Secondo ACN nel primo semestre del 2026 sono state pubblicate 37.032 nuove vulnerabilità informatiche, il 54% in più rispetto alle 24.098 dello stesso periodo del 2025. Il dato arriva dall’Operational Summary semestrale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN), che questa volta associa l’impennata a una causa tecnologica precisa: l’impiego dei modelli di intelligenza artificiale di frontiera nell’analisi del codice e nella ricerca delle falle. Per chi guida i sistemi informativi o la sicurezza di un’azienda il numero pesa meno della dinamica che lo genera. La scoperta delle vulnerabilità sta accelerando; la loro correzione resta ferma ai ritmi di prima. È questa forbice il fatto che ridefinisce la gestione del rischio nei prossimi mesi, più della semplice crescita del conteggio.
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Nel semestre ACN ha individuato 2.171 eventi cyber, il 47% in più rispetto al primo semestre 2025, di cui 1.072 classificati come incidenti con impatto confermato, in crescita del 246%. La curva mensile mostra un picco degli eventi a febbraio, in concomitanza con i Giochi Olimpici invernali Milano Cortina e con le campagne DDoS filorusse, un massimo degli incidenti a marzo (285), un rientro ad aprile e una ripresa fra maggio e giugno. Il salto va letto per quello che è: l’Agenzia stessa avverte che l’aumento dipende in larga parte dall’entrata in vigore, da gennaio, degli obblighi di notifica della direttiva NIS2, con oltre mille segnalazioni gestite dal CSIRT Italia. Non è una crescita reale della minaccia, è una crescita della visibilità. Il dato che conta davvero, per un responsabile della sicurezza, è che oggi emergono con granularità fenomeni che prima restavano sotto la superficie.
Il settore manifatturiero guida la classifica delle vittime con 309 soggetti colpiti e una variazione del 175,89%, seguito dal comparto tecnologico (306, +106,76%) e dalle telecomunicazioni (297, +37,5%). In controtendenza, la pubblica amministrazione locale e centrale scende del 48,5% e del 47,56%. Sanità ed energia crescono in modo marcato (+35,16% e +46,09%), a conferma della pressione sulle infrastrutture critiche; l’università e la ricerca calano del 70,29%.
Anche qui la NIS2 è la chiave di lettura, e ignorarla porta a conclusioni sbagliate. La ridistribuzione non fotografa un dirottamento degli attacchi verso le fabbriche: riflette il fatto che manifatturiero, tecnologico e sanità sono ora dentro il perimetro degli obblighi di notifica, mentre la PA, che già segnalava, pesa meno in termini relativi. Resta un dato sostanziale per il tessuto produttivo italiano: il manifatturiero è la prima voce censita, e il comparto vive una fase di digitalizzazione spinta dei processi industriali, con una superficie di attacco che si allarga a ogni linea connessa.
La minaccia più frequente è l’esposizione di dati (475 eventi, +125,12%), seguita dal DDoS (407, in calo del 31,94%) e dalla compromissione delle caselle di posta elettronica (392, +269,81%). Salgono il phishing (380, +119,65%), il brand abuse (299, +94,16%) e soprattutto l’intrusione tramite credenziali valide (291, +203,13%). La voce che cresce di più in percentuale è il supply chain attack, passato da 6 a 104 eventi, con un incremento del 1.633%; lo sfruttamento di vulnerabilità sale dell’89,83%.
Il quadro racconta uno spostamento del fronte. L’attaccante che entra con credenziali valide non abbatte il muro, attraversa la porta: nessun exploit spettacolare, una password riutilizzata o rubata e un accesso legittimo. È il motivo per cui ACN insiste sul fattore umano e sulla gestione delle identità come primo terreno di difesa, tema che avevamo affrontato analizzando cybersecurity per le PMI e difesa continua. In flessione, invece, tre categorie: DDoS, ransomware e misconfiguration, segnali di un livello di igiene di base che migliora mentre il perimetro dei rischi si sposta altrove.
I 2.171 eventi hanno interessato 2.586 vittime, con una concentrazione netta su due province nella fascia più alta della scala, quella compresa fra 501 e 671 soggetti colpiti: Milano e Roma. Attorno, i poli industriali del Nord, dal Piemonte al Nord-Est, disegnano una seconda fascia di intensità; il Mezzogiorno e le aree interne restano più chiari.
La mappa non misura dove gli attacchi preferiscono colpire, misura dove si addensano l’attività economica digitalizzata e le sedi decisionali. Milano concentra imprese, finanza e manifattura avanzata; Roma la pubblica amministrazione centrale. La densità di bersagli segue la densità di valore. Per il tessuto produttivo lombardo, e per la Brianza che ne è motore manifatturiero, il messaggio è concreto: l’esposizione cresce dove cresce la digitalizzazione dei processi, e la prossimità geografica ai grandi hub non è una protezione.
Delle 37.032 vulnerabilità registrate nel semestre, 5.722 dispongono di almeno un Proof of Concept, il codice dimostrativo che ne prova la sfruttabilità, in aumento di 3.646 unità; per 69 è stato rilevato uno sfruttamento attivo. ACN usa una formula prudente: l’incremento è “verosimilmente ascrivibile” al crescente utilizzo di modelli AI di frontiera, che riducono i tempi dell’analisi del codice, del vulnerability research e della generazione dei Proof of Concept, in particolare per alcuni vendor.
