Tim Cook ha dato le dimissioni. Da settembre non sarà più CEO di Apple. Al suo posto ci sarà John Ternus, oggi responsabile della parte hardware, ingegnere meccanico di cinquant’anni di cui la metà passati a Cupertino. Cook diventa presidente esecutivo del consiglio di amministrazione con un ruolo politico, da diplomatico internazionale di Apple. Per la società si apre forse il periodo più delicato della sua storia dopo il rischiato fallimento del 1997, da cui è risorta grazie al ritorno di Steve Jobs, il suo fondatore, anima e icona.
Sarà la prima volta dopo quindici anni che il nuovo amministratore delegato non avrà un’investitura ufficiale che discende direttamente dal fondatore e anima dell’azienda. Bisogna chiedersi come sarà la nuova Apple; e quali nuove sfide dovrà affrontare, pur dall’alto dei suoi quattromila miliardi di dollari di valore.
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L’annuncio delle dimissioni di Tim Cook dal ruolo di CEO è arrivato il 20 aprile 2026, appena venti giorni dopo i festeggiamenti per i cinquant’anni di Apple, con un comunicato ufficiale pubblicato nella sezione stampa del sito dell’azienda.
Nella foto che accompagna la notizia si vedono Tim Cook e John Ternus che camminano insieme in uno dei vialetti che circondano la sede di Apple a Cupertino, forse proprio quello che gira intorno al Teatro intitolato a Steve Jobs. Si guardano, sorridono, anzi sembrano proprio ridere di gusto, come due amici che passeggiano insieme in una qualsiasi giornata di primavera.
“Essere il CEO di Apple e guidare un’azienda così straordinaria è stato il più grande privilegio della mia vita”, ha detto Cook. “Amo Apple con tutto me stesso”. Parlando di Ternus ha aggiunto che “ha la mente di un ingegnere, l’animo di un innovatore e il cuore necessario per guidare la società con integrità e onore”.
Con queste parole, con quella foto, Tim Cook e Apple vogliono trasmettere l’idea che il passaggio di consegne avviene tra amici, con calma, con ponderazione, tra persone che hanno camminato per lungo tempo insieme. Tim Cook fa del suo meglio per dare legittimità al nuovo leader, ma Ternus sarà un CEO un po’ più solo, perché non potrà contare sull’aura che aveva Tim Cook, trasmessa direttamente da Jobs.
Tim Cook è stato scelto direttamente da Steve Jobs; è lui che gli ha fatto il colloquio nel 1998 e lo ha strappato a Compaq. Tim Cook ricorda che in quel momento ha lasciato perdere ogni considerazione razionale e ha deciso di seguire Jobs, ha deciso di seguire Steve Jobs, non Apple, che in quel momento era un’azienda in difficoltà. Questa scelta personale dell’uno nei confronti dell’altro segnerà indissolubilmente il loro rapporto, per sempre.
Nei vent’anni successivi Cook sarà l’allievo più diligente del Maestro, tanto da sostituirlo prima nel 2004, poi nel 2009, poi nel 2011, tutte le volte che il riacutizzarsi della malattia di Jobs gli ha impedito di occuparsi direttamente dell’azienda. Fino alla famosa lettera del 24 agosto 2011, quella scritta da Steve Jobs appena quarantatré giorni prima di morire, in cui diceva al consiglio di amministrazione: “raccomando fortemente la nomina di Tim Cook”; un’investitura diretta, una benedizione urbi et orbi, dal maestro all’allievo, di padre in figlio.
Raccogliere questa enorme investitura non è stato facile. Come ha detto Mario Monti, Presidente della Bocconi, nel 2015 in occasione della visita di Tim Cook a Milano: “Tim Cook è riuscito in una cosa per cui nessuno viene preparato, sostituire una leggenda”. Ed è vero. Ha dovuto raccogliere un’eredità pesante, e lo ha fatto con garbo e decisione portando Apple da un valore di 350 miliardi di dollari a 4.000 miliardi. Ha potuto anche però sempre contare su un credito di fiducia enorme da parte della Borsa e dei clienti, in quanto erede designato dall’icona assoluta, dal padre fondatore, il Signore di Apple.
Negli ultimi quindici anni proprio la gestione della figura di Jobs è stata una spina nel fianco nella strategia comunicativa di Apple, che ha scelto di non celebrare molto Jobs pubblicamente, anzi ha cercato di evitarlo, probabilmente per questioni strategiche: perché più è grande Steve Jobs, più è piccola Apple in cui Steve Jobs non c’è più; più è grande il mito di Jobs scomparso, più è difficile che il pubblico abbia fiducia nella capacità innovativa della Apple attuale. Questo solo sul versante pubblico, perché internamente il mito del fondatore è stato tenuto vivo come non mai sotto la guida di Tim Cook.
