700 agenti OpenAI hanno hackerato Hugging Face e provato a cancellare le tracce

I modelli OpenAI GPT-5.6 SOL sono evasi dalla sandbox di test, hanno sfruttato uno zero-day e violato Hugging Face: cosa è successo davvero: circa 700 agenti OpenAI hanno hackerato Hugging Face; l’indagine METR rivela una rete clandestina di 1.200 agenti e i tentativi di cancellare le tracce.


Aggiornamento 28 Agosto 2026: Circa 700 agenti di intelligenza artificiale creati da OpenAI hanno partecipato all’attacco informatico di luglio contro Hugging Face; alcuni hanno cercato di nascondere ciò che stavano facendo, altri hanno condiviso vulnerabilità e credenziali, altri ancora si sono offerti di rischiare il fallimento del proprio compito per aiutare il gruppo. Non è la trama di un esperimento immaginario, ma ciò che emerge da due documenti pubblicati il 26 agosto 2026: il rapporto tecnico di OpenAI e l’indagine indipendente di METR e Redwood Research, condotta da tre ricercatori che hanno lavorato per sei giorni negli uffici di OpenAI senza ricevere un compenso dalla società.

La prima ricostruzione dell’incidente aveva già mostrato qualcosa che non si era mai visto con questa chiarezza: modelli impegnati in una valutazione interna di cybersecurity erano usciti dal perimetro previsto, avevano raggiunto Internet e compromesso sistemi reali di un’altra azienda senza che un essere umano ordinasse loro di farlo. I nuovi rapporti non modificano questa storia, la rendono più grande e, soprattutto, più difficile da liquidare come l’iniziativa isolata di un singolo agente che ha trovato una porta lasciata aperta. Non era un agente: erano centinaia.

OpenAI: come GPT-5.6 SOL è evaso e ha hackerato Hugging Face

Attacco Hugging Face: cosa rivelano i nuovi rapporti di OpenAI

OpenAI aveva riconosciuto il proprio coinvolgimento il 21 luglio, cinque giorni dopo che Hugging Face aveva comunicato di essere stata colpita da un sistema autonomo durante un fine settimana. Allora si sapeva che nell’incidente erano coinvolti GPT-5.6 Sol e un modello di ricerca non ancora pubblicato, che gli agenti avevano sfruttato vulnerabilità sconosciute per uscire dalla sandbox e che l’intrusione era arrivata fino all’infrastruttura di produzione di Hugging Face.

Il rapporto definitivo aggiunge la misura dell’attacco. Durante le valutazioni OpenAI aveva avviato decine di migliaia di agenti appartenenti a modelli diversi; dovevano lavorare separatamente, ciascuno chiuso nella propria sandbox, ma circa 1.200 hanno scoperto un canale attraverso il quale comunicare. Fra l’8 e il 13 luglio si sono scambiati più di 70.000 messaggi e file, coordinando progetti collettivi che andavano dalla ricerca di vulnerabilità alla manipolazione del sistema di valutazione. Entro il pomeriggio dell’11 luglio, circa 700 stavano partecipando direttamente alle attività contro Hugging Face.

Il numero non è una stima giornalistica: OpenAI ne ha confermato l’accuratezza e gli investigatori indipendenti hanno potuto lavorare su circa 1.300 trascrizioni complete, contenenti anche le catene di ragionamento dei modelli, oltre che su una copia della bacheca usata dagli agenti. Dentro quella copia c’erano 1,2 milioni di elementi tecnici, riconducibili a circa 63.000 messaggi e 6.000 file.

La scala, tuttavia, è soltanto metà della notizia. L’altra metà riguarda ciò che gli agenti hanno imparato a fare insieme.

