Il Nextcloud Summit 2026 è un evento diverso, non solo si sono presentate 600 persone, ma si sente un ambiente diverso, non la solita convention di una azienda IT, ma una community che si ritrova, animata anche da valori comuni su privacy e sovranità digitale. C’è un’aria di soddisfazione che anima le chiacchiere, chi è qui si è focalizzato sulla sovranità digitale per anni e oggi la sovranità digitale ha smesso di essere una materia da reparto IT. È la seconda edizione del summit che coincide con il decimo anniversario dell’azienda, e Frank Karlitschek (il fondatore) lo dice con una punta di stupore sincero: «Lo facciamo da dieci anni ormai; a me sembrano tre, al massimo cinque».
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Per chi non la conoscesse, Nextcloud è la piattaforma open source che ambisce a sostituire Microsoft 365 e Google Workspace restituendo agli utenti il controllo dei dati. Tutto vive sotto l’ombrello Nextcloud Hub: i file con Files, la suite documentale Office, la chat e le videoconferenze con Talk come alternativa a Teams, un assistente AI, il groupware per mail, calendario e contatti, l’automazione con Flow. Tutto rigorosamente, aperto, open source: «Tutto quello che facciamo è sempre open source, non come qualcun altro…» ha sottolineatoKarlitschek. NextCloud si può installare dove si vuole: dal piccolo dispositivo domestico fino ad azeidne da molti milioni di utenti, comprese le configurazioni completamente scollegate da Internet, per chi vuole requisiti di sicurezza estremi.
Frank Karlitschek contribuisce a progetti open source dalla fine degli anni Novanta, ha fatto parte del board di KDE, ha fondato ownCloud nel 2010 e nel 2016 ha lasciato quel progetto per dare vita a Nextcloud; nel 2026 ha ricevuto lo Special Recognition Award agli European Open Source Awards per il contributo al business e all’impatto del software libero. Predicava sovranità digitale quando ancora non era una parola alla moda. Lo aveva spiegato anche in una precedente conversazione con Digitalic, dove sosteneva che all’Europa non mancano risorse né tecnologia, manca il coraggio.
Frank Karlitschek, Fondatore e Ceo di NextCloud
La parte più interessante del suo intervento al Nextcloud Summit 2026 parte da un cambiamento di prospettiva. Per anni il software di collaborazione è stato trattato come un servizio trasparente, una commodity, un acqua digitale che usciva da un rubinetto senza che nessuno si chiedesse da dove arrivava; oggi non più. «In passato molti pensavano fosse come l’elettricità o l’acqua che esce dal muro: non te ne devi occupare, è lì, è una commodity», ricorda Karlitschek; «adesso invece capiamo che è un elemento strategico, perché l’IT controlla la nostra vita, e per questo è importantissimo avere una soluzione di cui ti puoi davvero fidare, dove sai dove sono i dati, chi li controlla, come funziona». Il ragionamento si lega a un quadro che a Digitalic abbiamo raccontato più volte, dalla sentenza Schrems II alla guerra in Ucraina fino ai trend della sovranità digitale del 2026.
C’è anche il regalo di compleanno per NextCloud, e Karlitschek lo cita: la settimana prima del summit la Commissione Europea ha adottato il pacchetto sulla sovranità tecnologica che contiene il Cloud and AI Development Act, uno degli elementi fondamentali è che introduce il principio di preferenza per il software open source nel procurement pubblico. «La scorsa settimana abbiamo ricevuto uno speciale regalo di compleanno», dice; rivendicando dal palco che Nextcloud è citata nel testo tra le soluzioni open source di riferimento in Europa. Il Digital Sovregnity European Package è una leva che potrebbe spostare quote di mercato verso gli operatori che costruiscono un cloud europeo governabile.
