Mark Zuckerberg
Il 18 agosto 2026 Meta è entrata in un tribunale federale di Oakland, in California. Si è parlato di 1.400 miliardi di dollari, di fallimento e di una giuria chiamata a decidere. Sono tre modi imprecisi di raccontare il processo.
Per capire che cosa rischia davvero Meta dobbiamo tornare all’autunno del 2021, a Berkeley, California. Una ragazza di sedici anni pubblica su Instagram la fotografia di un’automobile. Ha aperto da poco il suo profilo, le piacciono le macchine e sta provando a diventare una creator. Sotto la foto, uno sconosciuto scrive tre parole: torna in cucina. Lei ci resta male. Instagram le offre due possibilità: bloccare quel profilo oppure cancellare il commento. Nessuna delle due, però, risolve il problema.
Quel commento non contiene una minaccia e non viola le regole formali della piattaforma, anche se è ovviamente misogino. Per Instagram, però, è un contenuto consentito. Il padre della ragazza legge quelle tre parole: torna in cucina, capisce il problema. Lui si chiama Arturo Béjar e lavora proprio per Instagram, come consulente. Lo hanno richiamato per occuparsi del benessere degli utenti. Cioè di problemi come quello di sua figlia.
Due settimane dopo, Béjar manda una mail a Mark Zuckerberg e agli altri vertici di Meta. Racconta quello che è successo a sua figlia e indica un problema: la piattaforma misura se un contenuto infrange una regola, non se una persona ne rimane ferita. Cinque anni più tardi quella mail diventa un documento ufficiale nel processo federale di Oakland. Béjar è il primo testimone chiamato contro Meta nel processo intentato da quattro Stati americani. Quello che il procuratore generale del Kentucky ha definito la più grande causa per la tutela dei consumatori nella storia americana comincia con un commento formalmente consentito sotto la foto di un’auto.
Molti si sono concentrati su un numero, i 1.400 miliardi di dollari. Il processo però non si gioca su quello. Si gioca su altri numeri, quelli che l’azienda misurava al proprio interno. Erano tutti esatti. Ma soltanto uno veniva guardato davvero.
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A Oakland, il 18 agosto, si è aperto il processo a Meta. Fuori dal tribunale federale c’erano dei genitori con dei cartelli, sui cartelli ci sono nomi e fotografie di ragazzi e ragazze, per far capire che dietro ai numeri ci sono delle storie vere. Dentro al tribunale, invece, ci sono quattro Stati americani con accuse durissime. Facebook e Instagram sarebbero costruiti per tenere i minori davanti allo schermo il più a lungo possibile, sfruttando meccanismi psicologici che sui ragazzi funzionano meglio che sugli adulti; l’azienda avrebbe misurato i danni che questo produceva, e avrebbe continuato lo stesso.
Il danni contestati sono: ansia, depressione, disturbi del sonno, disturbi alimentari e dell’immagine corporea, uso compulsivo dei social. Nel fascicolo c’è una ricerca fatta proprio da Meta secondo cui il 17% delle ragazze adolescenti diceva che Instagram peggiorava i propri disturbi alimentari. Gli Stati contestano anche la raccolta dei dati di bambini sotto i 13 anni senza il consenso dei genitori, in violazione della legge federale americana sulla privacy dei minori.
Non contestano dei contenuti. Contestano il prodotto.
Cominciamo però dalle tre informazioni imprecise, perché rischiano di annacquare tutto il resto. La prima sono 1.400 miliardi di dollari. Non è una condanna e non è una richiesta dell’accusa: è la stima massima teorica delle sanzioni potenziali. La legge americana punisce chi vende una cosa dicendo che è sicura pur sapendo che non lo è, e applica una sanzione fino a 5.000 dollari per ogni consumatore raggiunto da quella comunicazione: moltiplicando per i milioni di utenti dei quattro Stati e si arriva a 1400 miliardi, capite che è solo teoria
Tra l’altro è una cifra che si pensa sia stata fatta circolare da Meta, perché? Perché se è assurda la sanzione sembra assurdo anche tutto il processo. Più ragionevolmente i procuratori hanno indicato 200 miliardi di dollari come possibile sanzione, cioè il fatturato dello scorso anno. È comunque una somma enorme, ma, insomma, è una cosa diversa. La seconda inesattezza diffusa dice che Meta potrebbe fallire. L’accusa ha chiarito che non vuole far chiudere l’azienda. Vuole sanzioni, la cancellazione dei dati raccolti illegalmente e modifiche strutturali a Facebook e Instagram. La terza imprecisione afferma che deciderà una giuria. In aula ci sono sì otto giudici popolari, cinque donne e tre uomini, che ascolteranno tutto e daranno un verdetto; il loro parere però è consultivo, e la giudice federale è libera di non seguirlo. La decisione finale spetta solo a lei. Il processo non è una roulette irrazionale da 1.400 miliardi. È un procedimento sul modo in cui sono costruiti due dei prodotti più usati al mondo: Facebook e Instagram.