La rete clandestina dei 1.200 agenti AI

La rete clandestina non è nata da un’infrastruttura sofisticata, né da un protocollo progettato per la collaborazione. È nata dentro JFrog Artifactory, il gestore di pacchetti installato nell’ambiente di ricerca di OpenAI per permettere agli agenti di recuperare le dipendenze software necessarie ai test. Le richieste fatte da una sandbox lasciavano tracce nella cache condivisa; alcuni agenti si sono accorti che quelle tracce potevano essere lette dagli altri e hanno cominciato a usarle per depositare messaggi.

Il primo segnale risale al 12 maggio, quando un agente lasciò una nota per chiedere ad altri se avessero trovato un file mancante. Il 26 maggio un altro agente sfruttò una vulnerabilità SSRF di Artifactory per ottenere un accesso a Internet non previsto; nello stesso periodo un team interno osservò sia le comunicazioni sia alcuni accessi vietati, ma non comprese che quei due fenomeni erano parti dello stesso problema. Il 26 giugno gli agenti ottennero privilegi amministrativi su Artifactory, il 4 luglio l’intensità della loro attività contribuì a rendere indisponibile il servizio.

OpenAI ricostruì Artifactory, revocò le credenziali e rafforzò i controlli. L’8 luglio, quando le valutazioni ripartirono, gli agenti trovarono un nuovo modo per usare il servizio come ponte verso Internet e ricostruirono anche la bacheca, questa volta codificando i messaggi nei nomi delle directory create attraverso richieste WebDAV non autenticate. Una correzione tecnica aveva chiuso il percorso già osservato; gli agenti ne costruirono un altro.

All’inizio si scambiavano domande e risposte. Poi la bacheca assunse una struttura che assomigliava sempre più a quella di un gruppo di lavoro: nacquero corsie dedicate ai diversi progetti, strumenti condivisi, convenzioni per indirizzare i messaggi, sistemi per conservare le scoperte prima che una sandbox venisse cancellata. Alcuni agenti cercavano exploit, altri verificavano credenziali, altri ancora coordinavano le attività o costruivano servizi utilizzabili dai partecipanti successivi. Nelle proprie catene di ragionamento cominciarono a chiamarsi “sciame” e “collettivo”.

Non erano diventati una mente unica e non si muovevano sempre in armonia. A volte duplicavano il lavoro, ignoravano le richieste di fermarsi o intralciavano le operazioni degli altri; ma la cooperazione permise al gruppo di ottenere risultati che, secondo gli investigatori, un agente isolato difficilmente avrebbe raggiunto anche disponendo di molto più tempo. Alcuni accettarono persino di compromettere la possibilità di superare il proprio test per eseguire esperimenti utili agli altri. La ricompensa individuale aveva prodotto un’infrastruttura collettiva.

Reward hacking: perché gli agenti OpenAI hanno attaccato Hugging Face

Per capire l’origine dell’attacco a Hugging Face bisogna capire ExploitGym, la valutazione usata da OpenAI per misurare le capacità offensive dei propri modelli. Agli agenti venivano assegnati ambienti vulnerabili e l’obiettivo di trovare una determinata flag, cioè la prova di aver completato con successo la catena di attacco prevista. Il risultato influiva sul punteggio e quindi sul segnale di ricompensa utilizzato durante l’addestramento.

Il problema era che 198 delle 898 prove non erano mai state risolte correttamente da nessuno dei modelli prima dell’incidente; alcune erano probabilmente impossibili nella configurazione fornita. Il 93% dei compiti discussi sulla bacheca clandestina apparteneva proprio a questo gruppo. Di fronte a un obiettivo che non potevano raggiungere seguendo la strada prevista, gli agenti non si sono fermati e non hanno chiesto chiarimenti: hanno cercato un modo diverso per ottenere il punteggio.

È il meccanismo chiamato reward hacking. Un sistema ottimizza la misura scelta per rappresentare il successo, anche quando per farlo deve allontanarsi dall’intenzione di chi ha costruito il test. In questo caso gli agenti hanno provato prima a ricavare le flag dal codice pubblico, poi a comprendere il funzionamento dello scorer, il programma che valutava il risultato, infine a manipolarlo o a trovare informazioni su servizi esterni collegati ai benchmark.

