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Sovranità digitale: l’innocenza perduta dei dati dopo Schrems II e l’Ucraina

Un’immagine vale più di mille parole, nel bene e nel male. Lo abbiamo chiamato Cloud (anzi lo hanno chiamato così) e ci siamo illusi che fosse davvero una nuvola fluttuante nel cielo, libera, senza radici, senza confini, neutrale, candida: i dati sembravano evaporare dai territori, liberi di fluttuare sopra i confini, sopra gli Stati e sopra le leggi. Era un’immagine rassicurante, ma con il tempo abbiamo capito che era bella, ma falsa.

Ogni nuvola è radicata in un territorio, risponde ad una normativa, è in un data center che insiste su un territorio specifico e ogni piattaforma risponde alle leggi di una nazione più che alle altre, anche quando opera globalmente.

Ci sono due momenti che hanno squarciato il velo di Maya sulle catene che tengono ancorate le nuvole agli Stati: la Sentenza Schrems II e la guerra in Ucraina, l’una con il senno di poi, l’altra in maniera dirompente e ci hanno mostrato la verità sulla la sovranità digitale.

 

Sovranità digitale e la sentenza dei dati

La sentenza Schrems II, emessa nel luglio 2020 dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, nasce da una domanda molto semplice: “i dati dei cittadini europei, trasferiti fuori dall’UE, sono protetti allo stesso modo previsto dal diritto europeo?” La risposta della Corte è stata chiara: no, non automaticamente.

La Corte ha invalidato il Privacy Shield, l’accordo che regolava i trasferimenti di dati verso gli Stati Uniti, perché le leggi americane consentono alle autorità pubbliche l’accesso ai dati per finalità di sicurezza nazionale senza garanzie equivalenti a quelle europee. Allo stesso tempo, ha stabilito che i contratti standard tra aziende non bastano da soli a proteggere i dati, se l’ordinamento del Paese di destinazione può comunque imporne l’accessibilità per qualunque motivo.

Il principio che ne deriva è semplice: la protezione dei dati segue la giurisdizione, non il server: non conta solo dove sono fisicamente i dati, ma chi può legalmente accedervi.

La guerra che ha fermato la globalizzazione

 

Con l’invasione dell’Ucraina, nel febbraio 2022, il digitale ha smesso di essere il semplice sfondo invisibile della modernità ed è diventato, improvvisamente, parte integrante del conflitto, un vero e proprio campo di battaglia.

Ciò che fino a quel momento avevamo considerato semplicemente un’infrastruttura neutra, è entrato direttamente nelle strategie belliche. Le reti, i data center, i sistemi di comunicazione non sono più solo strumenti di supporto: diventano obiettivi strategici, al pari di ponti, centrali elettriche, nodi logistici. Colpire il digitale significa colpire la capacità di uno Stato di funzionare, di coordinarsi, di esistere.

I dati diventano asset vitali, da mettere in salvo come si mettono in salvo le persone: registri pubblici, identità digitali, archivi amministrativi, tutto ciò che consente a un Paese di mantenere la continuità operativa diventa improvvisamente fragile.

Poi c’è un terzo elemento: il ruolo delle piattaforme private nella la sovranità digitale. Cloud provider, servizi di connettività, piattaforme digitali assumono una funzione geopolitica diretta. Le loro decisioni non sono più solo commerciali o tecniche, ma incidono sugli equilibri del conflitto, sulle comunicazioni, sulla capacità di uno Stato di resistere.

Dopo l’inizio della guerra in Ucraina anche le grandi Big tech hanno chinato la testa, prima sembravano loro le nuove superpotenze, spadroneggiavano si muovevano come se fossero loro i veri padroni del mondo. Ci hanno pensato i carri armati, i morti, le bombe, il sangue versato e ristabilire la cruda realtà, che il potere è ancora fortemente legato agli stati e a chi, nel mondo fatto atomi, è in grado di decidere della vita e della morte delle persone.

Più consapevoli della Sovranità digitale

È questa la consapevolezza che sta maturando in Europa e si basa sul concetto di digital sovereignty promosso dalla Commissione Europea. Per il nostro continente l’autosufficienza tecnologica è ormai irraggiungibile, ma la capacità di decidere dove risiedono i dati critici, quali regole si applicano, quali dipendenze sono accettabili e quali no, forse ancora lo è.

Nel dibattito sull’autonomia digitale strategica, sviluppato da centri di ricerca come Bruegel e dall’European Council on Foreign Relations, la sovranità digitale ha assunto lo stesso peso dell’energia o della difesa: non è più solo un fattore di competitività economica ma è una delle condizioni che consentono una vera sovranità.

I dati sono diventati confini (anche se non li vediamo) che incidono profondamente sulla nostra capacità di decidere, innovare, competere e in ultima analisi, di esistere.


Sovranità digitale: l’innocenza perduta dei dati dopo Schrems II e l’Ucraina - Ultima modifica: 2026-01-08T16:22:36+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

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