Venezia è una città costruita su qualcosa che apparentemente non dovrebbe reggere nulla: l’acqua. Eppure è qui da più di mille anni, perché sotto l’acqua ci sono milioni di pali di legno che tengono tutto insieme, non si vedono, ma sostengono ogni pietra, ogni ponte, ogni palazzo. È con questa immagine che ho aperto l’HP Partner Executive Summit 2026, il 19 e 20 marzo al JW Marriott Venice Resort & Spa, un hotel sull’isola delle Rose raggiungibile solo in barca, dove HP Italia ha riunito oltre quaranta partner del canale per due giornate di confronto, strategia e qualche sorpresa.
La scelta di Venezia non è stata decorativa, ma di senso, perché nel mondo della tecnologia succede qualcosa di molto simile a ciò che regge la città: vediamo l’innovazione, vediamo l’intelligenza artificiale, vediamo dispositivi sempre più potenti, ma sotto tutto questo c’è qualcosa che non si vede, le relazioni, la fiducia, il lavoro comune tra vendor, partner e clienti. È proprio quella struttura invisibile che rende reale qualsiasi trasformazione digitale, che la porta nelle aziende e la fa funzionare davvero.
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A dare il tono alla giornata del 19 marzo è stato Giampiero Savorelli, VP e Managing Director di HP Italia, che ha portato sul palco una visione del canale che va ben oltre la transazione commerciale. Nei mesi che hanno preceduto il summit Savorelli ha moltiplicato gli incontri con i clienti sul territorio, e quello che emerge con più forza è un’agenda che parla di opportunità, ma anche di ottimizzazione e di fiducia nel brand, tre parole che si tengono insieme e che difficilmente si disgiungono quando si parla di partnership duratura.
Con le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 ancora fresche nella memoria collettiva, il dialogo ha preso una piega più personale, perché Savorelli è uno sportivo convinto, e i valori olimpici non gli sembrano affatto distanti dal mondo del business. Lo ha sintetizzato lui stesso nel suo post LinkedIn pochi giorni dopo l’evento:
“Da appassionato sportivo e da leader, ho trovato di grande ispirazione i temi di performance, disciplina, resilienza e focalizzazione sugli obiettivi. Sono temi che viviamo quotidianamente e applicabili alla leadership, all’eccellenza nel business e al lavoro di team.”
Una prospettiva che il summit ha poi declinato in modo molto concreto, con l’ingresso sul palco di Arianna Fontana, la più vincente atleta olimpica italiana di tutti i tempi, capace di trasformare un momento emozionale in una lezione di metodo.
A condurre l’intervista con Arianna Fontana è stato Cristiano Cocchini, Channel Director di HP Italia, che ha raccontato l’esperienza con grande intensità, ha parlato di un mese di marzo “davvero indimenticabile”, e il modo in cui ha descritto quell’incontro dice qualcosa di preciso su cosa cercava HP con questa scelta:
“Senso del sacrificio, costanza e perseveranza sono aspetti fondamentali nel suo percorso, che hanno reso possibile, sin da bambina, un successo così straordinario e duraturo. È stato un incontro formativo professionalmente, ma ancor più toccante umanamente: abbiamo percepito la cura e la passione di Arianna nella preparazione di imprese sportive come quelle straordinarie realizzate durante le Olimpiadi Milano Cortina 2026”.
Il parallelo con il lavoro quotidiano non è stato interessante. Cocchini lo ha detto esplicitamente: quell’incontro gli ha ricordato “l’importanza con cui prepariamo gli incontri con clienti e partner e disegniamo le strategie per competere in scenari sfidanti”. Un canale che si allena, insomma, con la stessa metodicità con cui un’atleta si prepara per i Giochi. L’analogia reggeva, e il pubblico in sala lo ha sentito.
Tra i momenti più densi della giornata del 19 c’è stato il segmento dedicato all’intelligenza artificiale, costruito intorno a un video che mostrava dieci anni di evoluzione robotica in novanta secondi, dal robot che cadeva come un ubriaco al Figure 03, che oggi costa ventimila dollari, si ricarica da solo, impara guardando video di persone che fanno le faccende di casa, ed è già in produzione in una fabbrica californiana con un obiettivo di centomila unità l’anno.
