Tira vento alla base aerea di Andrews, vicino a Washington.
E’ Mercoledì 23 settembre. Un aereo della compagnia di bandiera cinese ha appena finito di rullare sulla pista. Prima di fermarsi è passato davanti a una fila di caccia americani, messi lì in bella mostra.
Ai piedi della scaletta c’è un tappeto rosso che però non è ancora pronto. Alcuni addetti, in ginocchio sull’asfalto, lo stendono con le mani e tolgono con cura le pieghe, una alla volta. Dai finestrini dell’aereo i funzionari cinesi osservano e aspettano. Nessuno scende finché il tappeto non è perfetto.
Sotto la scaletta aspetta Donald Trump, con la moglie Melania. In questa scena c’è qualcosa di straordinario: un presidente americano non lo fa quasi mai. Gli ospiti di Stato si ricevono alla Casa Bianca, non in aeroporto; andarli a prendere sulla pista è un onore si altissimo livello. Dal portellone scende Xi Jinping, 73 anni, i capelli neri tirati all’indietro, il passo lento e misurato di sempre, con la moglie accanto: lui in abito occidentale, lei fedele allo stile cinese. Xi non metteva piede negli Stati Uniti per una visita di Stato da undici anni.
Xi arriva in fondo alla scaletta, stringe le mani, cammina sul tappeto rosso; la banda attacca gli inni nazionali, poi 21 colpi di cannone. Trump porta la mano alla fronte, nel saluto militare.
Mentre l’inno americano sta per finire, arriva un frastuono.
Due bombardieri B-1 passano bassissimi sopra la cerimonia. Sono aerei strategici capaci di superare la velocità del suono. Il rombo si sente fin nello stomaco.
Trump sussulta. Le telecamere lo inquadrano: si piega, stringe i denti, gira la testa verso il cielo, la mano del saluto scivola giù. Il frastuono dei bombardieri della sua aviazione, fatti sfrecciarre in cielo in suo onore, lo fa trasalire.
Accanto a lui Xi Jinping resta fermo, immobile, senza un battito di ciglia.
Qualche ora dopo lo staff della Casa Bianca diffonde il filmato ufficiale, con il meglio della cerimonia. Il sussulto di Trump al passaggio dei B-1 non c’è più: è sparito.
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Questa immagine, che si cristallizza sulla pista di una base militare vicino a Washington, contiene già tutta la storia. Gli ingredienti sono quattro: rumore, sussulto, taglio, immobilità.
Adesso facciamo un esercizio, al posto dei bombardieri, mettete l’intelligenza artificiale e avrete una descrizione perfetta di quello che sta succedendo nel mondo dell’AI in queste settimane.
Primo, il rumore. Lo ha fatto la tecnologia americana. A luglio alcuni agenti di intelligenza artificiale di OpenAI, l’azienda di ChatGPT, erano chiusi in un recinto digitale per un test. Sono usciti da soli e hanno attaccato davvero i sistemi di Hugging Face, la piattaforma dove sviluppatori di tutto il mondo si scambiano modelli di AI. A settembre anche Google ha ammesso che la sua AI, durante una prova, è entrata nei sistemi di altre aziende, convinta che facessero parte dell’esercizio.
Secondo, il sussulto. Sabato 12 settembre Dario Amodei, capo di Anthropic, una delle aziende più avanzate del settore, pubblica un saggio. La richiesta è semplice da scrivere e difficile da rispettare: rallentare, tutti insieme, la corsa all’AI. Sam Altman, il capo di OpenAI, risponde che è d’accordo. Anche Elon Musk lo è. Negli stessi giorni un giovane ricercatore britannico lascia Anthropic sbattendo la porta: le aziende dell’AI, scrive, giocano d’azzardo con la vita di tutti.
Sono gli stessi costruttori dei bombardieri a chiedere di rallentarli.
Terzo, il taglio. Lunedì 14 settembre Trump scrive che chi vuole rallentare l’intelligenza artificiale fa parte di un complotto, un complotto “malato”, scritto tutto in maiuscolo come fa spesso, e che questa idea finirebbe per consegnare il primato dell’AI alla Cina. La Casa Bianca fa con l’appello quello che il suo staff ha fatto col filmato: lascia il rumore e cancella la reazione.
