Trentadue chilometri: è tutto ciò che separa l’Iran dall’Oman nel punto più stretto dello Stretto di Hormuz, quel corridoio d’acqua nel quale, fino al 28 febbraio 2026, transitava il 27% del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20% del gas naturale liquefatto globale; poi l’operazione militare americana e israeliana contro l’Iran ha trasformato quella lingua di Golfo Persico in qualcosa che nessun modello di rischio del settore tecnologico aveva mai classificato come prioritario, ovvero il collo di bottiglia fisico dell’intelligenza artificiale.
Si tratta di chimica, di fisica e di una catena di dipendenze materiali che l’industria tech ha costruito su premesse di stabilità geopolitica che il mondo, nel 2026, ha smesso di garantire; non di una metafora.
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“Il transito di navi attraverso lo stretto è crollato da circa 130 unità al giorno di febbraio a sole 6 nel mese di marzo 2026: una contrazione di circa il 95% rispetto alla normalità.”
— UNCTAD, Rapid Assessment on Hormuz Disruptions, aprile 2026
Un dato che l’UNCTAD, la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, ha fotografato nella sua analisi rapida sulla crisi, aggiungendo che la crescita del commercio mondiale è attesa in frenata dal 4,7% del 2025 a non più del 2,5% nel 2026; numeri che raccontano l’impatto sull’economia reale, ma il cui peso sulla tecnologia è di natura diversa, meno visibile e più profonda.
Il petrolio e il gas naturale liquefatto (GNL, in inglese LNG, la forma criogenica in cui il gas viene raffreddato a meno 162 gradi per essere trasportato su navi cisterna) dominano i titoli perché dominano l’immaginario collettivo della crisi energetica; ma c’è un altro gas, invisibile e quasi senza nome nella comunicazione mainstream, che sta minacciando la produzione dei chip su cui gira l’intelligenza artificiale: si chiama elio, e da questa crisi non uscìrà indenne.
Il Qatar è il secondo produttore mondiale di elio, responsabile di circa un terzo dell’offerta globale; l’elio viene estratto fisicamente come sottoprodotto della lavorazione del gas naturale nello stabilimento di Ras Laffan, la città industriale sul Golfo che rappresenta il più grande hub di esportazione LNG del pianeta. Quando i droni iraniani hanno colpito Ras Laffan nei primi giorni di marzo 2026, non hanno solo interrotto la produzione di gas: hanno tolto dal mercato mondiale circa un terzo dell’elio disponibile.
La ragione per cui questo dovrebbe interessare ogni CIO o responsabile IT sta tutta nella filiera produttiva dei semiconduttori: senza elio non si producono i chip su cui gira ogni sistema di intelligenza artificiale, perché l’elio è indispensabile nelle cosiddette fab, le fabbriche di semiconduttori, dove raffredda i wafer di silicio durante la litografia EUV (Extreme Ultraviolet, la tecnica di incisione a luce ultravioletta estrema che permette di disegnare circuiti a 2 e 3 nanometri), mantiene la stabilità termica nei processi più delicati e rileva perdite nei sistemi ad alta pressione; sostituti pratici a breve termine non esistono.
“Anche se lo stretto aprisse oggi, ci vorrebbero almeno quattro o sei mesi per normalizzare le forniture. Non è qualcosa che si risolve appena il conflitto finisce.”
— Bettina Weiss, Chief of Staff e Corporate Strategy, SEMI (associazione internazionale della catena di approvvigionamento dei semiconduttori)
L’elio liquido ha una vita utile di appena 35-48 giorni prima di evaporare dai contenitori, il che rende impossibile costituire scorte strategiche significative; ogni settimana di chiusura dello stretto è quindi una settimana di inventario che si esaurisce senza reintegro.
“In Cina i prezzi dell’elio ad alta purezza importato dal Qatar hanno già raggiunto gli 85-90 yuan al metro cubo contro gli 83 della produzione domestica, con il pieno impatto della disruption atteso in Asia entro inizio aprile, visti i tempi di spedizione tipici di 30-45 giorni dal Qatar.”