La parte visibile, però, come nei pali veneziani, non era la più importante. Dario Amodei, fondatore di Anthropic e uno dei pochi cervelli che decide davvero dove va l’AI, ha scritto un saggio di ventimila parole che si intitola “L’adolescenza della tecnologia” e comincia con un’immagine che non si dimentica facilmente: immaginate che nel 2027 compaia una nazione di cinquanta milioni di abitanti, ognuno più intelligente di qualsiasi premio Nobel mai esistito, capace di pensare cento volte più velocemente di un essere umano, disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro, senza mai dormire e senza mai ammalarsi. Questa nazione non nascerà su un territorio, ma in un data center.
La traiettoria è già nei dati: ChatGPT nelle sue versioni più recenti ha superato il benchmark OSWorld Verified con un punteggio superiore a quello medio umano, in un arco di mesi, non di anni. Amodei al World Economic Forum di Davos ha detto che i software engineer saranno sostituiti in sei-dodici mesi, e che il cinquanta per cento dei lavori impiegatizi sarà trasformato in uno-cinque anni. Numeri che in una sala di IT manager e system integrator suonano diversamente rispetto a come suonano su un giornale generalista.
Ma Amodei non è un catastrofista, e il summit non lo era. Il punto centrale del saggio è un altro: questa stessa tecnologia, se guidata bene, può comprimere un secolo di progresso scientifico in un decennio. La differenza tra lo scenario luminoso e quello oscuro non è la tecnologia, è la scelta. Chi guida, con chi lavori, di chi ti fidi. Una risposta che, ancora una volta, riportava alla laguna e ai pali sotto l’acqua.
A dare concretezza alla visione strategica sono stati due interventi di CIO e IT manager che hanno portato in sala esperienze dirette e molto diverse tra loro. Giacomo Paganessi, IT Infrastructure e Workplace Manager di Legami, ha raccontato come un’azienda che cresce con l’apertura continua di nuovi negozi gestisce la tecnologia come fattore abilitante della crescita, con una scelta esclusiva sulle soluzioni HP che non è ideologica ma funzionale, costruita su servizi, affidabilità e una relazione con il partner di canale che dura nel tempo.
Rosario Fondacaro, CIO di Deloitte Italia, ha portato una prospettiva di scala diversa: quindicimila professionisti distribuiti tra uffici, clienti e mobilità, onboarding continuo di nuove generazioni, e un approccio alla governance dell’AI che parte dalla certificazione ISO 42001 e dalla protezione dei dati dei clienti. Il suo caso sul printing ha colpito per la semplicità della conclusione: quando una tecnologia diventa così affidabile da essere trasparente, il dipartimento IT si libera per problemi più strategici. Il Nirvana dell’IT, come lo abbiamo chiamato in sala.
Il pomeriggio ha incluso un format inedito per un evento di canale: un confronto “elettorale tecnologico”, senza slide in cui i responsabili delle principali categorie HP Italia, PC e workstation con Rossella Campaniello, printing con Giusi Garrano, collaboration con Alessandro Vanzini e servizi con Riccardo Pranovi, hanno risposto a domande dirette su AI PC, quantum resistance nel printing, HP One per il futuro del lavoro e il modello WXP per la gestione predittiva dei dispositivi. Un format che ha generato ritmo e qualche risposta più sincera del solito.
Intel e AMD hanno completato il quadro tecnologico con approfondimenti sulle NPU degli AI PC e sull’impatto concreto dell’intelligenza artificiale sui flussi di lavoro quotidiani, con dati e demo che rendevano tangibile qualcosa che rischia di restare astratto finché non lo si tocca.
Savorelli ha chiuso il summit con la stessa energia con cui lo aveva aperto, ringraziando partner, clienti e colleghi HP con una chiarezza che raramente si sente nei finali di evento: “questo summit ha generato energia e fiducia”. Non è una formula vuota, in un momento in cui il mercato corre più veloce della capacità di molte aziende di adattarsi, ripartire dalla fiducia nel canale è una scelta strategica precisa.
Clayton Christensen ha scritto che le aziende falliscono non perché fanno male il loro lavoro, ma perché continuano a farlo bene mentre il mercato si sposta altrove. HP a Venezia ha provato a rispondere a questa sfida in modo diretto indicando una direzione per percorrerla insieme al canale. Con i pali sotto l’acqua che tengono tutto in piedi, anche quando in superficie tutto sembra cambiare. Venezia, in fondo, non è sopravvissuta mille anni nonostante l’acqua. È sopravvissuta grazie a chi ha capito come costruirci sopra.
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