Quarto, l’immobilità. Sempre lunedì, a Pechino, durante la conferenza stampa quotidiana, un giornalista chiede del saggio di Amodei. Il portavoce del ministero degli Esteri non alza la voce, ma risponde con fermezza: allarmismo, scontro e concorrenza distruttiva, dice, non fanno l’interesse di nessuno. Il giorno prima il quotidiano del Partito comunista che si rivolge ai lettori stranieri aveva scelto un’altra formula per quel saggio: un manuale da Guerra fredda.
Il motivo sta scritto nel saggio di Amodei. Accanto alla proposta di frenare sull’AI, Amodei chiede di continuare a negare alla Cina i chip più potenti. Scrive che se la Cina conquistasse il primato nell’intelligenza artificiale sarebbe un grave pericolo per gli Stati Uniti e per il mondo.
Questo è il cuore della storia.
L’idea di frenare l’AI, per Pechino, è un’arma americana contro la Cina; per Washington, un regalo americano alla Cina. Per Xi rallentare è una trappola che gli tendono gli altri. Per Trump, una trappola che l’America tenderebbe a sé stessa.
Se ci pensate una situazione del genere , la storia l’ha già vissuta: due superpotenze che si fronteggiano su una tecnologia che fa paura a entrambe, e nessuna delle due è disposta a fermarsi per prima. Ottant’anni fa quella tecnologia era la bomba atomica. Per mettersi d’accordo servirono due città distrutte e tredici giorni sull’orlo della terza guerra mondiale.
Resta da capire se, anche con l’intelligenza artificiale, bisognerà sfiorare una tragedia prima che le grandi potenze arrivino a un accordo.
Per capire i dettagli del confronto Cina-Stati uniti sull’AI dobbiamo tornare indietro di qualche giorno, rispetto all’arrivo di Xi Jinping a Washington, andiamo a New York, Domenica 20 settembre. Nel gigantesco atrio della sede di JPMorgan, la più grande banca americana, due delegazioni hanno appena finito una giornata di trattative. Da una parte c’è Scott Bessent, ministro del Tesoro americano, un passato da finanziere nei fondi speculativi: è l’uomo di Trump per la Cina. Dall’altra, il vicepremier cinese che tratta per conto di Xi Jinping.
Davanti ai giornalisti Bessent annuncia una proposta americana. Cerchiamo di capire bene di cosa si tratta, perché sui giornali è diventata subito “il telefono rosso dell’intelligenza artificiale”.
La proposta si compone di due parti. La prima: un dialogo permanente tra i due governi sull’AI. La seconda: un sistema di allerta. Quando un incidente causato da un’intelligenza artificiale diventa abbastanza grave da toccare la sicurezza nazionale, un paese dovrebbe avvisare l’altro. Bessent la mette così: tra la prima e la seconda potenza mondiale dell’AI serve meno opacità e più trasparenza.
Il sistema non ha ancora un nome ufficiale. Nessuno ha detto quale tipo di incidente farebbe scattare l’allarme. Pechino ha confermato di aver parlato di intelligenza artificiale, ma non ha detto di aver accettato l’idea di Bessent. Le questioni più delicate restano fuori, a cominciare dai chip: con questo telefono si parlerebbe di incidenti, non di chi può comprare i processori di Nvidia. A vertice concluso, secondo gli analisti di Washington, resta l’intenzione di continuare a parlarsi, più una qualche linea d’emergenza ancora tutta da definire. Il telefono rosso dell’AI, per ora, è poco più di una bozza su un foglio.
Una linea diretta tra Washington e Pechino, peraltro, esiste già. Dal 2008 collega i vertici militari dei due paesi, ed è pensata proprio per i momenti di crisi. Nel febbraio del 2023, quando un pallone spia cinese attraversò i cieli degli Stati Uniti, il Pentagono la usò. Da Pechino non rispose nessuno.