— Caixin Global, Qatar Helium Shutdown Adds New Risk to Chip Supply Chain, 16 marzo 2026
L’elio è tuttavia solo il piano più visibile di una stratificazione di vulnerabilità chimiche che l’industria tecnologica non aveva mai analizzato con onestà: il bromo, necessario per incidere i circuiti nella produzione di DRAM (Dynamic Random Access Memory, la memoria ad accesso rapido presente in ogni server e personal computer), è esploso a 12.000 dollari per tonnellata metrica, perché la Corea del Sud importava il 97% del proprio fabbisogno da Israele, coinvolta anch’essa nel conflitto; lo zolfo, ignorato da quasi tutti, è quello che un analista ha definito “il problema silenzioso”, dato che circa il 50% di quello commercializzato via mare nel mondo transita per Hormuz, e senza zolfo non si produce l’acido solforico con cui si purificano i chip nelle camere bianche.
“La crisi dello zolfo ha ricadute dirette sulla produzione di rame, che è la materia prima fondamentale per l’espansione fisica dell’AI sotto forma di cavi, trasformatori e aggiornamenti alla rete elettrica.”
— World Economic Forum, Nine Commodities Impacted by the Hormuz Crisis, aprile 2026
Quattro materiali, elio bromo zolfo rame: quattro punti di crisi nella filiera che nessuno aveva inserito nella lista dei rischi critici.
L’industria dell’intelligenza artificiale ha costruito la propria narrazione pubblica sulla dematerializzazione, sul principio per cui i modelli crescono, i costi di inferenza scendono e il software mangia il mondo; la crisi di Hormuz ha imposto una correzione fisica a quella narrazione, riportando al centro della scena l’energia, i materiali e le catene logistiche che rendono possibile qualunque elaborazione digitale.
Come abbiamo documentato analizzando il consumo energetico reale dei modelli AI, ogni query su un grande modello di linguaggio consuma risorse fisiche misurabili; moltiplicate per miliardi di interazioni al giorno, quelle risorse diventano una voce energetica paragonabile a quella di intere nazioni. I cinque maggiori hyperscaler mondiali, ovvero le aziende che gestiscono le infrastrutture cloud su cui gira quasi tutta l’AI globale, Amazon, Microsoft, Google, Meta e Oracle, hanno collettivamente impegnato oltre 660 miliardi di dollari in capex (spese in conto capitale, il budget destinato a costruire infrastrutture fisiche) per il 2026; eppure quella cifra non basta a sbloccare l’ingorgo materiale che la crisi ha creato.
“Il 30-50% della capacità pianificata nei data center nel 2026 slitterà al 2028: la variabile scarsa non è più il capitale finanziario, ma la certezza della consegna di elio, rame e chip avanzati.”
— Omdia, SemiDynamics 2026 Q1 Report, citato da Manufacturing Dive
Il nodo energetico si stringe con particolare violenza su Taiwan e Corea del Sud, i due paesi che producono rispettivamente la quasi totalità dei chip logici avanzati e la quasi totalità della HBM (High Bandwidth Memory, la memoria ultra-veloce che alimenta ogni GPU nei data center AI); chip che, come abbiamo raccontato nell’analisi del NVIDIA GTC 2026, sono ormai il cuore pulsante di qualunque infrastruttura AI, dal cloud aziendale ai sistemi di inferenza su larga scala. Taiwan dipende per il 97% dall’importazione di energia, il GNL copre circa il 50% della sua generazione elettrica, le riserve strategiche sono stimate in meno di due settimane di autonomia, e TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, la fabbrica di chip più avanzata del pianeta) consuma da sola circa il 10% di tutta l’elettricità dell’isola.
“La domanda supererà l’offerta lungo tutto il 2026 per la memoria destinata ai server AI; IDC prevede che il DRAM costerà 9,71 dollari per gigabyte contro i 3,76 del 2025, e Microsoft ha già tradotto questo dato in aumenti di prezzo sui propri PC Surface.”