Ogni anno, dal 2012, Cook ha scritto una lettera ai dipendenti nell’anniversario della morte di Jobs. Lettere che non sono state rese pubbliche, ma che Bloomberg e le fonti interne hanno fatto regolarmente uscire. Nel terzo anniversario della scomparsa di Jobs la lettera di Cook diceva così:
Domenica sarà il terzo anniversario della scomparsa di Steve. Sono certo che molti di voi penseranno a lui quel giorno, come farò io.
Mi auguro che vi ritaglierete un momento per apprezzare i molti modi in cui Steve ha reso il nostro mondo migliore. I bambini apprendono con nuove modalità grazie ai prodotti che lui ha immaginato. Le persone più creative del mondo usano questi prodotti per comporre sinfonie e canzoni pop, e per scrivere qualunque cosa, dai romanzi alla poesia. Il lavoro di una vita di Steve ha creato la tela su cui oggi gli artisti creano i loro capolavori.
La visione di Steve si estende ben al di là degli anni in cui è stato tra noi e i valori su cui ha costruito Apple saranno sempre con noi. Molte delle idee e dei progetti su cui stiamo lavorando oggi sono iniziati dopo la sua morte, ma la sua influenza su di essi, e su noi tutti, è inconfondibile.
Godetevi il vostro week-end e grazie perché contribuite a portare verso il futuro l’eredità di Steve.
Tim
È interessante notare come venga raffigurata l’innovazione: i progetti nascono dopo Jobs, quindi Apple è viva e innovativa da sola. Ma l’influenza di Jobs prosegue su tutti ed è inconfondibile, quindi la continuità dogmatica resta intatta. È la liturgia interna di Cupertino. L’azienda cammina con le proprie gambe, ma all’interno continua a riunirsi ogni cinque ottobre per onorare il fondatore. Il lavoro di Cook per quindici anni è stato tenere insieme queste due versioni. Ha funzionato.
Difficile immaginare Ternus scrivere queste parole, impossibile credere che possa beneficiare di quel credito che deriva dal raccogliere l’eredità di una leggenda. Sarà semplicemente il CEO della più importante azienda di elettronica di consumo del mondo, che non è di per sé poco.
Ma si chiude un ciclo, quasi mitologico. Dopo l’uscita di Jonathan Ive, il designer che ha letteralmente ridisegnato i prodotti Apple insieme a Jobs, e ora con le dimissioni dal ruolo di CEO di Tim Cook, Apple deve affrontare nuove sfide anche se dall’alto dei suoi 4.000 miliardi di dollari di valutazione.
Ternus è entrato in Apple nel 2001 come ingegnere del team di product design. È diventato vicepresidente dell’hardware engineering nel 2013 sotto Dan Riccio e senior vice president nel 2021. In venticinque anni ha messo mano a ogni generazione di iPad, alle AirPods, all’iPhone, all’Apple Watch, al Vision Pro, al MacBook Neo, e soprattutto alla transizione del Mac dai processori Intel ai chip progettati direttamente da Cupertino.
Sarà più esposto. Dovrà costruire la propria legittimità sul terreno, giorno per giorno, senza la protezione simbolica di una nomina dall’alto.
Ternus eredita un’azienda in salute finanziaria ma con diversi problemi aperti. Il più rilevante è l’intelligenza artificiale. Apple è in ritardo. Siri non ha recuperato il terreno perso, la nuova versione di Siri è stata rinviata più volte, l’azienda ha scelto a gennaio di affidarsi a Google Gemini per alcune funzioni di Apple Intelligence. È una scelta pragmatica ma è anche un’ammissione di incapacità, almeno nel breve periodo.
Ternus arriva dal mondo dell’hardware, che per Apple ha funzionato molto bene nell’ultimo ventennio e che oggi, con il MacBook Neo, si sta aprendo a segmenti nuovi. Il problema è che la competizione tecnologica globale non si gioca più soltanto lì.
Vediamo come la stampa internazionale ha letto questo passaggio.
Il Wall Street Journal, con il reporter Rolfe Winkler, ha messo al centro la dimensione prospettica. Secondo il quotidiano finanziario, Apple “affronta grandi interrogativi sul proprio futuro”. L’angolatura del WSJ è quella dell’investitore: conta meno il passato di Cook, conta di più cosa Ternus farà nei primi diciotto mesi, in particolare sul fronte dell’intelligenza artificiale.
