una fase in cui le imprese iniziano a ripensare struttura, processi e dimensionamento delle organizzazioni assumendo che una parte crescente delle attività verrà svolta da sistemi autonomi, si apre una fase che non è solo tecnologica ma quasi morale… Se l’AI automatizza funzioni e interi lavori cosa si fa con la maggiore produttività e redditività che genera? Cloudfare ha deciso di far crescere il numero in fondo alla linea di bilancio, di annunciara una crescita del 34%, di remunerare gli azionisti
C’è poi un aspetto da analizzare: la severance package prevista da Cloudflare, la buonuscita diremmo da noi. L’azienda garantirà ai dipendenti licenziati la paga base fino alla fine del 2026 e manterrà alcune componenti equity fino al 15 agosto. In Silicon Valley non è una misura banale; ed è probabilmente il punto in cui emerge la tensione più profonda di tutta questa storia.Perché questi dipendenti non vengono licenziati perché hanno fallito, né perché l’azienda stia attraversando una crisi; vengono tagliati perché l’organizzazione aziendale sta cambiando più velocemente della struttura occupazionale costruita negli anni precedenti, questo che rende la fase attuale così diversa dalle precedenti rivoluzioni tecnologiche. Nel Novecento i licenziamenti di massa erano quasi sempre il sintomo di una debolezza industriale; oggi iniziano invece ad arrivare nelle aziende più forti, più profittevoli e più avanzate dal punto di vista tecnologico… non si taglia perché il business rallenta; si taglia perché il business continua a crescere anche con meno persone. Senza una struttura di welfare il rischio è che si trasformi in un’ondata drammatica.
Matthew Prince, uno degli uomini che per anni ha parlato di un Internet “migliore per tutti”, si trova ora nella posizione di dover ridefinire concretamente chi rientra ancora in quel “tutti”, se ci siano persone che sono “più tutti di altri”.
Su Digitalic abbiamo già raccontato come l’AI stia modificando il DNA stesso delle aziende, trasformando infrastrutture, sicurezza e governance in un ecosistema operativo sempre più autonomo. AI e infrastrutture: perché l’intelligenza artificiale sta cambiando il DNA delle aziende
Oggi la questione riguarda la forma stessa delle organizzazioni: aziende costruite assumendo che una parte del lavoro cognitivo venga svolta stabilmente da agenti autonomi, sistemi che non si limitano più a supportare le persone ma iniziano a sostituire intere porzioni di attività operative, decisionali e gestionali.
Questa è parte più destabilizzante della transizione che stiamo attraversando; perché l’intelligenza artificiale non sta entrando nelle aziende come una tecnologia aggiuntiva, sta lentamente diventando il principio attorno a cui le aziende vengono riprogettate e le persone licenziate. Serve capire il fenomeno per approntare, almeno in Europa dei correttivi, una flessibilità sicura come in Danimarca e raccontata anche dal premio Nobel per l’Economia Philippe Aghion.
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