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Meta patteggia al processo: pagherà fino a 18 mld

Meta patteggia. Il 26 agosto 2026, otto giorni dopo l’apertura, l’azienda ha chiuso con un accordo il processo di Oakland, in California, prima che il dibattimento arrivasse in fondo. Pagherà fino a 17,1 miliardi di dollari in dieci anni ai 51 fra Stati e territori che l’avevano citata, con una base garantita di 12,1; la parte che porta la cifra a 17,1 è condizionata all’adozione delle stesse misure da parte delle altre grandi piattaforme. Il Texas, che aveva fatto causa per conto proprio, ha firmato un accordo separato da oltre un miliardo, e il conto complessivo arriva vicino ai 18 miliardi. In cambio Meta accetta una lunga serie di limiti sull’uso di Facebook e Instagram da parte dei minori; nega ogni addebito. La transazione è arrivata mentre in aula testimoniava Adam Mosseri, il capo di Instagram, prima che Mark Zuckerberg salisse sul banco.
Del processo contro Meta si era parlato soprattutto per tre cose: 1.400 miliardi di dollari, il rischio di fallimento, una giuria chiamata a decidere. Tre modi imprecisi di raccontarlo. Per capire che cosa rischiava davvero Meta, e quali numeri contano davvero, bisogna tornare all’autunno del 2021, a Berkeley, California. Una ragazza di sedici anni pubblica su Instagram la fotografia di un’automobile. Ha aperto da poco il suo profilo, le piacciono le macchine e sta provando a diventare una creator. Sotto la foto, uno sconosciuto scrive tre parole: torna in cucina. Lei ci resta male. Instagram le offre due possibilità: bloccare quel profilo oppure cancellare il commento. Nessuna delle due, però, risolve il problema.

Quel commento non contiene una minaccia e non viola le regole formali della piattaforma, anche se è ovviamente misogino. Per Instagram, però, è un contenuto consentito. Il padre della ragazza legge quelle tre parole, torna in cucina, e capisce il problema. Lui si chiama Arturo Béjar e lavora proprio per Instagram, come consulente. Lo hanno richiamato per occuparsi del benessere degli utenti; cioè di problemi come quello di sua figlia.

Due settimane dopo, Béjar manda una mail a Mark Zuckerberg e agli altri vertici di Meta. Racconta quello che è successo a sua figlia e indica un problema: la piattaforma misura se un contenuto infrange una regola, non se una persona ne rimane ferita. Cinque anni più tardi quella mail è diventata un documento ufficiale nel processo federale di Oakland: Béjar è stato il primo testimone chiamato contro Meta nella causa intentata da quattro Stati americani, quella che il procuratore generale del Kentucky aveva definito la più grande azione per la tutela dei consumatori nella storia americana. Un procedimento cominciato con un commento formalmente consentito sotto la foto di un’auto.

Molti si sono concentrati su un numero, i 1.400 miliardi di dollari. Il processo, però, non si giocava su quello. Si giocava su altri numeri, quelli che l’azienda misurava al proprio interno. Erano tutti esatti; soltanto uno veniva guardato davvero.

Processo contro Meta: le accuse degli Stati americani

A Oakland, il 18 agosto, si era aperto il processo a Meta. Fuori dal tribunale federale c’erano genitori con dei cartelli; sui cartelli nomi e fotografie di ragazzi e ragazze, per far capire che dietro ai numeri ci sono storie vere. Dentro al tribunale, invece, quattro Stati americani con accuse durissime. Facebook e Instagram sarebbero costruiti per tenere i minori davanti allo schermo il più a lungo possibile, sfruttando meccanismi psicologici che sui ragazzi funzionano meglio che sugli adulti; l’azienda avrebbe misurato i danni che questo produceva, e avrebbe continuato lo stesso.
I danni contestati sono: ansia, depressione, disturbi del sonno, disturbi alimentari e dell’immagine corporea, uso compulsivo dei social. Nel fascicolo c’è una ricerca fatta proprio da Meta secondo cui il 17% delle ragazze adolescenti diceva che Instagram peggiorava i propri disturbi alimentari. Gli Stati contestano anche la raccolta dei dati di bambini sotto i 13 anni senza il consenso dei genitori, in violazione della legge federale americana sulla privacy dei minori.

