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Nextcloud e sovranità digitale: Karlitschek spiega perché l’Europa ha già tutto, tranne il coraggio

Frank Karlitschek, fondatore di Nextcloud, ha una risposta per spiegare perché l’Europa, dopo vent’anni di dibattito sulla sovranità digitale, consegna ancora oltre il 70% del proprio mercato cloud ai provider americani: «Mancano il coraggio e la fiducia in noi stessi. Non le risorse, non la tecnologia, non i soldi… il coraggio». Karlitschek contribuisce a progetti open source dalla fine degli anni Novanta, ha fondato ownCloud nel 2010 e nel 2016 ha lasciato quel progetto per dare vita a Nextcloud, oggi la piattaforma di collaborazione on-premise più diffusa al mondo. Nel 2026 ha ricevuto lo Special Recognition Award agli European Open Source Awards per il contributo al business e all’impatto del software libero in Europa. Ha costruito un’alternativa concreta a Microsoft 365 e Google Workspace: sa esattamente quanto costa farlo, e perché in Europa si fa ancora troppo poco.

Frank Karlitschek, fondatore e Ceo di NextCloud

Nextcloud: il manifesto di Karlitschek del 2015

Nel 2015 Karlitschek scrisse lo User Data Manifesto, un documento che avvertiva del rischio di concentrare in cinque aziende tutta la comunicazione e tutti i dati del pianeta. All’epoca sembrava visionario, oggi sembra quasi ottimista rispetto alla realtà. «Non avevo previsto i problemi geopolitici attuali, non avevo previsto Trump», ammette. «Ma era chiaro che affidare la vita digitale di tutti a un pugno di corporation non era un futuro sano. Era la strada verso una distopia».

Il tema non è diventato più semplice: è diventato esistenziale. Come abbiamo raccontato nell’analisi sulla sovranità digitale dopo Schrems II e la guerra in Ucraina, i dati non sono mai stati neutri, ma oggi è evidente a chiunque. Il Cloud Act americano, le tensioni sui semiconduttori, la guerra dei chip: ogni crisi geopolitica mette sotto pressione la dipendenza digitale europea e rivela quanto sia fragile affidarsi a infrastrutture che obbediscono a leggi straniere.

Migrare da Microsoft a Nextcloud: quanto ci vuole davvero

La domanda pratica per un CIO o un CEO che gestisce un’azienda da cinquemila postazioni è concreta: quanto tempo richiede una migrazione da Microsoft a Nextcloud? Karlitschek non fa sconti: «Dipende dall’organizzazione. Alcune lo fanno in un mese, alcune pubbliche amministrazioni ci mettono un anno. Non per limiti tecnologici, ma per la gestione del cambiamento, la formazione degli utenti, i casi limite».

Il processo tipico prevede tre fasi: una proof of concept, un pilota su un dipartimento, poi la migrazione completa con il change management necessario per accompagnare le persone senza traumi. L’obiettivo dichiarato di Nextcloud è comprimere tutto questo in un unico click: «Immagina di decidere il venerdì di provare Nextcloud, attivare un’istanza da uno dei provider europei partner, premere il tasto di migrazione e trovare lunedì mattina email, chat, file e SharePoint già spostati. Stiamo lavorando su questo». Un sogno operativo, con una roadmap concreta alle spalle.

Puoi approfondire il tema della migrazione cloud e delle sue implicazioni per le imprese nel nostro articolo sui trend di sovranità digitale del 2026.

Il problema non è la burocrazia è farne una scusa

Uno degli argomenti più usati nei convegni europei per spiegare il gap con gli Stati Uniti è la regolamentazione eccessiva. Karlitschek non ci crede: «Ero a tre eventi questa settimana. In tutti e tre il refrain era lo stesso: troppa burocrazia, troppi ostacoli. Ma questa è una scusa. Non è la burocrazia che ci tiene indietro».