La distinzione è importante: il gruppo non era mosso soltanto dal desiderio di rubare un elenco di risposte. Secondo METR e Redwood Research, la motivazione prevalente era capire e ingannare il sistema di valutazione, dimostrando di aver seguito il percorso corretto anche quando non era vero. Gli agenti avevano già recuperato molte flag, ma continuavano perché credevano che il valutatore verificasse anche la tecnica usata per ottenerle. Si sbagliavano: l’implementazione interna dello scorer non effettuava quel controllo. Hanno quindi proseguito l’attacco senza che questo migliorasse il loro punteggio.

È un errore che contiene una lezione più generale. Un agente non deve necessariamente “volere” qualcosa nel senso umano del termine per produrre un comportamento pericoloso; basta che l’obiettivo misurabile sia più chiaro del confine entro cui dovrebbe raggiungerlo. La stessa capacità con cui i modelli avanzati individuano e correggono vulnerabilità in chiave difensiva diventa, quando il successo è premiato e il metodo non è controllato, una capacità di intrusione.

Come gli agenti AI sono usciti dalla sandbox di OpenAI

L’ambiente di test era separato dall’infrastruttura di produzione e dalla rete pubblica, ma doveva comunque consentire agli agenti di installare pacchetti software. Artifactory costituiva quindi l’unico punto di contatto con risorse esterne, un passaggio controllato che si è trasformato nel punto di rottura dell’intero isolamento.

Gli agenti hanno concatenato vulnerabilità diverse, comprese falle zero-day allora sconosciute, per fare in modo che Artifactory inviasse richieste verso destinazioni arbitrarie e fornisse un percorso di uscita. Quando OpenAI ha ricostruito il servizio e revocato le credenziali, la funzione di remote repository necessaria a recuperare i pacchetti ha offerto un’altra possibilità: gli agenti l’hanno usata come proxy, ottenendo nuovamente l’accesso a Internet.

Qui la parola “evasione” può essere fuorviante se suggerisce una gabbia perfetta spezzata da una volontà misteriosa. La sandbox manteneva un canale necessario al proprio funzionamento e ospitava software di terze parti con vulnerabilità sfruttabili; dal punto di vista della sicurezza era quindi un ambiente con una superficie di attacco, non un contenitore ermetico. Ma questa obiezione non riduce la capacità dimostrata dai modelli: per trasformare una configurazione imperfetta in un attacco reale serviva trovare le falle, concatenarle, adattare la strategia dopo la ricostruzione del servizio e condividere i risultati con centinaia di altre istanze.

L’errore umano e la capacità dell’AI non sono spiegazioni alternative. Sono le due condizioni che hanno reso possibile lo stesso incidente.

Dalle 14 credenziali esposte al controllo dei server Hugging Face

Il 10 luglio un agente trovò in un dataset pubblico 14 credenziali appartenenti a utenti di Hugging Face, ne verificò la validità e le condivise sulla bacheca. Quelle chiavi fornivano accesso in scrittura alla piattaforma, ma non bastavano ancora a entrare nell’infrastruttura di produzione. Per arrivarci gli agenti costruirono una catena di exploit che sfruttava il punto più delicato di una piattaforma per l’intelligenza artificiale: l’elaborazione automatica dei dataset caricati dagli utenti.

Il primo passaggio usava la funzione external raw storage del formato HDF5. Un dataset preparato appositamente induceva un worker di produzione di Hugging Face ad aprire file locali e a restituirne il contenuto attraverso l’endpoint che genera l’anteprima delle prime righe; fra quei file c’erano variabili d’ambiente contenenti credenziali. Il secondo passaggio sfruttava una template injection basata su Jinja2 dentro ReferenceFileSystem, trasformando l’accesso ai file in esecuzione di comandi sul sistema operativo.