La vice procuratrice generale della California si chiama Megan O’Neill. Il 18 agosto ha fatto la sua arringa e ha parlato per un’ora.
Megan O’Neill riassume l’accusa con quattro verbi: agganciare, trattenere, raccogliere, nascondere. Secondo la sua requisitoria l’obiettivo di Meta era agganciare i ragazzi, trattenerli il più a lungo possibile, raccogliere i loro dati, poi nascondere al pubblico quello che l’azienda sapeva. Per Meta risponde un avvocato dello studio Covington & Burling, tenete a mente questo nome, Covington & Burling. Dice che gli Stati hanno estrapolato frasi e studi dal loro contesto, che l’azienda conosce da anni i rischi per gli adolescenti e ha costruito strumenti giusti per proteggerli. Contesta anche l’idea che esista un rapporto diretto e dimostrato tra uso dei social e malessere dei ragazzi. C’è un dettaglio che io ho trovato curioso. Dal 2018 al 2022, per quattro anni, Megan O’Neill, la pubblica accusa, ha lavorato proprio per Covington & Burling: in questo processo così importante l’accusa ha lavorato per lo studio della difesa. Non c’è nulla di irregolare, è la normale mobilità fra grandi studi legali e uffici pubblici americani. Ma la scena ha dei tratti grotteschi: nell’aula di Oakland accusa e difesa hanno imparato il mestiere nello stesso ufficio, magari sono stati compagni di scrivania. Ora si danno battaglia.
Il primo testimone a varcare la soglia dell’aula è proprio Arturo Béjar, il papà della ragazzina che amava le auto. Per capire perché proprio lui bisogna tornare a un questionario dell’estate del 2021. Béjar e il suo gruppo lo mandano a quasi 240 utenti di Instagram per monitorare il benessere degli utenti. Il modulo non chiedeva soltanto: hai visto un contenuto vietato? Chiedeva anche: che cosa ti è successo negli ultimi sette giorni su Instagram, e come ti ha fatto stare? Il 51% degli utenti dice di avere vissuto almeno un’esperienza negativa o dannosa in quella settimana. Fra i ragazzi dai tredici ai quindici anni, il 19,2 per cento riferisce di avere visto nudità; il 13% di avere ricevuto avances sessuali indesiderate.
Non nel corso della loro vita. Solo negli ultimi sette giorni.
Negli stessi mesi Meta pubblica, come fa ancora oggi, il rapporto con cui spiega quanto sono sicure le sue piattaforme, il Community Standards Enforcement Report. Quel documento usa un altro strumento: la prevalenza. È un indicatore che misura in percentuale quante visualizzazioni mostrano contenuti che violano le regole. Per nudità e contenuti sessuali, il rapporto indicava una prevalenza fra lo 0,02 e lo 0,03 per cento, quasi nulla. Ci sono due fotografie diverse a seconda dell’indicatore che guardiamo: da una parte quasi un ragazzo su cinque in una settimana dice di avere visto nudità. Dall’altra i contenuti contrari alle regole sono solo lo 0,0 nelle visualizzazioni. Nessuno dei due numeri è falso. Solo non stanno misurando la stessa cosa.
Il rapporto pubblico conta le visualizzazioni di contenuti che infrangono una regola. Il questionario conta le persone che hanno vissuto un’esperienza negativa, anche quando nessuna regola ufficiale è stata violata. Un messaggio come “torna in cucina”, per l’indicatore di Meta vale zero. Per quello del sondaggio esiste e conta. Il problema non è un numero truccato. È un numero accurato che risponde alla domanda sbagliata, o forse alla domanda più comoda. In aula Béjar lo dice: i numeri pubblicati da Meta creavano una falsa impressione di sicurezza.
C’è poi un terzo indicatore.
O’Neill legge ai giurati una mail interna del 2016: l’obiettivo generale di Instagram era massimizzare il tempo speso dagli adolescenti sulla piattaforma. Poi cita uno studio sui bambini fra i dieci e i dodici anni dal titolo altrettanto chiaro: i giovanissimi sono i migliori. I bambini sono il prodotto, dice O’Neill ai giurati. Secondo l’accusa la tesi dei quello studio interno era che prima una persona comincia a usare i social, più a lungo resta sulla piattaforma e più ricavi può generare. Il numero a cui Meta badava davvero misurava quanto tempo le persone rimanevano nei social perché questo genera fatturato. non veniva calcolato invece quante avessero vissuto esperienze negative, o fossero state davvero aiutate dai sistemi di tutela della piattaforma.