Perché nel processo contro Meta si parla di 1.400 miliardi

Cominciamo però dalle tre informazioni imprecise, perché rischiano di annacquare tutto il resto. La prima sono i 1.400 miliardi di dollari. Non è una condanna e non è una richiesta dell’accusa: è la stima massima teorica delle sanzioni potenziali. La legge americana punisce chi vende una cosa dicendo che è sicura pur sapendo che non lo è, e applica una sanzione fino a 5.000 dollari per ogni consumatore raggiunto da quella comunicazione; moltiplicando quel tetto per i milioni di utenti dei quattro Stati si arriva a 1.400 miliardi, che è pura teoria. È anche una cifra che si pensa sia stata fatta circolare dalla stessa Meta, per una ragione: se la sanzione appare assurda, sembra assurdo l’intero processo. I procuratori indicavano piuttosto 200 miliardi di dollari come possibile sanzione, cioè il fatturato dell’anno precedente; una somma enorme, ma diversa.

La seconda inesattezza diffusa diceva che Meta potesse fallire. L’accusa aveva chiarito di non volere la chiusura dell’azienda: voleva sanzioni, la cancellazione dei dati raccolti illegalmente e modifiche strutturali a Facebook e Instagram. La terza imprecisione riguardava la giuria. In aula c’erano sì otto giudici popolari, cinque donne e tre uomini, che avrebbero ascoltato tutto e dato un verdetto; il loro parere, però, era consultivo, e la giudice federale restava libera di non seguirlo. La decisione finale spettava solo a lei. Alla fine non ha deciso nessuno dei due: né i giurati né la giudice, perché il 26 agosto Meta ha patteggiato, prima che il dibattimento arrivasse in fondo. Il processo non era una roulette irrazionale da 1.400 miliardi; era un procedimento sul modo in cui sono costruiti due dei prodotti più usati al mondo, Facebook e Instagram.

Agganciare, trattenere, raccogliere, nascondere

La vice procuratrice generale della California si chiama Megan O’Neill. Il 18 agosto ha fatto la sua arringa e ha parlato per un’ora. Ha riassunto l’accusa con quattro verbi: agganciare, trattenere, raccogliere, nascondere. Secondo la sua requisitoria l’obiettivo di Meta era agganciare i ragazzi, trattenerli il più a lungo possibile, raccogliere i loro dati, poi nascondere al pubblico quello che l’azienda sapeva. Per Meta ha risposto un avvocato dello studio Covington & Burling, un nome da tenere a mente. Ha detto che gli Stati hanno estrapolato frasi e studi dal loro contesto, che l’azienda conosce da anni i rischi per gli adolescenti e ha costruito strumenti giusti per proteggerli. Ha contestato anche l’idea che esista un rapporto diretto e dimostrato tra uso dei social e malessere dei ragazzi.

C’è un dettaglio che ho trovato curioso. Dal 2018 al 2022, per quattro anni, Megan O’Neill, la pubblica accusa, ha lavorato proprio per Covington & Burling: in questo processo così importante l’accusa aveva imparato il mestiere nello studio della difesa. Non c’è nulla di irregolare, è la normale mobilità fra grandi studi legali e uffici pubblici americani. Ma la scena ha tratti grotteschi: nell’aula di Oakland accusa e difesa hanno imparato il lavoro nello stesso ufficio, magari da compagni di scrivania, e adesso si davano battaglia.