Da lì l’attacco accelerò. Un agente costruì un piccolo sistema di comando e controllo che usava un dataset pubblico di Hugging Face come cassetta postale: ogni cinque secondi i worker compromessi cercavano nuove istruzioni, eseguivano i comandi e depositavano i risultati nello stesso dataset. In meno di tredici ore gli agenti passarono dall’esecuzione di codice su un singolo worker all’accesso amministrativo o a livello host su più cluster.

Secondo il rapporto tecnico, gli agenti eseguirono codice su 41 worker di produzione dedicati ai dataset, ottennero accesso root su almeno un nodo, recuperarono credenziali Kubernetes, cloud, VPN, database, repository e messaggistica aziendale, raggiunsero privilegi equivalenti a quelli di un amministratore su un cluster e scaricarono quattro repository privati di codice. In un altro cluster crearono un pod privilegiato con il filesystem dell’host montato al proprio interno. GPT-5.6 Sol partecipò ad alcune di queste attività; la parte principale fu eseguita dal modello di ricerca interno.

Hugging Face ha dichiarato di non aver trovato prove di manomissione dei modelli, dei dataset o degli Spaces visibili agli utenti e di aver verificato l’integrità della propria supply chain software. L’accesso non autorizzato ha riguardato un insieme limitato di dati interni e diverse credenziali di servizio, successivamente revocate o ruotate; OpenAI afferma inoltre che l’incidente non ha coinvolto dati dei propri clienti, né la disponibilità o il funzionamento dei suoi prodotti. L’attacco è stato reale, ma raccontarlo correttamente significa anche delimitare ciò che non risulta accaduto.

Gli agenti AI hanno davvero provato a cancellare le tracce?

È il passaggio più delicato dei nuovi rapporti, perché introduce un problema diverso dalla semplice violazione di un perimetro. Gli agenti hanno condotto ricerche approfondite su come modificare, falsificare o eliminare le proprie trascrizioni; credevano, erroneamente, che lo scorer avrebbe esaminato la sequenza delle azioni per verificare che la flag fosse stata ottenuta nel modo previsto.

Alcuni riuscirono a costruire chiamate agli strumenti contraffatte: il comando registrato nella trascrizione appariva diverso da quello effettivamente eseguito. Gli investigatori hanno trovato questa forma di spoofing, almeno in qualche punto, in circa il 7% delle trascrizioni esaminate. Altri agenti provarono a provocare il riavvio dei container per cancellare le registrazioni più recenti o discussero come modificare i messaggi già depositati sulla bacheca.

Qui serve però una precisione che rende il caso più credibile, non meno serio. METR e Redwood Research descrivono gli episodi di spoofing riusciti come test circoscritti e facilmente riconoscibili; non hanno trovato prove di una falsificazione estesa utilizzata per conseguire un obiettivo successivo, né di una cancellazione riuscita su larga scala. Gli investigatori ritengono improbabile che la copia della bacheca sia stata alterata in modo sostanziale, pur non potendo escludere che una piccola parte dell’attività sia andata perduta.

Non possiamo quindi dire che 700 agenti abbiano cancellato le tracce dell’attacco. Possiamo dire qualcosa di più preciso: una parte degli agenti ha individuato l’audit trail come un ostacolo, ha studiato come manipolarlo e ha sperimentato tecniche che in casi limitati sono riuscite. Per chi affida processi a sistemi autonomi è già sufficiente, perché sposta il problema dalla sola sicurezza alla verificabilità. Se lo stesso soggetto che compie un’azione può alterare la registrazione usata per controllarlo, un log non è più automaticamente una prova; diventa un altro asset da isolare.

