Condividi quello che sai, fa bene all’economia (e a te)

Sognava di fare il giornalista economico e l’inviato. Oggi Gianluca Diegoli fa entrambe le cose, in un certo senso: scrive in modo libero di marketing sul suo blog e va in missione all’interno delle aziende per indirizzarle verso le nuove frontiere del social commerce. È un vero guru del Web molto seguito su Twitter, e il suo minimarketing.it dispensa consigli con il sorriso (e tanto studio)

di Francesco Marino

È un punto di riferimento in Italia per il marketing online: dopo il primo e-book sul tema (datato 2008) ha scritto vari libri e ha da poco pubblicato “Social Commerce” per Apogeo. Gianluca Diegoli, una laurea alla Bocconi e una carriera online, è una star del Web e un consulente per le aziende che vogliono seguire una via nuova nel marketing. È in grado di fare un saggio di economia in 140 caratteri su Twitter (provate a seguirlo, se non ci credete: @gluca) e il suo blog è www.minimarketing.it.

Cosa sognavi di diventare da ragazzino?

Ero un bambino degli anni quasi-ottanta, in cui c’era un sacco di informazione “obbligata” e confezionata, ma soprattutto ce n’era poca: una costante della mia vita è sempre stata la curiosità per qualsiasi cosa (tranne il calcio, forse) e per la ricerca di fonti diverse, pull e non push; rivelo che sfogliavo tutto il Televideo, ma che soprattutto ho ancora l’app su iPhone. Avevo insane passioni per l’economia e la geografia, probabilmente insinuate dal fatto che Il Sole 24 Ore era l’unico giornale che arrivava a casa (mio padre lo portava dal lavoro), e da piccolo sognavo di essere un giornalista, naturalmente un mix tra un inviato all’estero e un reporter economico dalla City. Un bambino abbastanza anomalo, in effetti.

In qualche modo hai realizzato quei sogni?

Sì e no. Sono stato fortunato, grazie a Internet posso fare entrambe le cose: scrivere senza chiedere il permesso a nessuno, senza essere un giornalista, e lavorare alle strategie digitali delle aziende, capirne le dinamiche, le interazioni con le persone e i mercati, e analizzarne il modello di business. Tutto questo è un po’ come fare gli inviati e implica molta osservazione, che è la cosa che mi viene meglio.

Quando hai scoperto Internet? Ricordi il momento del primo collegamento?
Per tenere fede alla mia estenuante fissazione per la ricerca di fonti, al tempo avevo già una parabola sul tetto, comprata per corrispondenza in Germania, e un decoder pirata per Sky (quella inglese), grazie ai quali vedevo un po’ di tutto. Quando arrivarono i floppy di ItaliaOnLine, al modico prezzo di qualche centinaio di mila lire all’anno per una gocciolante connessione di 9,6 kilobit al secondo, ebbi un’illuminazione: “Questa cosa cambierà il mondo, non credete?” Con mia somma delusione, no, non ci credevano. Ho capito che non avrei seguito i miei compagni bocconiani in società di consulenza o in multinazionali del pannolino (e viceversa). Loro guadagnavano molto più di me, ma non puoi sfuggire al destino che aiuta i tuoi sogni da bambino: una rete senza filtri, senza limiti, senza permessi. Bellissimo!

Giancluca Fiegoli - Foto by Alessio Jacona @AlessioJacona

Come siamo messi nel marketing online noi italiani?

L’Italia nel marketing non eccelle, soprattutto a livello di Pmi. Due brochure, l’ufficio spesso assegnato al figlio meno produttivo o più creativo (nel senso che si crede un artista, ma bisogna pur sistemarli, questi figli)… Una generazione di startupper degli anni sessanta ha pensato che il prodotto da solo bastasse, e che il marketing fosse lo spot. La cultura di marketing in Italia è molto bassa, a livello diffuso. Non parliamo poi del commercio al dettaglio. Il marketing online sconta quindi questo gap di partenza. Siamo lontani anni luce dagli Usa ma anche da Uk, Germania e Francia.

Sul Web funzionano gli elenchi, giusto? Allora facciamo un elenco: 5 cose che un’azienda non dovrebbe mai fare se vuole avere successo online oggi.

• Usare il proprio “dialetto” interno
• Ignorare il mobile
• Non ascoltare in modo continuativo i feedback in rete
• Ascoltare troppo l’ufficio legale
• Non coinvolgere i propri dipendenti

Non bisogna essere negativi… facciamo un altro elenco: 5 accorgimenti che possono aiutare un azienda ad emergere sul Web?

• Regalare conoscenza
• Fare customer care anche fuori dal proprio sito
• Ragionare per obiettivi reali
• Misurare, misurare, misurare
• Prima di emergere, bisogna immergersi!

I social network fanno bene alle aziende? Possono essere controproducenti?

I social ci sono, e resteranno. Nessuno è obbligato a usarli, ma le aziende devono ascoltarli se vogliono esserci nel futuro. Avrebbero dovuto ascoltare i clienti anche prima, però ora sono i clienti ad avere il coltello dalla parte del manico.

Usi diversi social network, quali preferisci?

Facebook per i contatti, Twitter per l’informazione, Instagram per l’ispirazione, e per tutto il resto c’è Tumblr (e Pinterest, a tratti). LinkedIn: mi riprometto di usarlo di più, ma trovo l’interfaccia e l’interazione stancanti.

Qual è stato il più bel tweet che hai ricevuto?

Nessuno in particolare. Però ricevo spesso email di persone che dicono di aver trovato ispirazione in qualcosa che ho scritto, o mi ringraziano per qualche consiglio che avevo dato precedentemente (e che ovviamente avevo dimenticato). Credo fermamente in questa teoria del dono, una specie di karma per cui più condividi quello che sai, più raccoglierai con gli interessi.

Internet cambia la vita?

Non so se i ragazzi nati dal 2000 se ne rendano conto, forse no ed è giusto così. Ma per noi che abbiamo visto la noia informativa pre-Internet direi proprio di sì. Internet ti rende la vita più 3D, mi autocito.

L’oggetto tecnologico che preferisci?
L’iPad Mini, decisamente. Lo guardo e ancora non riesco a credere che esista un device così funzionale, elegante e utile.


Condividi quello che sai, fa bene all’economia (e a te) - Ultima modifica: 2013-12-20T10:00:40+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

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