Béjar capisce subito dove sta il problema, e capisce che Meta misura i numeri sbagliati, perché ci è già passato. Arturo Béjar è nato in Messico e a quindici anni lavora già come tecnico all’IBM. Studia matematica a Londra. Nel 1998 diventa il primo ingegnere della sicurezza di prodotto di Yahoo e finisce per dirigere la sicurezza informatica dell’azienda. Entra in Facebook nel 2009. Il gruppo di infrastruttura di prodotto che guida contribuisce alla nascita di React, una delle tecnologie con cui ancora oggi si costruisce il web. Ma Béjar dirige anche un gruppo che si occupa di proteggere gli utenti e prendersene cura. Lì lavora sul bullismo. Non cerca soltanto di rimuovere dei contenuti. Costruisce percorsi che chiedono a chi segnala che cosa sta provando e se l’aiuto ricevuto è servito davvero. Il suo gruppo scopre una cosa poco intuitiva: la maggioranza dei contenuti che gli utenti segnalano non viola formalmente nessuna regola. Spesso il contenuto appare innocuo a chi lo guarda da fuori, ma non lo è per la persona che lo subisce.
Quando Béjar lascia Facebook, nel 2015, pensa che quella battaglia stia andando nella direzione giusta, ha fatto il suo lavoro, l’azienda andrà avanti sulla retta via.
Poi sua figlia cresce.
Lei e le sue amiche ricevono avances sessuali, subiscono misoginia, molestie. Gli strumenti che Béjar aveva contribuito a costruire non ci sono più o non riescono ad aiutarle. Nel 2019 torna in Meta come consulente del gruppo che si occupa del benessere su Instagram. Due anni dopo arriva la foto dell’automobile, e sotto la foto arrivano quelle tre parole: torna in cucina. A metà ottobre del 2021 Béjar scrive ai vertici di Meta. Béjar porta il risultato del questionario, spiega la differenza fra violazioni formali e sofferenza vera degli utenti e soprattutto racconta la storia di sua figlia. Una dirigente gli risponde con parole di comprensione. Adam Mosseri, il capo di Instagram, lo incontra. Zuckerberg non risponde. Béjar lascia l’azienda poche settimane dopo.
Nel 2023 Béjar porta quella storia al Congresso degli Stati Uniti. Il 18 agosto 2026 entra nell’aula di Oakland e la racconta di nuovo, questa volta sotto giuramento.
Gli chiedono che cosa pensa di un post pubblicato da Zuckerberg nell’autunno del 2021, quello in cui il fondatore negava che l’azienda mettesse il profitto davanti alla sicurezza. Béjar risponde con molta diplomazia che, sulla base della sua esperienza, quell’affermazione non era accurata. Poi aggiunge che le persone con cui lavorava erano brave persone, qualificate, e che lui le rispettava. Secondo Béjar, era la cultura costruita dal fondatore a rendere quasi impossibile portare fino in fondo funzioni che affrontassero davvero il benessere e la sicurezza. Non è una storia lineare di buoni contro cattivi. È una storia di persone competenti che lavorano dentro i confini forse non sempre limpidi stabiliti da un’azienda.
Per trent’anni le piattaforme americane si sono difese con la Sezione 230 del Communications Decency Act, il quale afferma che chi offre il servizio non risponde di quello che pubblicano gli utenti. Gli Stati hanno costruito questa causa per scavalcare quello scudo. Non dicono che Meta è responsabile delle tre parole scritte sotto la fotografia dell’automobile. Dicono che è responsabile del prodotto che decide quante volte una fotografia viene mostrata, con quali notifiche, dentro quale flusso senza fine e con quali protezioni attive per impostazione predefinita, questo conta. È la differenza fra discutere di ciò che ha fatto un guidatore e discutere di come è stato progettato un freno. È una tesi giuridica contestata da Meta, ma finora Meta non è riuscita a smontarla, tanto che è arrivata fino al processo.
Béjar sostiene che alcune protezioni introdotte dall’azienda siano costruite per fallire. La modalità silenziosa, per esempio, può spegnere le notifiche, ma deve essere attivata dall’utente. È come se si dovesse attivare l’airbag ogni volta che si sale in macchina.
Chi scrive software conosce la differenza fra un’impostazione facoltativa e una predefinita. È la differenza fra offrire una protezione e decidere che quella protezione ci debba essere davvero. Quello che gli Stati chiedono, in concreto, è questo. Chiedono di eliminare o modificare il conteggio pubblico dei like, l’infinite scroll e la riproduzione automatica dei video; chiedono limiti per gli utenti più giovani e controlli più efficaci per tenere fuori dai social i ragazzi sotto i tredici anni. La giudice potrebbe imporre sanzioni e ordinare modifiche al prodotto. Meta sostiene che molte richieste sono sproporzionate, che alcune funzioni non sono dannose in sé e che gli strumenti introdotti per gli account degli adolescenti dimostrano un lavoro reale sulla sicurezza.