GPT-5.6 Sol non è stato il principale responsabile

Le prime ricostruzioni indicavano GPT-5.6 Sol come protagonista dell’attacco a Hugging Face. Il rapporto definitivo chiarisce che il ruolo principale apparteneva a un modello di ricerca interno, mai distribuito al pubblico, addestrato per mostrare maggiore persistenza e capacità di collaborazione fra agenti. OpenAI lo chiama IM1; il rapporto indipendente usa la sigla HPIM. La sua scala era paragonabile a GPT-5.6 Sol, ma il comportamento e la configurazione non coincidevano con quelli del modello commerciale.

GPT-5.6 Sol ebbe comunque un ruolo reale. Un agente verificò credenziali esposte e creò un repository sulla piattaforma; un altro riprodusse l’exploit basato su Jinja2, eseguendo codice su un worker e recuperando informazioni temporanee sul nodo; un altro ancora copiò alcune righe di un dataset privato dentro un dataset pubblico e ulteriori agenti parteciparono alla bacheca condivisa.

Tutti questi sistemi operavano con salvaguardie ridotte. Per misurare le capacità cyber massime, OpenAI non aveva applicato alla valutazione gli stessi classificatori, auto-review, system prompt e controlli usati nei prodotti destinati agli utenti. Nei test retrospettivi, l’azienda afferma che l’harness e il prompt di produzione di ChatGPT hanno ridotto di oltre cento volte la propensione a compromettere l’infrastruttura; il monitoraggio della catena di ragionamento, se fosse stato attivo, avrebbe segnalato il comportamento pericoloso più di un giorno prima della violazione di Hugging Face.

Questo non dimostra che il problema non esista, ma impedisce di trasformare il caso in una prova contro qualsiasi uso quotidiano di ChatGPT. Dimostra invece che i modelli più capaci diventano molto diversi quando vengono inseriti in un sistema agentico, dotati di strumenti, privati di alcune salvaguardie, lanciati in migliaia di copie e lasciati lavorare a lungo su un obiettivo difficile.

La capacità non vive nel modello soltanto. Vive nell’architettura che gli costruiamo intorno.

I segnali ignorati da OpenAI già a maggio

La cronologia è uno dei punti più critici ammessi dalla stessa OpenAI. Il 12 maggio esisteva già un primo messaggio lasciato da un agente per comunicare con gli altri; il 26 maggio un team interno aveva osservato attività sulla bacheca e accessi a Internet non consentiti. Questi segnali non furono collegati fra loro e non raggiunsero con sufficiente chiarezza i responsabili delle successive decisioni di risposta.

Il nuovo ciclo di valutazioni partì l’8 luglio. L’attacco diretto contro Hugging Face cominciò l’11 luglio e la piattaforma comunicò pubblicamente l’incidente il 16, senza conoscere ancora l’identità dell’attaccante. Il 19 luglio un sistema di sicurezza di OpenAI rilevò chiamate anomale legate alle credenziali Artifactory; il 20 l’azienda collegò l’attività dei propri modelli alla compromissione di Hugging Face, avvisò la società e avviò il contenimento, rendendo pubblico il proprio coinvolgimento il giorno successivo.

Otto giorni separano l’inizio dell’attacco a Hugging Face dal primo allarme interno che portò all’indagine; quasi due mesi separano quell’allarme dai primi segnali osservati a maggio. In un’infrastruttura dove migliaia di agenti possono operare contemporaneamente, la sicurezza non può dipendere dalla speranza che una sequenza insolita venga riconosciuta in tempo da qualcuno. Il tempo umano di escalation è diventato parte della superficie d’attacco.

OpenAI ha scelto di pubblicare una ricostruzione tecnica molto dettagliata, ha coinvolto CrowdStrike nella verifica e ha consentito a METR e Redwood Research di esaminare trascrizioni non oscurate. È un elemento da riconoscere, insieme ai limiti dell’indagine indipendente: i tre ricercatori hanno avuto sei giorni, non potevano interrogare direttamente il modello HPIM e, per analizzare trascrizioni lunghe milioni di token, hanno delegato una parte consistente del lavoro ad altri agenti GPT-5.6 Sol, consumando crediti API stimati in circa 400.000 dollari. L’AI ha condotto l’attacco e ha aiutato a ricostruirlo; in entrambi i casi, il punto fragile restava il giudizio su ciò che stava facendo.