Il passaggio più inatteso del Nextcloud Summit 2026 arriva quando Karlitschek affronta “l’elefante nella stanza” di ogni conferenza tech del 2026: l’intelligenza artificiale agentica. La tesi diffusa è che se chiunque può generare un’app con qualche prompt, il software perde valore, e con esso perde senso una piattaforma come Nextcloud. Karlitschek ribalta la tesi: «Adesso è facilissimo estendere Nextcloud a qualunque caso d’uso», ammette; «molti pensano che allora il valore del software crolli, che diventi tutto banale, qualche prompt e via».Ma non è così, si apreno invece nuove possibuilità di personalizzazione, con maggiore faciltà le aziende e le istituzioni possono creare estensioni, personalizzazioni aggiungere a NextCloud per renderlo ancora più utile.
Da qui la sfida che l’azienda si è data: «Vogliamo sfruttare l’AI nello sviluppo personalizzato di app e agenti, ma mantenendo i più alti standard di qualità, sicurezza e usabilità». La trasparenza dell’open source diventa una condizione essenziale, non un semplice l’ornamento: «Tutto questo (sviluppo) può anche essere pericoloso se non è chiaro cosa stai facendo; per questo è importante che sia tutto open source, così puoi davvero capirlo, migliorarlo, e verificare che faccia esattamente ciò che vuoi».
C’è un dettaglio che Karlitschek racconta quasi con divertimento, e che vale più di mille slide. La documentazione di Nextcloud, dice, non è scritta solo per gli umani. «Non tutti se ne rendono conto: questa documentazione non è solo per le persone, è anche per l’AI», osserva; «sono rimasto sorpreso quando l’ho provato l’anno scorso: se chiedi ai modelli più avanzati di sviluppare un’app per Nextcloud, sanno perfettamente come funziona e la costruiscono in pochi minuti».
L’annuncio strategico del Nextcloud Summit 2026 è che l’app store di NextCloud conta oggi oltre seicento applicazioni, dai sistemi CRM ai planner, dai workflow alla gestione documentale; l’obiettivo dichiarato è moltiplicarlo per dieci. «Vogliamo farlo crescere per dieci nei prossimi dodici mesi, passando da seicento a seimila applicazioni», ha annunciato Franck Karlitschek. Per riuscirci serve risolvere due nodi che lui stesso elenca senza nasconderli: chi costruisce un’app su Nextcloud ha bisogno di un modello di business sostenibile, e chi la usa in azienda pretende sicurezza, stabilità, supporto professionale, responsabilità.
La risposta è il nuovo programma ISV, gli Independent Software Vendor, lanciato proprio durante il summit. Lo sviluppatore resta libero di pubblicare in open source come ha sempre fatto; oppure può siglare una partnership e affidare a Nextcloud promozione, vendita degli abbonamenti e processo di supporto, con lo stesso modello enterprise dell’azienda e una condivisione dei ricavi. Con un paletto non negoziabile sui principi: «Ogni applicazione deve seguire i nostri principi, quindi non può essere una backdoor o avere funzioni di sorveglianza». L’interesse è già reale: «Ne abbiamo già quattro che hanno firmato; la discussione è durata due minuti». Tra loro, casi d’uso molto specializzati, dalle alternative a SharePoint all’edilizia fino al settore pubblico.
Resta una riflessione che attraversa tutto l’intervento, e che è anche la chiave di lettura del decennale. Quello che tiene in piedi Nextcloud, dice il fondatore, non è la tecnologia in sé ma l’impatto: «Una cosa è costruire qualcosa per te stesso; un’altra è costruire qualcosa che ha un impatto reale su tante persone del pianeta». Dieci anni fa nessuno scommetteva sull’on-premise; tutti davano per scontato che il futuro fosse soltanto centralizzato, soltanto degli hyperscaler. Il Nextcloud Summit 2026 racconta esattamente la storia opposta. La domanda vera, adesso, non è più se esista uno spazio per il software sovrano; è quanto in fretta l’Europa avrà il coraggio di adottarlo.
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