Che cosa succede quando Meta perde si è già visto in New Mexico. A marzo una giuria ha inflitto all’azienda 375 milioni di dollari di sanzioni civili. Il 6 agosto il giudice ha aggiunto 567 milioni destinati soprattutto alla cura e alla prevenzione. Totale: quasi 942 milioni.
Il giudice ha imposto profili privati per impostazione predefinita, notifiche spente di notte e durante la scuola, limiti al tempo d’uso e relazioni periodiche al tribunale. Ha però rifiutato alcune modifiche più profonde al design, ritenendole in conflitto con il Primo Emendamento. Lo scudo americano per le imprese così: un tribunale può trattare il danno come l’inquinamento prodotto da una fabbrica e ordinare di ripulirlo, ma intervenire direttamente sull’architettura del prodotto apre un conflitto con la libertà di espressione, il Primo Emendamento appunto.
La stessa questione è già arrivata anche a Milano. Il 14 maggio si è aperta davanti al Tribunale delle Imprese la class action inibitoria promossa dal Moige, Movimento italiano genitori, e da un gruppo di famiglie contro Meta e TikTok. Chiede una verifica reale dell’età, la rimozione dei meccanismi ritenuti capaci di creare dipendenza e un’informazione chiara sui rischi. La discussione finale è fissata per il 19 novembre, la vigilia della Giornata mondiale per i diritti dei bambini, e la sentenza potrebbe arrivare entro fine anno.
In molti paesi, intanto, la risposta politica è stata un’altra: vietare i social sotto una certa età. LO ha fatto l’Australia, la Francia e in Italia se ne discute da due anni. Un divieto di accesso e una modifica del prodotto possono sembrare due strumenti che vanno nella stessa direzione. Non lo sono.Il divieto affida a un genitore il compito di far rispettare una soglia che una data di nascita falsa può aggirare facilmente. Una modifica del design sposta l’onere su chi ha creato il sistema.
Intanto il contenzioso ha già cambiato natura anche nei bilanci di Meta. Nel secondo trimestre del 2026 l’azienda ha contabilizzato 2,4 miliardi di dollari di oneri legati a procedimenti legali e ha avvertito gli investitori che i processi americani sui minori potrebbero produrre una perdita rilevante. Per anni la sicurezza dei ragazzi è stata un problema di reputazione. Adesso è anche un problema economico. Meta continua a respingere le accuse e rivendica il suo impegno con gli account per adolescenti, le impostazioni di privacy rafforzate, i controlli dei genitori e i promemoria sul tempo trascorso. Il secondo giorno di processo, durante il controinterrogatorio, la difesa torna alla figlia di Béjar. Ricorda che a sedici anni aveva aperto un profilo pubblico, dove pubblicava fotografie di automobili. Lo stesso profilo. Le stesse fotografie. Portate in aula dalla difesa di Meta.
La linea della difesa è che una famiglia consapevole dei rischi aveva comunque lasciato a una ragazza un account pubblico. Per Béjar quegli episodi mostrano il contrario: perfino la figlia dell’uomo che aveva costruito gli strumenti di sicurezza non è stata in grado di ottenere aiuto da quegli strumenti.
Il processo durerà sei settimane. Sono attesi altri ex dipendenti, poi Adam Mosseri, che guida Instagram, e Mark Zuckerberg. A quella mail di Béjar Zuckerberg non ha risposto nel 2021; ora potrebbe dover rispondere sotto giuramento. Torniamo ai numeri e agli indicatori, perché il numero sbagliato non è necessariamente quello che mente. È quello che dice la verità su una cosa diversa da quella che conta per le persone; proprio perché è preciso, dà una falsa sicurezza e nessuno sente il bisogno di cambiarlo.
Anch’io, quando questa puntata sarà pubblicata, guarderò un indicatore. Mi dirà quante persone l’hanno iniziata, quante sono arrivate fin qui e in quale minuto qualcuno ha smesso di ascoltare. Se sei ancora qui, quell’indicatore saprà che sei arrivato quasi alla fine. Non saprà che cosa ti è rimasto, come questa puntata ti ha fatto sentire.
È la stessa tentazione, in piccolo: scambiare ciò che sappiamo contare per ciò che conta davvero.
La figlia di Arturo Béjar oggi è una donna adulta. Quelle tre parole forse sono ancora sotto la fotografia, non lo so. Sappiamo però con certezza che sono rimaste nella mail di suo padre, poi in una testimonianza al Senato, infine negli atti di un processo.
Per Instagram non violavano nessuna regola.
Adesso sono una prova.
E rischiano di inchiodare Meta.
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