— CNBC, Tech hyperscalers Q1 earnings after Iran war, 28 aprile 2026 — con dichiarazione di Sanjay Mehrotra, CEO Micron
“C’è ancora molta incertezza riguardo alla durata e alla profondità del conflitto; stiamo operando nell’ipotesi che lo stretto potrebbe non riaprirsi completamente per mesi.”
— Ahmed Moghal, CFO Baker Hughes, Q1 2026 con gli investitori
Chi legge la crisi di Hormuz soltanto come uno shock energetico simmetrico, che colpisce tutti nella stessa misura, commette un errore di analisi destinato a diventare costoso: la realtà geopolitica è più complicata, e chi ne trae vantaggio strutturale è la Cina.
Pechino dipende da Hormuz per circa un terzo del proprio petrolio, ma ha costruito riserve strategiche stimate in circa un miliardo di barili, pari a diversi mesi di consumo; soprattutto, nell’ultimo decennio ha edificato una base produttiva da energie rinnovabili senza equivalenti nel mondo, con cinque volte più solare, cinque volte più eolico, quindici volte più nucleare e cinquanta volte più chilometri di linee di trasmissione aggiunti rispetto agli Stati Uniti nello stesso arco di tempo.
“LNG and helium shortages risk crippling Asia’s semiconductor supply chain and delaying AI infrastructure expansion; il KOSPI (Korea Composite Stock Price Index, il principale indice di borsa sudcoreano) ha chiuso circa l’1% in ribasso nelle sedute più difficili della crisi, con Samsung in calo del 2,4% e TSMC dello 0,5%, mentre il prezzo spot del GNL per la consegna nel nord-est asiatico si avvicinava ai 20 dollari per milione di BTU (British Thermal Unit, l’unità di misura standard nel commercio internazionale di gas).”
— South China Morning Post, How prolonged Iran war could disrupt Asia tech industry, aprile 2026
Sul fronte dell’elio, la capacità produttiva cinese di elio ultra-puro ha raggiunto circa 1,2 milioni di metri cubi annui, coprendo solo circa il 5% del fabbisogno domestico, ma con stime di settore che indicano un possibile raddoppio oltre i 3 milioni entro fine 2026: non ancora sufficiente a coprire la domanda, ma abbastanza da creare una leva geopolitica concreta, poiché se la crisi di Hormuz si prolunga, Pechino potrebbe posizionarsi come fornitore alternativo di elio per i produttori di chip asiatici le cui catene tradizionali di approvvigionamento sono state interrotte.
In questo scenario, la narrativa sull’isolamento tecnologico della Cina attraverso i controlli all’export americani sulla produzione di chip avanzati assume una luce diversa: Pechino non produce ancora chip a 3 nanometri con le proprie tecnologie, ma dispone di riserve energetiche più solide, di un accesso al gallio che controlla in modo pressoché monopolistico a livello mondiale, e di una base manifatturiera che dipende meno dai flussi di Hormuz di quanto non dipendano le concorrenti alleate degli Stati Uniti.
Le grandi analisi della crisi si concentrano sull’elio e sul GNL; i segnali più interessanti, però, sono quelli che restano ai margini e che disegnano le traiettorie di lungo periodo con maggiore precisione di qualunque modello finanziario.
Il primo: a marzo 2026, attacchi con droni hanno danneggiato tre strutture di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain, un dato che non è una nota a margine, perché il Golfo era diventato in pochi anni uno dei centri di gravità più importanti per l’espansione AI globale, con incentivi fiscali, energia a basso costo e accesso a mercati emergenti che avevano attratto investimenti di Microsoft, Google e Meta; quella strategia geografica deve essere interamente ripensata.
Il secondo segnale riguarda la domanda: Arabia Saudita, Qatar ed Emirati non erano solo fornitori di materie prime ed energia, ma anche i maggiori acquirenti di chip AI destinati a costruire le proprie infrastrutture nazionali; il blocco degli investimenti in quella regione comprime la domanda effettiva in un momento in cui i produttori di GPU avevano già scontato nei modelli di business una crescita sostenuta in quell’area, con effetti doppi e in parte contraddittori sui prezzi.