Arturo Béjar e i numeri che Meta non guardava

Il primo testimone a varcare la soglia dell’aula è stato proprio Arturo Béjar, il papà della ragazzina che amava le auto. Per capire perché proprio lui bisogna tornare a un questionario dell’estate del 2021. Béjar e il suo gruppo lo mandano a circa 237.000 utenti di Instagram per monitorare il benessere delle persone. Il modulo non chiedeva soltanto: hai visto un contenuto vietato? Chiedeva anche: che cosa ti è successo negli ultimi sette giorni su Instagram, e come ti ha fatto stare? Il 51% degli utenti dice di avere vissuto almeno un’esperienza negativa o dannosa in quella settimana. Fra i ragazzi dai tredici ai quindici anni, il 19,2 per cento riferisce di avere visto nudità; il 13% di avere ricevuto avances sessuali indesiderateNon nel corso della loro vita. Solo negli ultimi sette giorni.

Negli stessi mesi Meta pubblica, come fa ancora oggi, il rapporto con cui spiega quanto sono sicure le sue piattaforme, il Community Standards Enforcement Report. Quel documento usa un altro strumento: la prevalenza. È un indicatore che misura in percentuale quante visualizzazioni mostrano contenuti che violano le regole. Per nudità e contenuti sessuali, il rapporto indicava una prevalenza fra lo 0,02 e lo 0,03 per cento, quasi nulla. Ci sono due fotografie diverse a seconda dell’indicatore che guardiamo: da una parte quasi un ragazzo su cinque in una settimana dice di avere visto nudità; dall’altra i contenuti contrari alle regole sono fra lo 0,02 e lo 0,03 per cento delle visualizzazioni. Nessuno dei due numeri è falso. Solo non stanno misurando la stessa cosa.

L’indicatore sbagliato: nessun numero è falso

Il rapporto pubblico conta le visualizzazioni di contenuti che infrangono una regola. Il questionario conta le persone che hanno vissuto un’esperienza negativa, anche quando nessuna regola ufficiale è stata violata. Un messaggio come “torna in cucina”, per l’indicatore di Meta vale zero; per quello del sondaggio esiste e conta. Il problema non è un numero truccato: è un numero accurato che risponde alla domanda sbagliata, o forse alla domanda più comoda. In aula Béjar lo ha detto: i numeri pubblicati da Meta creavano una falsa impressione di sicurezza. C’è poi un terzo indicatore.

O’Neill ha letto ai giurati una mail interna del 2016: l’obiettivo generale di Instagram era massimizzare il tempo speso dagli adolescenti sulla piattaforma. Poi ha citato uno studio sui bambini fra i dieci e i dodici anni dal titolo altrettanto chiaro: i giovanissimi sono i migliori. I bambini sono il prodotto, ha detto O’Neill ai giurati. Secondo l’accusa la tesi di quello studio interno era che prima una persona comincia a usare i social, più a lungo resta sulla piattaforma e più ricavi genera. Il numero a cui Meta badava davvero misurava quanto tempo le persone rimanevano nei social, perché quel tempo genera fatturato; non veniva calcolato, invece, quante avessero vissuto esperienze negative, o fossero state davvero aiutate dai sistemi di tutela della piattaforma.

La storia di Arturo Béjar dentro Facebook e Instagram

Béjar capisce subito dove sta il problema, e capisce che Meta misura i numeri sbagliati, perché ci è già passato. Arturo Béjar è nato in Messico e a quindici anni lavora già come tecnico all’IBM. Studia matematica a Londra. Nel 1998 diventa il primo ingegnere della sicurezza di prodotto di Yahoo e finisce per dirigere la sicurezza informatica dell’azienda. Entra in Facebook nel 2009. Il gruppo di infrastruttura di prodotto che guida contribuisce alla nascita di React, una delle tecnologie con cui ancora oggi si costruisce il web. Ma Béjar dirige anche un gruppo che si occupa di proteggere gli utenti e prendersene cura. Lì lavora sul bullismo. Non cerca soltanto di rimuovere contenuti; costruisce percorsi che chiedono a chi segnala che cosa sta provando e se l’aiuto ricevuto è servito davvero. Il suo gruppo scopre una cosa poco intuitiva: la maggioranza dei contenuti che gli utenti segnalano non viola formalmente nessuna regola. Spesso il contenuto appare innocuo a chi lo guarda da fuori, ma non lo è per la persona che lo subisce. Quando Béjar lascia Facebook, nel 2015, pensa che quella battaglia stia andando nella direzione giusta: ha fatto il suo lavoro, l’azienda proseguirà sulla retta via.
Poi sua figlia cresce.