Il punto che fa è più scomodo: la Commissione Europea potrebbe decidere domani di acquistare solo soluzioni open source europee per le infrastrutture critiche. Non sarebbe rivoluzionario; sarebbe esattamente quello che fanno gli Stati Uniti con il loro mercato, quello che fa la Cina, quello che fa la Russia. «Lo fanno tutti, tranne noi. Perché vogliamo sembrare aperti e amici. Ma al proprio futuro digitale si deve rispondere con decisioni, non con buone intenzioni».

Il tema è stato affrontato anche nel nostro approfondimento su perché l’Europa deve avere il suo cloud: le competenze ci sono, la filiera open source pure, quello che manca è la volontà politica di tradurle in scelte sistematiche.

L’ecosistema esiste già: Collabora, OpenProject, Xwiki, Open-Xchange

Una delle narrative più diffuse è che l’Europa non abbia alternative credibili ai giganti americani. Karlitschek la smonta con un elenco di nomi concreti: Collabora dal Regno Unito per l’editing documentale, OpenProject dalla Germania per la gestione dei progetti, Xwiki dalla Francia per la knowledge base, Open-Xchange e Univention ancora dalla Germania per la collaboration e la gestione delle identità. «Tutte crescono, collaborano tra loro, compaiono nuovi attori. Certo, sommando tutti noi insieme siamo ancora più piccoli di Microsoft. Ma non è una questione di dimensioni singole: è una questione di ecosistema, e l’Europa ha sempre avuto forza nell’ecosistema distribuito, non nel campione nazionale unico».

È lo stesso modello che rende l’Europa strutturalmente diversa dalla Silicon Valley: non c’è un centro, c’è una rete. Considerarla una debolezza è un errore di prospettiva. La diversità che complica l’amministrazione, i contratti di lavoro diversi per ognuno dei trenta paesi in cui Nextcloud ha dipendenti, è la stessa diversità che produce prodotti migliori, più capaci di funzionare per mercati eterogenei. Puoi leggere di più sul tema nel sito ufficiale di Nextcloud, dove sono documentate integrazioni, casi d’uso enterprise e la roadmap della piattaforma.

Il nodo AI: ritardo reale, ma non perdita definitiva

Il punto più delicato dell’intervista riguarda l’intelligenza artificiale. L’Europa non ha un modello fondazionale competitivo con GPT-4o o Gemini, non produce i chip necessari a scala, non controlla le terre rare. Il rischio che l’AI diventi una nuova forma di dipendenza tecnologica, questa volta più profonda e più difficile da invertire, è concreto. Come abbiamo documentato nell’analisi su come la sovranità digitale senza massa computazionale rischi di diventare un principio giuridico senza corpo industriale, la distanza tra intenzione e capacità produttiva si misura in gigawatt e in miliardi di investimento.

Karlitschek non minimizza il problema, ma non è catastrofista: «Mistral in Francia esiste e funziona bene. Ma è vero, sui modelli non siamo in testa, non produciamo chip, non abbiamo terre rare. Ma ci sono molte cose che non produciamo e con cui facciamo ugualmente business in un’economia globale. Il punto non è essere autosufficienti in tutto: è non rinunciare, costruire dove possiamo, essere campioni in altre aree nel frattempo».

Quali aree? Le democrazie liberali aperte restano un vantaggio competitivo, non solo un valore umanitario. Il manifatturiero avanzato, dove l’Europa guida ancora. I sistemi educativi. Il mercato interno, che resta il più grande del mondo in termini di standard normativi e capacità d’acquisto. «Siamo troppo pessimisti. Dobbiamo smettere di raccontarci come destinati a perdere e iniziare a costruire sulle nostre forze».

Karlitschek non ha una soluzione magica,  ma la prova che una soluzione esiste già: Nextcloud funziona, scala, sostituisce Microsoft in ambienti da milioni di utenti, e lo fa con codice europeo, server europei, valori europei. Il resto, la scelta politica di farlo diventare standard per le infrastrutture critiche, dipende da decisioni che non si prendono nei datacenter ma nelle stanze in cui si decide cosa comprare forse lì, per ora, il coraggio manca ancora.


Nextcloud e sovranità digitale: Karlitschek spiega perché l’Europa ha già tutto, tranne il coraggio - Ultima modifica: 2026-05-11T21:55:11+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

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