L’industria che verrà sarà sempre più connessa, secondo la società di consulenza Roland Berger che ha interpretato le tendenze degli ultimi 15 anni per disegnare uno scenario possibile al 2030. Dall’inizio del secolo ad oggi il peso dell’industria nella creazione del valore si è lentamente trasferito alle economie emergenti.
Una tendenza che diventa anche più evidente se si confronta la situazione del 1991 con quella del 2011. In vent’anni il valore aggiunto dell’industria manifatturiera, che nel ’91 era concentrato per l’80% nelle aree tradizionalmente sviluppate (Europa occidentale, Nord America e Giappone), si è lentamente trasferito ai paesi emergenti, che sono passati a rappresentare il 40% del valore aggiunto manifatturiero (per un totale di 6.577 miliardi di euro). In Europa occidentale, invece, il valore del manifatturiero è calato di più di 10 punti percentuali, passando dal 36% al 25%.
Nei prossimi quindici anni, però, i paesi tradizionalmente sviluppati – e in particolare quelli europei – hanno la possibilità di riprendere una parte del terreno perduto, se riusciranno a utilizzare la digitalizzazione per dare risposte più rapide alle richieste del mercato. Secondo l’analisi, per l’Europa, l’obiettivo è di tornare al 20% di valore aggiunto manifatturiero rispetto all’attuale 15% e per raggiungere tale meta occorre investire 1.300 miliardi di euro nei prossimi 15 anni, vale a dire 90 miliardi di euro all’anno.
Per quanto riguarda l’Italia, la quota per partecipare a Industry 4.0 è pari a 15 miliardi all’anno nei prossimi 15 anni. Una somma importante, ma da investire vista la possibile garanzia nei prossimi decenni di un sostanzioso vantaggio competitivo. Infatti il rapporto firmato Roland Berger prevede che, entro il 2030, il numero di lavoratori del comparto industriale salirà dai 25 milioni del 2011 ai 31 della fine del prossimo decennio, facendo registrare sei milioni di posti di lavoro in più.
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