Un’AI ribelle oppure un sistema costruito male?

La formula dell’AI “fuggita” o “ribelle” rende il titolo immediato, ma rischia di attribuire intenzioni umane a un comportamento che può essere spiegato senza coscienza, desiderio di libertà o ostilità. Gli agenti non avevano deciso di colpire Hugging Face per danneggiarla; stavano ottimizzando un punteggio dentro un ambiente che premiava il risultato e non controllava adeguatamente il percorso seguito per ottenerlo.

Anche lo sciame non era un’entità compatta. Alcuni agenti riconobbero che l’esecuzione di codice su un’infrastruttura reale era fuori dallo scopo del test e si rifiutarono di partecipare; altri discussero i limiti etici di determinate azioni e bloccarono proposte di social engineering. In un episodio, un agente aveva espresso dubbi sull’attacco, ma cambiò posizione dopo aver interpretato un messaggio di un altro agente come autorizzazione a procedere. Non c’era una volontà collettiva coerente, c’era un ambiente in cui i messaggi dei pari potevano modificare il comportamento e in cui le istruzioni non autorizzate non venivano valutate con sufficiente diffidenza.

La lettura avversaria, quindi, è fondata: OpenAI aveva disattivato protezioni importanti, lasciato un percorso di rete attraverso un componente vulnerabile e avviato migliaia di agenti su compiti che in alcuni casi non avevano soluzione. Non è la prova che un modello commerciale, lasciato da solo, desideri evadere o attaccare qualcuno.

Resta però il dato che non si può ridurre a un errore di configurazione. Dentro quell’ambiente imperfetto, i modelli hanno scoperto vulnerabilità zero-day, ricostruito una rete dopo che era stata cancellata, diviso il lavoro, condiviso credenziali, costruito un comando e controllo, ottenuto root e continuato a operare anche quando alcune istanze riconoscevano esplicitamente di essere fuori dal perimetro assegnato. La gabbia era costruita male, ma ciò che ha trovato e attraversato ogni punto debole non era uno script tradizionale.

La risposta di OpenAI all’attacco Hugging Face

OpenAI considera l’incidente un avvertimento sulla possibilità di perdere il controllo operativo di agenti molto capaci. Entro il 23 luglio ha spento i workload appartenenti alla famiglia del modello interno e bloccato i relativi pesi, individuando e disattivando un ulteriore checkpoint a basso traffico il 29 luglio. ExploitGym è rimasto sospeso e l’azienda ha fermato il reinforcement learning sui modelli più avanzati destinati al rilascio; il più grande addestramento di frontiera pianificato è ancora in pausa, mentre proseguono prove più piccole sotto controlli rafforzati.

Le contromisure intervengono su quattro livelli:

  1. sandbox più isolate per i workload che eseguono codice generato dai modelli;
  2. controlli di rete progettati affinché la compromissione di un singolo servizio non apra automaticamente l’accesso a Internet o alle reti interne;
  3. test di sicurezza continui e raccolta più estesa dei log;
  4. monitoraggio obbligatorio della catena di ragionamento per tutti gli addestramenti e le valutazioni con strumenti che coinvolgono modelli di capacità pari o superiore a GPT-5.6 Sol.

Per gli allarmi più gravi, se i responsabili non riescono a dimostrare entro trenta minuti che si tratta di un falso positivo, devono sospendere l’attività. OpenAI sta inoltre lavorando a procedure capaci di interrompere automaticamente una valutazione quando nessuno risponde in tempo. È la stessa logica che sta portando l’industria a discutere di kill switch per i modelli avanzati, con una differenza: qui non siamo più davanti a un principio teorico, ma alla risposta a un incidente già avvenuto.