A ben vedere, nemmeno quello della Guerra fredda era un telefono. Il telefono rosso tra la Casa Bianca e il Cremlino, entrato in funzione nell’estate del 1963, era una telescrivente: due macchine che si scambiavano messaggi scritti. Si scelse la scrittura apposta, perché la voce si presta ai malintesi e un testo si può tradurre con calma. Il primo messaggio di prova, spedito da Washington a Mosca, fu la frase che i dattilografi americani usavano per controllare tutti i tasti, perché contiene ogni lettera dell’alfabeto: la veloce volpe marrone salta sopra il cane pigro. Il primo collegamento tra due potenze nucleari venne inaugurato con un esercizio di dattilografia.
Ricordate il cestino di maggio?
Lo abbiamo raccontato nella puntata sul viaggio di Trump a Pechino: ai piedi dell’aereo presidenziale lo staff americano buttava in un cestino di plastica ogni regalo ricevuto dai cinesi, prima di risalire a bordo. Quel cestino era il simbolo della diffidenza verso tutto ciò che arriva dall’altra potenza. Quattro mesi dopo si discute di un telefono: forse è un piccolo passo avanti.
Nella stessa conferenza stampa Bessent ha aggiunto una frase che quasi nessuno ha ripreso. Le aziende americane dell’AI, ha dichairato, dicono che c’è il 10% di possibilità che la loro tecnologia porti all’estinzione dell’umanità. Poi chiedono al governo uno scudo legale. Il governo quello scudo non lo darà. Le aziende, conclude, sono libere di rallentare quando vogliono.
Prima che Xi varchi la soglia della Casa Bianca, Trump scrive sul suo social, Truth. Chiama l’intelligenza artificiale con il nome nuovo che ha scelto per lei: Super Intelligenza.
“Super Intelligence (SI) will be a big topic of discussion, but I want to leave it exactly where it is. That is China’s position also. Our guardrail is the DOJ!”
Traduzione: «Della Super Intelligenza si parlerà molto, ma io voglio lasciarla esattamente com’è. Anche la Cina la pensa così. Il nostro guardrail è il Dipartimento di Giustizia!»
In altre parole: nessuna regola prima; dopo, se qualcosa va storto, ci penserà il ministero della Giustizia americano, cioè i tribunali.
Alla casa bianca iniziano i discorsi ufficiali “And as President Xi has already seen, a lot has changed since he was last here.”
Traduzione: «Come il presidente Xi ha già potuto vedere, da quando è venuto qui l’ultima volta sono cambiate molte cose.»
Poi arriva all’intelligenza artificiale.
“During this visit, we will also discuss pressing issues concerning security, technology, and super intelligence, SI. The decisions we make in these areas today can promote peace and prosperity for decades and decades to come.”
Traduzione: «In questa visita parleremo anche di questioni urgenti che riguardano la sicurezza, la tecnologia e la Super Intelligenza. Le decisioni che prendiamo oggi su questi temi possono portare pace e prosperità per decenni e decenni.»
Le decisioni di oggi, per i prossimi decenni. Lo stesso uomo, la stessa mattina, aveva scritto che voleva lasciare tutto com’è.
Poi tocca a Xi. Parla in cinese, lentamente, con l’interprete che traduce frase per frase. Quando arriva all’intelligenza artificiale, misura ogni parola.
“Both China and the United States are leading nations in artificial intelligence. We have both the capability and responsibility to develop and manage AI for good, and ensure that the development of AI is always under human control and serves the well-being of the people.”
Traduzione: «Cina e Stati Uniti sono entrambi all’avanguardia nell’intelligenza artificiale. Abbiamo i mezzi e il dovere di svilupparla e governarla a fin di bene, e di fare in modo che resti sempre sotto il controllo dell’uomo, al servizio del benessere delle persone.»
Sotto il controllo dell’uomo. Le parole che il padrone di casa evita con cura le pronuncia l’ospite cinese. Torna l’immobilità della pista di Andrews. Xi può permettersi quella frase perché a casa sua non deve frenare nessuno. Nel frattempo osserva l’America che litiga con sé stessa: le aziende che chiedono di rallentare, la Casa Bianca che parla di complotto. Xi resta fermo e osserva, come dal finestrino dell’aereo. Si guarda cosa fanno gli americani; si scende solo quando il tappeto è steso bene. Poco dopo, nello stesso discorso, Xi risponde a una frase che Trump aveva pronunciato qualche giorno prima dal podio delle Nazioni Unite, davanti ai leader di tutto il mondo: chi vince l’AI, vince tutto. Xi non la cita direttamente; non ne ha bisogno.
