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Infrastrutture intelligenti: ripensare le fondamenta, non aggiungere strati

Per anni abbiamo raccontato l’intelligenza artificiale come qualcosa da innestare su un sistema per ottenere efficienza. È una visione rassicurante, ma insufficiente. Quando si parla di infrastrutture e sostenibilità, questo approccio rischia di essere persino controproducente. Molti dei sistemi che regolano le nostre città, i trasporti, l’energia o la gestione delle risorse sono stati progettati in un’epoca che aveva come obiettivi la crescita illimitata, il consumo lineare e il controllo centralizzato. Inserire l’AI in queste strutture senza metterne in discussione i presupposti significa renderle più efficienti, sì, ma anche più profondamente insostenibili.

La vera sfida è allora non migliorare ciò che esiste, ma ripensarlo. Non si tratta di aggiungere intelligenza artificiale, ma di ridisegnare le infrastrutture come sistemi capaci di apprendere, adattarsi e soprattutto convivere con i limiti del pianeta. In questo senso l’AI non è il punto di partenza, ma uno degli strumenti possibili, da usare con intenzione e misura, evitando l’automatismo tecnologico che spesso confondiamo con innovazione.

La città come ecosistema

In questo cambio di prospettiva diventa utile il pensiero di Elena Granata, urbanista, che invita a considerare la città non come una macchina da ottimizzare, ma come un ecosistema vivente, fatto di relazioni, fragilità e possibilità. Nel suo ultimo libro, La città è di tutti, emerge con forza l’idea di una città accessibile, inclusiva e capace di prendersi cura, dove la progettazione non è solo tecnica ma profondamente sociale. Granata insiste sul valore della prossimità, sulla necessità di restituire spazio alle relazioni e sulla costruzione di ambienti urbani che non escludano le fragilità ma le accolgano come parte integrante della vita collettiva. Se adottiamo questo sguardo, anche le infrastrutture smettono di essere dispositivi tecnici isolati e diventano spazi di vita. Una strada non è solo traffico da gestire, ma relazione sociale. Una rete energetica non è solo distribuzione, ma anche comunità. Un edificio non è solo consumo da ridurre, ma esperienza quotidiana, memoria e identità.

Questo spostamento implica anche una revisione del concetto stesso di sostenibilità. Non basta consumare meno o ottimizzare di più. Una città sostenibile è quella che riduce le disuguaglianze, accorcia le distanze tra le persone, restituisce tempo e rende possibile una vita meno complessa. È una città che, come suggerisce Granata, riconosce il diritto alla città per tutti, non solo per chi è più veloce o più produttivo. In questo quadro, l’intelligenza artificiale deve imparare a leggere la complessità invece di semplificarla, a sostenere senza sostituire, a suggerire senza imporre.

Prossimità, comunità, cura

Alcuni segnali di questo cambio di paradigma sono già visibili. Le città della prossimità non cercano di ottimizzare il traffico ma di ridurre la necessità stessa di spostarsi. Le comunità energetiche locali ribaltano il modello centralizzato. Progetti europei come Green LaMiS lavorano sulla sostenibilità della mobilità legata all’erogazione dei servizi sociali a domicilio, cioè su tutti quegli spostamenti quotidiani necessari a portare assistenza e cura alle persone più fragili.  Il progetto, sviluppato nell’ambito del programma Interreg Central Europe, testa strategie concrete in città pilota come Bergamo in Italia, Szombathely in Ungheria e Klis in Croazia, con l’obiettivo di ridurre le emissioni legate al cosiddetto “ultimo miglio” dei servizi di cura attraverso strumenti come il calcolo della carbon footprint, l’uso di veicoli sostenibili e l’ottimizzazione dei percorsi.

L’AI silenziosa

La tecnologia più avanzata non è quella che si impone, ma quella che sa quando è il momento di ritrarsi. Ed è forse proprio questa la direzione più interessante. Un’intelligenza artificiale “silenziosa”, che non invade l’esperienza umana ma la accompagna, che non complica ma semplifica, che non sostituisce ma amplifica.