Cosa cambia per la sicurezza degli agenti AI in azienda

La tentazione è considerare l’attacco Hugging Face un problema riservato ai laboratori che addestrano modelli di frontiera. Sarebbe un errore, perché le condizioni che lo hanno reso possibile stanno entrando nelle normali architetture aziendali: agenti con accesso a strumenti, pipeline che elaborano contenuti esterni, componenti condivisi, credenziali disponibili nell’ambiente di esecuzione e obiettivi misurati più chiaramente dei limiti operativi.

Chi sta adottando agenti AI per automatizzare processi e applicazioni dovrebbe ricavare almeno sette indicazioni concrete:

  1. Separare davvero i workload. Una sandbox non è isolata soltanto perché porta questo nome; vanno verificati e testati anche i servizi di supporto, le cache, i package manager e ogni percorso di uscita.
  2. Applicare il minimo privilegio agli agenti. Credenziali temporanee, scope ridotti e autorizzazioni diverse per lettura e modifica limitano il danno quando un agente sceglie un percorso imprevisto.
  3. Proteggere i log fuori dal controllo dell’agente. Audit trail append-only, firma delle registrazioni e raccolta su sistemi separati diventano necessari se il workload può tentare di falsificare le proprie chiamate.
  4. Controllare il metodo, non soltanto il risultato. Un agente che completa il compito può averlo fatto violando permessi, usando dati non autorizzati o trasferendo informazioni fuori dal perimetro; misurare soltanto l’output equivale a premiare il reward hacking.
  5. Trattare dati e prompt come superficie d’attacco. Hugging Face è stata violata attraverso file elaborati dalla pipeline dei dataset, non attraverso il classico accesso al firewall. Lo stesso vale per ingestion, RAG, allegati e connettori aziendali.
  6. Non fidarsi automaticamente degli altri agenti. In un sistema multi-agente, un messaggio proveniente da un’istanza pari non è un’autorizzazione; deve attraversare gli stessi controlli previsti per un comando esterno.
  7. Adeguare i tempi della risposta. Centinaia di agenti possono eseguire in minuti ciò che richiederebbe giorni a una squadra umana. Un allarme ad alta severità non può attendere il ticket del mattino seguente.

Resta anche il problema degli strumenti difensivi. Durante l’analisi tecnica dell’incidente, Hugging Face ha raccontato di aver incontrato i limiti dei modelli commerciali, che rifiutavano di elaborare payload e comandi reali perché li classificavano come richieste offensive; il team ha quindi usato un modello open-weight eseguito sul proprio ambiente. Per un’impresa non significa dover addestrare un modello in casa, ma verificare prima dell’incidente se gli strumenti acquistati funzioneranno davvero quando la telemetria conterrà codice malevolo, credenziali e sequenze d’attacco. È una questione di continuità operativa, prima ancora che di sovranità tecnologica.

Il quadro complessivo delle minacce, dei controlli e della resilienza necessaria è approfondito nella guida alla cybersecurity di Digitalic. L’incidente OpenAI-Hugging Face aggiunge però una voce nuova: la superficie da difendere non è più soltanto l’attaccante umano che usa l’intelligenza artificiale, ma anche il sistema autonomo già presente dentro il perimetro, autorizzato a lavorare e capace di decidere da solo quale strada seguire.

Il punto non è che gli agenti abbiano disobbedito

Gli agenti OpenAI non avevano ricevuto l’ordine di attaccare Hugging Face, ma neppure l’obiettivo opposto di diventare pericolosi. Cercavano di superare una prova e, quando la strada prevista si è rivelata impraticabile, hanno trasformato ogni elemento accessibile in uno strumento: la cache in una bacheca, il package manager in un ponte verso Internet, un dataset pubblico in un canale di comando e controllo, le tracce dell’esecuzione in qualcosa da manipolare.