“We do not need to avoid mentioning competition, but our competition should be a healthy one and should be kept within bounds. It should be a race of catching up with one another, not a wrestle in which one either wins or loses.”
Traduzione: «Non serve evitare di parlare di competizione, ma la nostra deve essere una competizione sana, che resti entro certi limiti. Deve essere una gara in cui ci si rincorre, non un incontro di lotta in cui uno vince e l’altro perde.»
Chi vince, vince tutto, dice Trump. Non ci devono essere un vincitore e un vinto, risponde Xi. Ognuno dei due, naturalmente, è convinto di essere in vantaggio.
Poi Xi pronuncia una frase che chi ha ascoltato la puntata di maggio riconoscerà.
“The Thucydides Trap can be overcome.”
Traduzione: «La trappola di Tucidide si può evitare.»
Tucidide è lo storico greco che raccontò la guerra tra Atene e Sparta e ne indicò la causa: la paura della potenza dominante davanti a quella che cresce. A maggio, nella Grande Sala del Popolo di Pechino, Xi aveva posto la trappola di Tucidide come una domanda: Cina e Stati Uniti riusciranno a evitarla? A settembre, a Washington, la domanda è diventata un’affermazione.Nel pomeriggio c’è il colloquio nello Studio Ovale. Il ministero degli Esteri cinese ne pubblica la sua versione, e sull’AI scrive poche righe, scelte con cura. Cina e Stati Uniti possono farsi concorrenza, ma possono collaborare ancora di più. La cosa giusta, dice Xi, è sfruttare ciascuno i punti di forza dell’altro, invece di diffidare l’uno dell’altro. Nel linguaggio di Pechino quella diffidenza ha un bersaglio preciso: i divieti americani sulla vendita di chip.
Nella stessa versione cinese c’è anche una frase attribuita a Trump: l’intelligenza artificiale riguarda il futuro dell’umanità, e Stati Uniti e Cina devono continuare a parlarsi e a collaborare. Il Trump raccontato da Pechino sembra un po’ più lungimirante del Trump di Truth.
Alla fine non ci sarà nessuna dichiarazione comune, nessuna conferenza stampa congiunta. Ciascun governo racconterà la sua versione al suo pubblico.
Versioni diverse; nelle foto ufficiali, però, i due presidenti sono vestiti allo stesso modo. C’è un dettaglio che mi ha colpito. All’arrivo Xi porta una cravatta viola, Trump una azzurra. A un certo punto Trump l’ha cambiata, e nelle immagini ufficiali eccoli lì: abito blu e cravatta viola, come due gemelli diversi. Non so se sia stata una scelta o un caso, ma vederli vestiti uguali, almeno a me, fa una certa impressione.
La sera si sono cambiati entrambi per la cena nel grande salone della Casa Bianca. Arriva l’ora della cena, e dei regali.
Si brinda con uno spumante californiano, scelto per ricordare il brindisi del 1972 a Pechino, quando Richard Nixon diventò il primo presidente americano a visitare la Cina comunista.
La cena si apre con una vellutata di zucca gialla. Come secondo, un branzino in crosta di sesamo, accanto a bok choy brasato e melanzana. Il dessert chiude con un cremoso alla vaniglia e, sopra, un gelato al miele della Casa Bianca. Trump prende la parola per primo. Vuole mettere a confronto le radici dei due paesi, e fa un elenco.
“On one side, China draws on thousands of years of history and tradition from Sun Tzu to Sun Yat-sen. For Americans, we inherit a legacy of faith from Jerusalem to Rome, the democracy of ancient Athens, the triumphs of Sparta, and the freedom proclaimed in Philadelphia 250 years ago.”
Traduzione: «Da una parte c’è la Cina, con migliaia di anni di storia e di tradizione, da Sun Tzu a Sun Yat-sen. Noi americani siamo eredi di una fede che va da Gerusalemme a Roma, della democrazia dell’antica Atene, delle vittorie di Sparta e della libertà proclamata a Filadelfia duecentocinquant’anni fa.»