“I premi assicurativi per le navi in zone ad alto rischio sono aumentati fino al 300%, le rotte vengono ridisegnate via Capo di Buona Speranza con allungamenti fino a 10-15 giorni nei tempi medi di consegna, e i rendimenti del cargo aereo sono saliti del 18,9% su base annua con una tariffa media di 2,75 dollari per chilogrammo.”
— Matrice Digitale, Crisi supply chain Hormuz, aprile 2026
Costi che si trasferiscono sull’intera catena logistica dell’elettronica, colpendo in modo sproporzionato i componenti che non possono aspettare mesi per essere consegnati: le schede di memoria, le GPU, i moduli di raffreddamento per i server AI.
Per l’Europa, Hormuz ha funzionato come uno specchio impietoso, rivelando non solo la dipendenza energetica strutturale, ma l’assenza di una strategia industriale tecnologica capace di tenere conto della realtà geopolitica effettiva del pianeta.
“I benchmark del gas europei, in particolare il TTF olandese (Title Transfer Facility, il principale indice di riferimento per il prezzo del gas in Europa, simile a quello che il Brent rappresenta per il petrolio), si sono quasi raddoppiati a oltre 60 euro per MWh (Megawattora) entro metà marzo 2026, con le scorte continentali già ai minimi storici, circa il 30% di capacità, dopo un inverno particolarmente rigido; la Banca Centrale Europea ha posticipato le riduzioni pianificate dei tassi il 19 marzo, alzando le previsioni di inflazione e riducendo quelle di crescita del PIL.”
— Dati Commissione Europea, marzo-aprile 2026
“In soli 60 giorni di conflitto la nostra spesa per l’import di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro; l’Unione avrà bisogno di energia in abbondanza, soprattutto a causa della rapida espansione dei data center e dell’intelligenza artificiale.”
— Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, Parlamento europeo, aprile 2026 (fonte: ANSA / Il Sole 24 Ore)
Quella frase è il riconoscimento, al massimo livello istituzionale europeo, che l’AI non è un tema di software e algoritmi bensì di infrastruttura fisica, energia e catene di approvvigionamento materiale; arriva in ritardo, ma arriva, e segna un cambio di registro nella narrativa di Bruxelles che nessun convegno di policy avrebbe prodotto con la stessa urgenza.
Il paradosso europeo ha tuttavia una struttura che le dichiarazioni di Bruxelles non riescono da sole a sciogliere: l’Europa non produce chip avanzati, non controlla l’accesso alle materie prime critiche per la manifattura di semiconduttori, non possiede nessuno dei nodi strategici della catena del valore AI globale; il CHIPS Act europeo, il piano che punta a portare la produzione continentale di semiconduttori al 20% del totale mondiale entro il 2030, era già prima della crisi una scommessa ambiziosa su tempi lunghi, con le fabbriche in costruzione in Germania, Francia e Polonia che richiedono anni prima di entrare in produzione a regime.
“La crisi energetica ha già spinto alcuni governi asiatici a riattivare protocolli di lavoro agile su scala nazionale per contenere i consumi, mentre aziende come NVIDIA, Microsoft, Google e Apple hanno attivato protocolli di evacuazione o lavoro remoto totale per le sedi in zone geopoliticamente instabili.”
— Il Sole 24 Ore, Crisi energetica 2026: torna lo smart working nel mondo, aprile 2026
“La vera domanda non è quale energia scegliere, ma quanto velocemente si riuscirà a costruire un sistema che tenga insieme sicurezza, sostenibilità e competitività; perché mentre il mondo discute di futuro, i prezzi stanno già parlando al presente.”