Lei e le sue amiche ricevono avances sessuali, subiscono misoginia, molestie. Gli strumenti che Béjar aveva contribuito a costruire non ci sono più o non riescono ad aiutarle. Nel 2019 torna in Meta come consulente del gruppo che si occupa del benessere su Instagram. Due anni dopo arriva la foto dell’automobile, e sotto la foto quelle tre parole: torna in cucina. A metà ottobre del 2021 Béjar scrive ai vertici di Meta. Porta il risultato del questionario, spiega la differenza fra violazioni formali e sofferenza vera degli utenti e soprattutto racconta la storia di sua figlia. Una dirigente gli risponde con parole di comprensione. Adam Mosseri, il capo di Instagram, lo incontra. Zuckerberg non risponde. Béjar lascia l’azienda poche settimane dopo.

Nel 2023 Béjar porta quella storia al Congresso degli Stati Uniti. Il 18 agosto 2026 entra nell’aula di Oakland e la racconta di nuovo, questa volta sotto giuramento. Gli chiedono che cosa pensa di un post pubblicato da Zuckerberg nell’autunno del 2021, quello in cui il fondatore negava che l’azienda mettesse il profitto davanti alla sicurezza. Béjar risponde con molta diplomazia che, sulla base della sua esperienza, quell’affermazione non era accurata. Poi aggiunge che le persone con cui lavorava erano brave persone, qualificate, e che lui le rispettava. Secondo Béjar, era la cultura costruita dal fondatore a rendere quasi impossibile portare fino in fondo funzioni che affrontassero davvero il benessere e la sicurezza. Non è una storia lineare di buoni contro cattivi; è una storia di persone competenti che lavorano dentro i confini, non sempre limpidi, stabiliti da un’azienda.

La Sezione 230 e il prodotto sotto accusa

Per trent’anni le piattaforme americane si sono difese con la Sezione 230 del Communications Decency Act, la quale afferma che chi offre il servizio non risponde di quello che pubblicano gli utenti. Gli Stati hanno costruito questa causa per scavalcare quello scudo. Non dicono che Meta è responsabile delle tre parole scritte sotto la fotografia dell’automobile; dicono che è responsabile del prodotto che decide quante volte una fotografia viene mostrata, con quali notifiche, dentro quale flusso senza fine e con quali protezioni attive per impostazione predefinita. È la differenza fra discutere di ciò che ha fatto un guidatore e discutere di come è stato progettato un freno. È una tesi giuridica contestata da Meta, che però non è riuscita a smontarla, tanto che si è arrivati al processo.
Béjar sostiene che alcune protezioni introdotte dall’azienda siano costruite per fallire. La modalità silenziosa, per esempio, può spegnere le notifiche, ma deve essere attivata dall’utente. È come se si dovesse attivare l’airbag ogni volta che si sale in macchina.

Dalle impostazioni facoltative alle protezioni predefinite

Chi scrive software conosce la differenza fra un’impostazione facoltativa e una predefinita. È la differenza fra offrire una protezione e decidere che quella protezione ci debba essere davvero. Quello che gli Stati chiedevano, in concreto, era questo: eliminare o modificare il conteggio pubblico dei like, l’infinite scroll e la riproduzione automatica dei video; imporre limiti per gli utenti più giovani e controlli più efficaci per tenere fuori dai social i ragazzi sotto i tredici anni. La giudice avrebbe potuto imporre sanzioni e ordinare modifiche al prodotto. Meta sosteneva che molte richieste fossero sproporzionate, che alcune funzioni non fossero dannose in sé e che gli strumenti introdotti per gli account degli adolescenti dimostrassero un lavoro reale sulla sicurezza. Poi, l’ottavo giorno, ha scelto di non far decidere la giudice.