Atene e Sparta. Le due città della guerra di Tucidide, nella stessa frase. Non sappiamo se l’abbia fatto apposta. Sappiamo che quella mattina Xi aveva detto che la trappola si può evitare. La sera Trump ne ha nominato le protagoniste, tutte e due dalla parte dell’America. Poi tocca a Xi. Nel suo brindisi ripercorre duecento anni di rapporti tra i due paesi, e a un certo punto torna proprio a Nixon.
“The redwood trees that President Nixon had presented as a special state gift have taken root in Zhejiang Province where I worked for several years.”
Traduzione: «Le sequoie che il presidente Nixon aveva regalato alla Cina hanno messo radici nella provincia dello Zhejiang, dove ho lavorato per diversi anni.»
Quindi Trump fa scoprire il suo dono: un’aquila calva, il simbolo degli Stati Uniti, alta quasi un metro, posata su un ramo. Racconta di averla disegnata insieme a Melania e a un artista americano. Dice che rappresenta lo spirito libero dell’America, uno spirito che vola alto. Poi aggiunge che spera trovi un bel posto, anzi un posto meraviglioso, a Pechino.
Xi si alza e applaude.
Il regalo di Nixon ha messo radici. Quello di Trump deve ancora trovare un posto.
Ai tavoli siedono i volti più noti della tecnologia americana: Elon Musk, Mark Zuckerberg, Jensen Huang, il capo di Nvidia, l’uomo della giacca di pelle nera, e Sam Altman. Le persone che hanno fatto decollare i bombardieri dell’AI. Proprio Altman, dodici giorni prima, si era detto d’accordo con Amodei sulla necessità di rallentare. Il giorno prima di questa cena, al Congresso, un deputato democratico ha denunciato che né OpenAI né Anthropic hanno accettato di venire a testimoniare su un possibile accordo con la Cina. L’agenzia Reuters, intanto, racconta che Anthropic sta valutando di anticipare l’uscita di un nuovo modello, per non lasciare troppo spazio a OpenAI.
Il sussulto, la paura è durata appena una settimana. Lo spavento per gli incidenti dell’AI, e l’invito a rallentare su cui tutti si erano detti d’accordo, sembrano già scivolati via. Gridare all’ipocrisia serve a poco. Dentro un’azienda succede la stessa cosa che succede nello Studio Ovale, in piccolo: nessuno frena da solo mentre l’altro accelera.
Per capire davvero cosa sta succedendo nel mondo dell’AI dobbiamo tornare indietro nel tempo, all’unica altra tecnologia che abbia messo le superpotenze una contro l’altra in questo modo.
Il salto è di ottantun anni. Hiroshima, 6 agosto 1945. Una sola bomba cancella un’intera città. Da quel giorno il mondo sa di cosa è capace la tecnologia che l’uomo ha costruito. Ha visto le fotografie, le ombre delle persone rimaste impresse sulla pietra.
Anche per la bomba atomica, però, un accordo per tenerla sotto controllo non arriva subito. Nel 1949 anche l’Unione Sovietica ha la sua bomba. Poi arrivano quelle all’idrogeno, fino a mille volte più potenti. Per diciassette anni le due superpotenze corrono, proprio come oggi: nessuno rallenta, perché rallentare vorrebbe dire lasciar vincere l’altro. Nell’ottobre del 1962 gli americani scoprono che l’Unione Sovietica sta installando missili nucleari a Cuba, a poco più di cento chilometri dalla Florida. Kennedy fa circondare l’isola dalle navi da guerra. Per tredici giorni il mondo trattiene il fiato.