Rimettere l’umano al centro significa anche accettare che le persone non sono perfettamente efficienti, che hanno bisogno di tempo, di relazioni, di spazi imperfetti. Significa progettare infrastrutture che siano abitabili prima ancora che performanti, capaci di accogliere la diversità e l’imprevisto.

La tecnologia giusta

Il futuro sostenibile non sarà quello con più tecnologia, ma quello con la tecnologia giusta. Sistemi più leggeri, meno energivori, capaci di adattarsi nel tempo e di rispondere a bisogni reali. Infrastrutture che non inseguono solo la produttività, ma migliorano la qualità della vita e rafforzano il senso di comunità. E soprattutto un cambio di mentalità: smettere di chiederci come usare l’AI e iniziare a chiederci quale mondo vogliamo costruire, con quali valori e per chi.

Aggiungere intelligenza artificiale a ciò che già esiste è relativamente semplice. Ripensare le fondamenta è molto più difficile, ma è lì che si gioca la partita. Perché la sostenibilità, prima ancora che una questione tecnologica, è una scelta culturale e politica. E senza questa scelta, nessuna AI potrà davvero fare la differenza, se non nel rendere più veloce ciò che dovremmo avere il coraggio di cambiare.

 

RISORSE

 

Caldo o freddo? Il collasso della Circolazione Atlantica: l’allarme dei Paesi nordici

Il collasso della Circolazione Meridionale Atlantica (AMOC) rappresenta una minaccia concreta per il clima globale, secondo quanto emerge da un nuovo rapporto del Consiglio dei Ministri Nordici ( https://pub.norden.org/temanord2026-504/). Il documento evidenzia come questo sistema oceanico, fondamentale per il trasporto di calore verso il Nord Atlantico, stia diventando sempre più instabile a causa del cambiamento climatico.

L’AMOC, che trasferisce enormi quantità di calore verso l’Europa, si è già indebolita di circa il 15% rispetto all’epoca preindustriale. L’aumento delle temperature globali e l’immissione di acqua dolce dallo scioglimento dei ghiacci stanno riducendo la salinità delle acque, rallentando la circolazione.

Particolarmente preoccupante è la possibilità di raggiungere un tipping point, oltre il quale il sistema potrebbe collassare in modo rapido e irreversibile. Se ciò accadesse, i Paesi nordici, tra cui Groenlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca, insieme a Regno Unito e Irlanda subirebbero un drastico raffreddamento, mentre altre regioni continuerebbero a riscaldarsi.

Secondo alcune stime, si potrebbero raggiungere temperature fino a –20 °C a Londra e –50 °C a Oslo, con effetti estremi su clima, ecosistemi ed economia. Questo scenario evidenzia come il cambiamento climatico non coincida semplicemente con un aumento uniforme delle temperature: il termine “riscaldamento globale” descrive una tendenza media, ma le sue conseguenze possono includere anche raffreddamenti regionali intensi e alterazioni profonde della circolazione atmosferica e oceanica. Il caso dell’AMOC dimostra quindi che il sistema climatico risponde in modo complesso e non lineare, generando effetti anche opposti su scala locale.

 


Infrastrutture intelligenti: ripensare le fondamenta, non aggiungere strati - Ultima modifica: 2026-05-25T10:05:08+00:00 da antonella.tagliabue

Giornalista, collabora con numerose testate sui temi del non profit e della sostenibilità quali Il Sole 24 Ore, Metro e Digitalic. Managing Director e Senior Advisor di Un-Guru, coordina il team di Un-Guru per i progetti di responsabilità sociale e ambientale di impresa, non profit e di sviluppo sostenibile, ed è responsabile dell'area marketing e comunicazione. Coordinatore e docente del Master per il Non Profit de Il sole 24 Ore, docente per il Master di Marketing e Comunicazione Ambientale di CTS, oltre che per numerose Università

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