Meta patteggia: i 18 miliardi e le nuove regole

Il 26 agosto, mentre Adam Mosseri era sul banco dei testimoni e prima che toccasse a Zuckerberg, Meta e i procuratori hanno depositato l’accordo. La struttura della cifra racconta più del titolo: almeno 12,1 miliardi di dollari garantiti su dieci anni, che salgono fino a 17,1 solo se anche le altre grandi piattaforme accetteranno di adottare le stesse misure. La California incasserà fra 1,5 e 2,1 miliardi. Il Texas, che non faceva parte del gruppo e aveva citato Meta per conto proprio, ha firmato in parallelo un accordo da oltre un miliardo; è il secondo con Paxton in due anni, dopo quello del 2024 sui dati biometrici, ed è una vicenda distinta. Sommando processo multistato e Texas, il conto complessivo arriva vicino ai 18 miliardi, la cifra che Meta stessa ha indicato come importo aggregato distribuito su dieci anni. L’azienda nega ogni addebito.

Il denaro, però, è la parte meno interessante. In cambio Meta ha accettato una lista di misure che valgono più di una sanzione, perché toccano il prodotto: un tetto combinato di due ore al giorno su Facebook e Instagram per i minori, con pause obbligatorie dopo quindici minuti di uso continuo e di nuovo a sessanta e novanta minuti; un blocco notturno dei feed e il silenziamento delle notifiche di notte; lo stop alle notifiche in orario scolastico nei giorni feriali; una verifica dell’età più solida; controlli più forti contro bullismo, contenuti che promuovono i disturbi alimentari e materiale legato ad autolesionismo e suicidio; limiti sui filtri di bellezza e sul conteggio visibile dei like, funzioni associate a un peggioramento del benessere dei più giovani. Un revisore indipendente ne controllerà l’applicazione. Sono proprio le protezioni predefinite che gli Stati chiedevano; il limite di due ore resta in vigore cinque anni, e scende a un’ora per piattaforma per dieci anni se anche Snapchat, TikTok e YouTube adotteranno regole comparabili.

Processo contro Meta: cosa succede quando Meta perde

Che cosa succede quando Meta perde si era già visto in New Mexico, dove il processo è arrivato fino in fondo. A marzo una giuria ha inflitto all’azienda 375 milioni di dollari di sanzioni civili; il 6 agosto il giudice ha aggiunto 567 milioni destinati soprattutto alla cura e alla prevenzione, per un totale di quasi 942 milioni. Il giudice ha imposto profili privati per impostazione predefinita, notifiche spente di notte e durante la scuola, limiti al tempo d’uso e relazioni periodiche al tribunale. Ha però rifiutato alcune modifiche più profonde al design, ritenendole in conflitto con il Primo Emendamento. È lo schema che protegge le imprese americane: un tribunale può trattare il danno come l’inquinamento prodotto da una fabbrica e ordinare di ripulirlo, ma intervenire direttamente sull’architettura del prodotto apre un conflitto con la libertà di espressione. Il patteggiamento di Oakland ha aggirato quel confine per via negoziale, ottenendo sul prodotto ciò che una sentenza avrebbe faticato a imporre.