Il condizionale è la parte seria del passaggio: l’Agenzia indica una correlazione forte, non una prova diretta di causa. La stessa dinamica emerge fuori dall’Italia. La squadra di Firefox, lavorando con modelli di frontiera, ha rilasciato 61 patch a febbraio e 76 a marzo; le CVE pubblicate da Apache sono cresciute di oltre il 170%; le sottomissioni al NIST nel primo trimestre 2026 sono risultate quasi di un terzo superiori all’anno precedente, secondo l’analisi di Proofpoint. La distinzione che molte cronache saltano la mantiene la ricerca The AI Vulnerability Storm di Sonatype: tra i casi confermati, con l’attribuzione all’AI nell’advisory del vendor o nel record CVE, e quelli soltanto dichiarati, la contabilità precisa non c’è ancora; il segnale resta chiaro.
La distribuzione per produttore è il punto in cui il report diventa più eloquente. Google passa da 159 a 1.766 vulnerabilità, Microsoft da 579 a 846, mentre alla voce prodotto il browser Chrome balza da 67 a 1.591 e Firefox da 84 a 255. Linux resta in cima con 2.543, ma il dato va contestualizzato con la nota del report: quel valore raccoglie solo le CVE registrate dalla CVE Numbering Authority del kernel. Browser e piattaforme di massa sono i bersagli ideali dell’analisi automatizzata: codice enorme, diffusione capillare, alto rendimento per chi cerca falle su scala industriale.
Poi c’è il dato che fotografa l’epoca. OpenClaw compare dal nulla, da zero a 474 come produttore e 476 come prodotto, in un solo semestre. È l’agente AI autonomo open source creato da Peter Steinberger, già noto come Clawdbot e MoltBot, che a inizio 2026 ha superato le 180.000 stelle su GitHub con deployment in 82 paesi. La sua crescita si è tradotta in una crisi di sicurezza documentata: la CVE-2026-25253, un’esecuzione di codice da remoto con un solo click ottenuta rubando il token di autenticazione, valutata 8.8 su scala CVSS e corretta il 30 gennaio, e la campagna di skill malevole sul marketplace ClawHub, dove i ricercatori hanno stimato che circa il 12% del catalogo fosse compromesso.
OpenClaw non è un’eccezione, è la punta di un fenomeno. Scorrendo le vulnerabilità più gravi segnalate dal CSIRT Italia nel semestre, un cluster ricorre con insistenza: n8n, Flowise, Langflow, RAGFlow, LiteLLM, Ollama, piattaforme per costruire flussi, agenti e applicazioni basate su modelli linguistici. L’ecosistema degli strumenti AI è oggi il territorio più denso di falle nuove. La ricerca automatizzata delle vulnerabilità è un dispositivo a doppio uso, e la difesa si attrezza: Google ha presentato Gemini 3.5 Flash Cyber, un modello addestrato dall’inizio sui database di vulnerabilità e malware; il capitolo attaccanti lo avevamo raccontato con Sloply e il malware agentico.
Qui sta il cuore della questione sottoposta da ACN, e non riguarda “gli hacker che usano l’AI”, tesi ormai logora. Il fatto nuovo è un altro: l’intelligenza artificiale sta rendendo visibili vulnerabilità che le aziende non hanno il tempo materiale di correggere. Un dettaglio del report lo dimostra meglio di qualsiasi analisi. In moltissimi degli alert più gravi del CSIRT Italia ricorre la stessa formula: “già sanata dal vendor”. La correzione esiste, spesso da settimane, eppure l’esposizione persiste. In Italia il CSIRT ha individuato 24.303 tra asset e servizi potenzialmente vulnerabili, 5.781 in più rispetto al semestre precedente, inviando oltre 43.675 comunicazioni di allertamento, più del doppio dell’anno prima. Il collo di bottiglia non è la scoperta della falla e non è la disponibilità della patch: è la sua applicazione. Lo conferma Proofpoint, che ricorda come le scoperte arrivino oggi soprattutto da ricercatori e difensori, con l’intento di correggere; la remediation resta il vero punto di strozzatura.
C’è un contrappeso che va letto con attenzione. Gli asset effettivamente compromessi sono scesi da 4.408 a 1.560, il 64,6% in meno. L’allertamento tempestivo, insieme all’entrata a regime della NIS2, riduce i sistemi che passano dallo stato di esposti a quello di compromessi. Il meccanismo di difesa funziona, ma deve reggere un carico che si allarga a ogni semestre.
La conseguenza operativa dei dati che emergono dal Report ACN è un cambio di priorità. Con decine di migliaia di CVE l’anno, correggere tutto nello stesso ordine è impraticabile; conta la capacità di stabilire quali vulnerabilità trattare per prime. I criteri che il 2026 impone sono espliciti: sistemi esposti su internet, presenza di un Proof of Concept pubblico, segnali di scansione o sfruttamento attivo. Sono queste le falle che meritano un intervento d’emergenza, non l’intero elenco in ordine di pubblicazione. La distribuzione delle debolezze aiuta a mettere a fuoco il grosso del lavoro: cross-site scripting, mancanza di autorizzazione e SQL injection dominano la classifica delle CWE del semestre, a ricordare che la superficie critica resta, prima di tutto, quella delle applicazioni web.
Il passaggio è lo stesso che separa la sicurezza reattiva dalla gestione del rischio: non attendere l’attacco, ma sapere in anticipo quali parti dell’organizzazione sono davvero esposte e quali interventi riducono la probabilità che un incidente diventi crisi. Chi governa PMI e catene di fornitori trova un quadro dei passi concreti nella guida completa alla cybersecurity.La domanda che l’Operational Summary lascia aperta non riguarda la tecnologia degli attaccanti, quella la conosciamo. Riguarda la capacità delle aziende di reggere un ritmo di scoperta che accelera mentre il tempo per correggere resta quello di sempre. Su questo divario si gioca la sicurezza dei prossimi semestri.
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