Abbiamo scoperto di non essere invincibili, non lo siamo come nazione, come economia, nemmeno come Europa. La pandemia ci ha fatto vedere quanto delicato sia l’ecosistema in cui viviamo e ha dimostrato che certamente in qualcosa abbiamo sbagliato nel costruircelo intorno. Se avessimo avuto un tessuto tecnologico più forte e più diffuso avremmo sofferto meno, in ogni campo. Una sanità digitale avrebbe probabilmente reagito meglio e prima, un’economia tecnologica si sarebbe piegata meno alle dure restrizioni del lockdown.
C’è anche chi si spinge oltre, come Papa Francesco e afferma che uno sviluppo più rispettoso della natura avrebbe evitato la nascita dell’epidemia.
È il momento di valutare quanto siano solide le fondamenta del nostro vivere e aver un po’ di coraggio nell’intervenire, puntando sugli elementi che hanno dimostrato di essere resilienti. Abbiamo imparato ad usare questa parola: resilienza. In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, in biologia, è la capacità di una materia vivente di autoripararsi dopo un danno, o quella di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta ad una perturbazione che ne ha modificato lo stato. Cosa ha dimostrato tutte queste qualità? Indubbiamente la tecnologia che dovrebbe essere l’elemento fondante di ogni futuro sviluppo. Il mondo che verrà dovrebbe essere più digitale e più green, più rispettoso dell’ambiente che vuol dire, in fondo, rispettare l’uomo.
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