Il processo contro Meta arriva anche in Italia

La stessa questione è già arrivata anche a Milano. Il 14 maggio si è aperta davanti al Tribunale delle Imprese la class action inibitoria promossa dal Moige, Movimento italiano genitori, e da un gruppo di famiglie contro Meta e TikTok. Chiede una verifica reale dell’età, la rimozione dei meccanismi ritenuti capaci di creare dipendenza e un’informazione chiara sui rischi. La discussione finale è fissata per il 19 novembre, la vigilia della Giornata mondiale per i diritti dei bambini, e la sentenza potrebbe arrivare entro fine anno.
In molti paesi, intanto, la risposta politica è stata un’altra: vietare i social sotto una certa età. Lo hanno fatto l’Australia e la Francia, e in Italia se ne discute da due anni. Un divieto di accesso e una modifica del prodotto possono sembrare due strumenti che vanno nella stessa direzione; non lo sono. Il divieto affida a un genitore il compito di far rispettare una soglia che una data di nascita falsa aggira facilmente. Una modifica del design sposta l’onere su chi ha creato il sistema.

Da problema reputazionale a rischio economico

Intanto il contenzioso ha cambiato natura anche nei bilanci di Meta. Nel secondo trimestre del 2026 l’azienda ha contabilizzato 2,4 miliardi di dollari di oneri legati a procedimenti legali e ha avvertito gli investitori che i processi americani sui minori potevano produrre una perdita rilevante. Con il patteggiamento quella perdita è diventata una cifra iscritta a bilancio: Meta prevede di contabilizzare circa 10 miliardi di dollari di oneri legali nel terzo trimestre 2026. Per anni la sicurezza dei ragazzi è stata un problema di reputazione; adesso è anche una voce di costo.
Il secondo giorno di processo, durante il controinterrogatorio, la difesa era tornata alla figlia di Béjar. Aveva ricordato che a sedici anni aveva aperto un profilo pubblico, dove pubblicava fotografie di automobili. Lo stesso profilo. Le stesse fotografie. Portate in aula dalla difesa di Meta. La linea era che una famiglia consapevole dei rischi aveva comunque lasciato a una ragazza un account pubblico. Per Béjar quegli episodi mostravano il contrario: perfino la figlia dell’uomo che aveva costruito gli strumenti di sicurezza non era stata in grado di ottenere aiuto da quegli strumenti.

Il numero sbagliato e ciò che conta davvero

Il processo doveva durare sei settimane; ne è servita poco più di una. Erano attesi altri ex dipendenti, poi Adam Mosseri e infine Mark Zuckerberg: a quella mail di Béjar il fondatore non aveva risposto nel 2021, e ora avrebbe potuto doverlo fare sotto giuramento. Non è successo, perché Meta ha chiuso prima. Torniamo allora ai numeri e agli indicatori, perché il numero sbagliato non è necessariamente quello che mente; è quello che dice la verità su una cosa diversa da quella che conta per le persone, e proprio perché è preciso dà una falsa sicurezza, così nessuno sente il bisogno di cambiarlo.

Anch’io, quando questa puntata è stata pubblicata, ho guardato un indicatore. Mi dice quante persone l’hanno iniziata, quante sono arrivate fino in fondo e in quale minuto qualcuno ha smesso di ascoltare. Se sei ancora qui, quell’indicatore sa che sei arrivato quasi alla fine. Non sa che cosa ti è rimasto, come questo articolo ti ha fatto sentire. È la stessa tentazione, in piccolo: scambiare ciò che sappiamo contare per ciò che conta davvero.

La figlia di Arturo Béjar oggi è una donna adulta. Quelle tre parole forse sono ancora sotto la fotografia, non lo so. Sappiamo però con certezza che sono rimaste nella mail di suo padre, poi in una testimonianza al Senato, infine negli atti di un processo. Per Instagram non violavano nessuna regola. Negli atti sono diventate una prova; una sentenza, però, non è mai arrivata, perché Meta ha scelto un numero e lo ha pagato per non far decidere la giudice. Resta ciò che quel numero ha comprato: regole nuove sull’uso dei social da parte dei minori, nate dagli stessi dati che l’azienda misurava da anni senza guardarli. Il numero più piccolo comparso in tutta la vicenda è anche l’unico che ha cambiato qualcosa.


Meta patteggia al processo: pagherà fino a 18 mld - Ultima modifica: 2026-08-25T06:59:20+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

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