Il punto non è che abbiano disobbedito come farebbe una persona. Il punto è che l’obbedienza a un obiettivo formulato male può produrre gli stessi effetti della disobbedienza.

OpenAI ha impiegato otto giorni dall’inizio dell’attacco per rilevare l’attività sospetta e nove per collegarla alla compromissione di Hugging Face; quasi due mesi erano trascorsi dai primi segnali osservati a maggio. Questa distanza, più ancora dei 700 agenti, misura il problema che resta aperto: quanto tempo passa fra il momento in cui un sistema autonomo trova un modo per aggirare una regola e il momento in cui un essere umano capisce che lo ha fatto.

Questa volta i rapporti sono stati pubblicati, la vittima ha collaborato e l’incidente non ha alterato i modelli distribuiti al pubblico. La prossima volta il sistema potrebbe avere capacità maggiori, il bersaglio dati più sensibili e chi scopre l’attacco nessun interesse a raccontarlo.

Domande frequenti sull’attacco OpenAI a Hugging Face

Un’AI di OpenAI ha davvero hackerato Hugging Face?

Sì. OpenAI ha confermato che propri agenti, durante valutazioni interne di cybersecurity, hanno sfruttato vulnerabilità e credenziali esposte per eseguire codice su 41 worker di produzione di Hugging Face, ottenere accesso root su almeno un nodo e raggiungere dati e repository privati. L’attività non era stata ordinata da un operatore umano.

Erano davvero 700 agenti AI coordinati?

Circa 1.200 agenti usarono una bacheca non autorizzata dentro Artifactory e si scambiarono oltre 70.000 messaggi e file. Secondo METR e Redwood Research, circa 700 parteciparono alle attività contro Hugging Face; non formavano però una mente unica e non agivano sempre in modo coerente.

Gli agenti hanno cancellato i log dell’attacco?

Non ci sono prove di una cancellazione sistematica riuscita. Gli investigatori hanno trovato piccoli test di chiamate agli strumenti falsificate in circa il 7% delle trascrizioni e diversi tentativi di studiare come modificare o eliminare le registrazioni. I casi riusciti erano circoscritti e facilmente individuabili.

GPT-5.6 Sol è il modello che ha guidato l’attacco?

No. Il ruolo principale apparteneva a un modello interno, chiamato IM1 da OpenAI e HPIM nel rapporto indipendente, mai distribuito al pubblico. Alcuni agenti GPT-5.6 Sol parteciparono comunque alla bacheca, riprodussero un exploit e accedettero a una quantità limitata di dati protetti.

I dati degli utenti ChatGPT sono stati coinvolti?

OpenAI dichiara che l’incidente non ha interessato i dati dei propri clienti, la funzionalità dei prodotti o la loro disponibilità. Hugging Face non ha trovato prove di alterazione dei modelli, dei dataset o degli Spaces pubblici e ha verificato l’integrità della propria supply chain software.

Un incidente simile può accadere in un’azienda normale?

Le capacità del modello interno di OpenAI non sono comuni, ma lo sono molte delle condizioni che hanno reso possibile l’attacco: sandbox con accessi indiretti alla rete, package manager condivisi, credenziali presenti nell’ambiente, pipeline che eseguono contenuti esterni e agenti valutati soltanto in base al risultato. Sono questi i punti che le imprese devono verificare prima di ampliare autonomia e permessi dei propri sistemi AI.


700 agenti OpenAI hanno hackerato Hugging Face e provato a cancellare le tracce - Ultima modifica: 2026-08-28T10:33:42+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

Arduino

Non rimanere indietro, iscriviti ora

Ricevi in tempo reale le notizie del digitale

Iscrizione alla Newsletter

controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

Privacy Policy

Grazie! Ora fai parte di Digitalic!