— Rivista AI, Energia sotto pressione: tra Hormuz, Big Tech, AI e nucleare, aprile 2026
I data center AI richiedono energia stabile e garantita ventiquattr’ore su ventiquattro, con una caratteristica che in inglese si chiama dispatchability, ovvero la capacità di un impianto di erogare energia su richiesta, quando serve, non solo quando il vento soffia o il sole splende: ed è esattamente quello che le sole rinnovabili non sempre riescono a garantire; come anticipato già nel 2024 quando le big tech americane iniziarono a guardare al nucleare come fonte privilegiata per i data center, il motivo non era ideologico ma ingegneristico, e la crisi di Hormuz non ha fatto che accelerare quella transizione culturale nel dibattito politico europeo.
Il gap con gli Stati Uniti, che dispongono di produzione domestica di gas capace di proteggerli parzialmente dallo shock, rischia di allargarsi proprio nel momento in cui la competizione sull’AI si gioca in termini di capacità computazionale installata e di costo dell’energia per gestirla: non è solo un gap energetico, ma tecnologico e competitivo, che la crisi di Hormuz non ha creato, ma ha reso strutturalmente e definitivamente visibile.
“La crisi di Hormuz proietta un’ombra sull’intera catena di approvvigionamento chip asiatica, rendendo difficile per Corea del Sud e Taiwan rifornirsi di elio, GNL e altri materiali critici in modo che i mercati percepiscono come strutturale, non contingente.”
— Nikkei Asia, Iran war sparks helium supply concerns for South Korea chip sector, 12 marzo 2026
La distinzione tra crisi contingente e fragilità strutturale è quella su cui si gioca l’analisi più importante: la crisi del neon del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva interrotto le forniture di un altro gas industriale essenziale per la litografia dei chip, aveva già suonato un campanello d’allarme analogo, e il settore aveva reagito con qualche diversificazione senza però affrontare la vulnerabilità sistemica di fondo.
Hormuz ha rivelato che quella vulnerabilità non era un’anomalia gestibile: era una caratteristica strutturale di un’industria che ha privilegiato l’efficienza dei costi sulla resilienza, e il concetto di just-in-case sostituisce quello di just-in-time non come opzione strategica ma come condizione di sopravvivenza competitiva; le scorte strategiche di gas industriali, i contratti forward (contratti a lungo termine stipulati in anticipo a prezzo fisso per proteggersi dalla volatilità del mercato spot, cioè dal prezzo di acquisto immediato sul mercato aperto), la diversificazione geografica dei fornitori e il reshoring di capacità produttiva vicino ai mercati finali cessano di essere elementi di gestione del rischio e diventano voci di bilancio obbligatorie.
Il chip più avanzato del mondo non vale nulla se non si riesce a produrlo per mancanza di elio con cui raffreddare i wafer, di bromo per incidere i circuiti o di energia per alimentare la fab: questa è la lezione industriale di Hormuz, scritta in caratteri che nessun modello di rischio precedente aveva saputo leggere.
Rimane però una domanda aperta, quella a cui nessuna fonte ha risposto con certezza: quanto di questo cambiamento sopravviverà alla fine del conflitto? Lo Stretto di Hormuz si è già parzialmente riaperto nel cessate il fuoco di aprile 2026, e i mercati azionari dei chip hanno risposto con rimbalzi significativi; ma l’Iran, se sopravvive come potenza regionale, sa ora con certezza di avere uno strumento di pressione sull’economia tecnologica globale che può riattivare ogni volta che le tensioni con Washington e Tel Aviv si riaccendono; su questo scenario di lungo periodo vale la pena leggere l’analisi del World Economic Forum su come la crisi di Hormuz stia riscrivendo il futuro dell’AI, che traccia con precisione le linee di fragilità strutturale del sistema energetico-tecnologico globale ben oltre l’orizzonte del conflitto in corso.
La fragilità che questa crisi ha esposto non scompare con la firma di un accordo di pace: resta incisa nella mappa delle dipendenze che l’industria tech ha costruito in trent’anni di globalizzazione; quante altre strozzature simili esistono, ancora invisibili, ancora non censite nei modelli di rischio delle grandi aziende tecnologiche, è una domanda a cui nessuno sa rispondere con precisione, e questa incertezza è già, di per sé, un dato strategico.
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