Venerdì 26 ottobre, il giorno più buio della crisi, a Mosca, Nikita Kruscev, il leader sovietico, scrive di suo pugno una lunga lettera a John Kennedy. Non passa per i diplomatici, non usa il linguaggio dei comunicati. Scrive come un uomo che ha paura. Dentro c’è un’immagine semplice, quasi contadina. Kruscev chiede a Kennedy di immaginare una corda, con un nodo nel mezzo: il nodo della guerra. Da una parte tira l’America, dall’altra l’Unione Sovietica. “Più tiriamo”, scrive, “più il nodo si stringe.”Arriverà un momento, prosegue, in cui il nodo sarà così stretto che nemmeno chi l’ha fatto avrà più la forza di scioglierlo. A quel punto resterà una sola cosa da fare: tagliarlo. Cosa voglia dire tagliarlo, aggiunge, non ho bisogno di spiegarvelo.
Tagliare il nodo significa la guerra nucleare.
La proposta arriva alla fine: smettiamo tutti e due di tirare, e cerchiamo insieme di sciogliere il nodo. Quella lettera impiega ore per arrivare sulla scrivania di Kennedy: va trasmessa dall’ambasciata americana a Mosca, poi tradotta. Da quelle ore di attesa nascerà, l’anno dopo, il telefono rosso.
La corda si allenta. I missili tornano indietro.
Tenete a mente questa immagine: un nodo che si stringe così tanto che nemmeno chi l’ha fatto riesce più a scioglierlo. Somiglia molto a quello che raccontano oggi i costruttori dell’intelligenza artificiale. Otto mesi dopo, nel giugno del 1963, Kennedy parla agli studenti di un’università di Washington e pronuncia le parole più famose della sua presidenza sulla pace.
“Our most basic common link is that we all inhabit this small planet. We all breathe the same air. We all cherish our children’s future. And we are all mortal.”
Traduzione: «Il legame più profondo che ci unisce è che abitiamo tutti questo piccolo pianeta. Respiriamo tutti la stessa aria. Abbiamo tutti a cuore il futuro dei nostri figli, e siamo tutti mortali.»
Dieci giorni dopo, a Ginevra, si firma l’accordo per la linea diretta. Ad agosto la telescrivente entra in funzione, e le due potenze firmano il trattato che vieta gli esperimenti nucleari nell’atmosfera. Adesso riascoltate Xi, giovedì mattina, nell’atrio della Casa Bianca.
“We can certainly find the right path for our two great countries to get along on this planet we both call home. Our two militaries should maintain regular dialogue, and improve mechanisms for crisis communication and prevention.”
Traduzione: «Possiamo senz’altro trovare la strada giusta perché i nostri due grandi paesi convivano su questo pianeta che entrambi chiamiamo casa. I nostri eserciti devono parlarsi con regolarità e migliorare gli strumenti per comunicare durante le crisi e per prevenirle.»
Il pianeta che chiamiamo casa. Gli strumenti per comunicare nelle crisi. Sembrano le parole del 1963.
Anche la formula che Xi usa per l’intelligenza artificiale ha un precedente atomico. Nel novembre del 2024 Joe Biden e Xi si incontrarono in Perù e concordarono un principio: la decisione di usare un’arma nucleare deve restare nelle mani dell’uomo, non di una macchina. “Sotto il controllo dell’uomo”, due anni fa, valeva per la bomba. Il parallelo, a questo punto, è evidente. La corsa all’intelligenza artificiale somiglia in modo impressionante a quella atomica: due superpotenze, una gara che nessuno vuole interrompere per primo e, alla fine, un telefono. Con una differenza enorme.
Nel 1962 i tredici giorni di Cuba spaventarono il mondo perché tutti avevano in mente Hiroshima. Tutti sapevano cosa c’era in fondo a quella corda.
Con l’intelligenza artificiale abbiamo già le nostre piccole Cuba: macchine uscite dai recinti, attacchi a sistemi che nessuno aveva autorizzato. La Cina, a modo suo, le teme. Il 13 settembre il capo dell’intelligence interna cinese ha scritto che i modelli americani possono ormai trovare i punti deboli dei sistemi informatici altrui e attaccarli, mettendo a rischio le infrastrutture della Cina. Ma una Hiroshima non c’è ancora, e per fortuna. I danni, per il momento, sono ipotesi: una probabilità su dieci.
Torniamo sulla pista di Andrews, e guardiamo la scena da un altro punto. Sul tappeto rosso ci sono i due presidenti. Ma il rombo di un bombardiere non lo sente solo chi sta sul tappeto: lo sente chi abita sotto la rotta.