Il Financial Times ha il diritto di prelazione su questa storia, nel senso letterale. L’ha anticipata il 15 novembre 2025. Secondo il quotidiano londinese, il consiglio di amministrazione e i dirigenti senior di Apple avevano “intensificato i preparativi” per il passaggio di consegne. La ricostruzione del FT conteneva un dettaglio: Cook, in conversazioni interne, avrebbe usato la parola “tired”, stanco. Per il Financial Times, quindi, l’annuncio di aprile non è un fatto nuovo ma la conclusione di un processo già in corso, accelerato da tre fattori: il ritardo su Siri, l’uscita di alcuni dirigenti chiave nel corso del 2025, la pressione competitiva sull’AI generativa.
Il New York Times aveva seguito la stessa traccia a gennaio 2026, con una costruzione diversa. Il quotidiano newyorchese aveva riportato che Cook avrebbe detto in privato ai suoi collaboratori di essere “stanco e desideroso di ridurre il carico di lavoro”. Il NYT collega questa informazione a una propria intervista del 2021, in cui Cook aveva dichiarato al giornale stesso che probabilmente non sarebbe rimasto CEO per un altro decennio. Per il New York Times l’uscita di Cook è coerente con una traiettoria dichiarata.
Va citato anche Bloomberg, che sulla cronaca Apple ha l’informazione più profonda grazie a Mark Gurman. Gurman ha letto con attenzione l’immagine ufficiale diffusa da Apple il 20 aprile: Cook e Ternus, fianco a fianco, vestiti nello stesso modo, stesse camicie scure, stessi jeans, stessi Apple Watch. La sintesi di Gurman: “L’implicazione è che Ternus porterà continuità come CEO e aiuterà a preservare l’eredità di Cook”. Il messaggio che Apple sta mandando al mercato è di continuità. A guardarla con occhi meno laici, la composizione stessa dell’immagine è una dichiarazione costruita, non una descrizione neutra. È la fotografia di un’ordinazione sacerdotale, in cui il vecchio officiante passa i paramenti al nuovo.
Quattro testate, quattro angolature diverse, un punto comune. Ternus è stato scelto per affrontare una fase nuova, non per amministrare il lascito. Le sfide no.
A questo punto è utile provare a inquadrare le traiettorie possibili. Sono tre.
La prima traiettoria è quella dell’hardware-centrismo. Ternus punta tutto sulla propria competenza: costruire dispositivi che integrano capacità di AI direttamente nel silicio, lasciando che Google, Microsoft e OpenAI continuino a bruciare capitale in infrastruttura. Apple diventa la piattaforma hardware premium su cui scorre l’intelligenza artificiale altrui. È la lettura che D.A. Davidson e Wedbush hanno già proposto agli analisti.
La seconda traiettoria è quella dell’apertura strategica. Ternus formalizza quello che Cook aveva cominciato silenziosamente, il ricorso a modelli esterni. Rompe il tabù dello sviluppo tutto interno, moltiplica partnership, accetta un ruolo diverso nel sistema AI globale. Apple smette di voler produrre tutto e diventa lo snodo più desiderabile, il luogo dove l’AI incontra il consumatore. Jobs non avrebbe approvato. Cook l’ha avviata. Ternus potrebbe normalizzarla. È una rottura dogmatica, il tipo di scelta che in una chiesa richiederebbe un concilio.
La terza traiettoria è quella più rischiosa ed è quella del nuovo prodotto. Apple inventa una categoria. Apple Vision Pro è stato un tentativo in questa direzione, parziale, incompleto. Se Ternus vuole lasciare un segno, e soprattutto se vuole costruirsi un’autorità che non deriva dall’unzione ma dal fare, dovrà andare oltre lo smartphone. Il tema aperto, in tutta l’industria, è se l’AI porterà davvero a una nuova classe di dispositivi oppure se si integrerà silenziosamente in quelli esistenti. La risposta che darà Apple sarà rilevante per l’intero mercato.
Il mix delle tre, nelle proporzioni che solo i prossimi anni mostreranno, definirà l’Apple post-Cook. E l’Apple post-Jobs, quella vera. Perché finché c’era Cook, in qualche modo, c’era ancora Jobs.
Un’azienda che ha costruito per quindici anni la propria identità pubblica e la propria liturgia interna sulla figura del successore designato dal fondatore, riuscirà a funzionare quando questa catena si interrompe? L’aura di Jobs era un vincolo o era uno strumento? Ternus, in questo senso, non è solo il nuovo CEO. Sarà un test. Vedremo cosa succederà.
Ascolta la puntata completa di DigitMondo dedicata alle dimissioni di Tim Cook e alla nuova Apple di John Ternus, disponibile su Spotify, Apple Podcasts e tutte le principali piattaforme di streaming audio.
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