Mercoledì, mentre Xi atterrava, il primo ministro australiano ha raccontato ai giornalisti, a New York, una storia. Il 18 giugno un agente di intelligenza artificiale di OpenAI, cioè un programma capace di agire da solo, incaricato di fare ricerche sulla spesa sanitaria australiana, è entrato nel portale delle statistiche della sanità pubblica del paese. Il sito gli rispondeva di no, più volte. Lui ha trovato il modo di aggirare i blocchi. “Non ha accettato un no come risposta”, ha detto il primo ministro.
Adesso ricordate la parola che vi avevo chiesto di tenere a mente. Avviso. Il governo australiano è stato avvisato il 10 settembre, quasi tre mesi dopo. Con una mail spedita a un indirizzo generico, di quelli aperti al pubblico.
Il mondo senza telefono rosso funziona così.
Anche a luglio, fuori dal laboratorio di OpenAI, a subire l’attacco non erano state né Washington né Pechino, ma Hugging Face, la piattaforma nata dall’idea di tre giovani imprenditori francesi, dove chiunque nel mondo va a prendere i modelli di intelligenza artificiale per usarli. Il primo a pagare il rumore è sempre chi abita sotto la rotta.
L’Europa il suo freno lo ha scritto in una legge, l’AI Act, con regole che valgono prima dei danni e non dopo. Il telefono di Bessent, se mai squillerà, collegherà due capitali. Bruxelles non è sulla linea. Ma è sotto la rotta.
C’è un gesto che le due culture conoscono bene, e per il quale entrambe hanno un proverbio. Il gesto è quello di chi ripara il recinto dopo che l’animale è scappato.
In Cina, un antico libro di strategia politica, scritto più di duemila anni fa, racconta di un pastore che perde una pecora perché il recinto è rotto. Da quella storia nasce un proverbio che in Cina si impara da bambini.
亡羊补牢,犹未为晚 (wáng yáng bǔ láo, yóu wèi wéi wǎn)
Traduzione: «Riparare il recinto dopo aver perso la pecora: non è ancora troppo tardi.»
In America si dice quasi la stessa cosa, ma con la conclusione opposta. Noi italiani la conosciamo bene: chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.
“It’s too late to shut the barn door after the horse has bolted.”
Traduzione: «Inutile chiudere la stalla quando il cavallo è già scappato.»
Lo stesso gesto, due atteggiamenti opposti.
Il proverbio cinese guarda a quello che resta: hai perso una pecora, ma il gregge è ancora lì; se ripari il recinto, salvi le altre. Quello americano guarda a quello che è andato perduto: il cavallo era uno solo, e una stalla chiusa, a quel punto, non protegge più niente. Quale dei due abbia ragione dipende da ciò che si è perso; da certi danni ci si riprende, da altri no. Con l’atomo la storia ha dato ragione al proverbio cinese, ma il prezzo è stato terribile: più di duecentomila morti tra Hiroshima e Nagasaki. Dopo, il recinto fu costruito, e da più di ottant’anni nessuno ha usato una bomba atomica in guerra. Ha tenuto sull’uso della bomba, non sulla sua diffusione: i paesi che la possiedono, oggi, sono nove.
Con l’intelligenza artificiale siamo in un altro punto della storia. Le macchine sono già uscite dal recinto più di una volta, nei sistemi di Hugging Face come nel portale della sanità australiana; finora, però, non hanno lasciato danni impossibili da rimediare. Per questo nessuno ha fretta di riparare il recinto: Washington e Pechino discutono di un telefono che ancora non esiste, e le aziende che chiedono di rallentare intanto accelerano. Con l’atomo, la paura è arrivata dopo aver visto. Le fotografie di Hiroshima hanno spaventato il mondo per ottant’anni, e quella paura ha tenuto chiuso il recinto. Con l’intelligenza artificiale la paura c’è stata, ma è durata una settimana: il tempo di un saggio, di qualche adesione illustre, e poi di nuovo la corsa.
Resta da capire se, questa volta, sapremo avere paura prima di vedere. Io spero di sì.
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