Made Green in Italy

Made Green in Italy : l’innovazione per essere verde non deve solo migliorare la nostra vita, ma anche quella del Pianeta

di Antonella Tagliabue**

Sir Francis Bacon era solito dire che il tempo è il più grande innovatore. Una citazione che sembra particolarmente azzeccata se applicata alle questioni ambientali. Perché se è vero, in tema di citazioni, che l’innovazione è creatività che ha un lavoro da compiere (J. Emerling) o, più prosaicamente, che l’innovazione è quello che traduce un’idea in fatturato (L. Duncan), deve anche migliorare la vita delle persone e di tutto il Pianeta. Una missione che ha bisogno di tempo e di creare una cultura adeguata. Deve insomma diventare riconoscibile non solo come innovazione in sé, ma anche per i contenuti ecologici e di valore.
Aggiungere il fattore “Made in Italy” può essere di grande aiuto, a partire da prodotti iconici come la moda e i motori.

Made in Italy, green e abbigliamento

Iniziamo dall’abbigliamento, anzi dall’inquinamento. La casa di moda torinese Kloters ha infatti realizzato la prima maglietta RepAir, che pulisce l’aria ed è in grado di neutralizzare le sostanze inquinanti prodotte da due automobili. Utilizza il materiale brevettato The Breath per catturare e trattenere le sostanze inquinanti, i batteri e i cattivi odori. È in vendita online in bianco e nero, “lavora” a impatto zero e non deve essere attivata né alimentata.
Ai jeans ci pensano i ragazzi della startup Pagurojeans, di Parma. Attualmente per realizzare un singolo paio ci vogliono oltre 8mila litri di acqua, agenti chimici e molta energia. I denim di Pagurojeans sfruttano invece un algoritmo che permette di creare capi su misura, con denim riciclato al 40% e filiera corta. Risultato? Riduzione dei consumi di acqua del 60% ed energetici del 40%.
Per le scarpe c’è Organik Style, azienda di Barletta, che produce utilizzando la tecnica della vulcanizzazione, attraverso la fusione ad alte temperature di materiali naturali, di origine vegetale o minerale. Le scarpe sono vegan, ecologiche e ovviamente Made in Italy. Per la lavorazione non si usano colle né sostanze chimiche e la produzione è alimentata da impianto fotovoltaico. La collezione prevede modelli per adulti e bambini e l’applicazione di componenti certificati cruelty free.
In perfetto eclettismo Made in Italy dall’altra parte del paese la startup trentino/veneta Rubber Conversion ha scelto invece di devulcanizzare, grazie a una tecnologia che utilizza sottoprodotti e scarti di lavorazione della gomma – ma può essere impiegata con un’ampia gamma di polimeri – per produrre pneumatici, guarnizioni, membrane impermeabilizzati, suole per calzature. I prodotti hanno proprietà meccaniche superiori in termini di allungamento, resistenza alla trazione e stabilità.

Motori e certificazioni

Una volta vestiti di tutto punto – e di tutto verde – si può uscire per un giro in Vespa. Non è una novità ma una conferma. A partire da ottobre arriva infatti la Vespa Piaggio green, disponibile in versione ibrida e full electric. Il motore ha una potenza continua di 2 kW, pari a 2,7 CV e un picco di 4 kW (5,4 CV), per prestazioni al di sopra del tradizionale cinquantino.
L’autonomia dichiarata è da 100 km, ma arriva anche una versione ibrida Vespa X con motore a benzina da 100 cc che raggiungerà i 250 km. La batteria garantisce efficienza fino a 1000 cicli di ricarica completi, in tutto una percorrenza tra i 50mila e i 70mila km, equivalenti a circa 10 anni di utilizzo in città.
Per la ricarica è sufficiente svolgere il cavo situato nel vano sottosella e collegare la spina a una normalissima presa elettrica a muro, oppure a una delle colonnine di ricarica: il “pieno” si fa in 4 ore.
I nuovi modelli sono dotati di Vespa Multimedia Platform, con schermo TFT a colori da 4,3 pollici, che permette di interagire con il proprio smartphone.
La vera novità però per chi fa innovazione verde e Made in Italy è la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del regolamento dello schema nazionale volontario per la valutazione e la comunicazione dell’impronta ambientale dei prodotti.
Lo schema prevede un marchio, identificato da un logo “Made Green in Italy”, la cui adozione è volontaria e limitata alle cose classificabili come prodotte in Italia.
L’apposizione del marchio certifica dunque non solo l’origine, ma anche il rispetto di standard ambientali. Si può applicare a oggetti, inclusi gli alimenti, e ai servizi. Viene rilasciato dal Ministero dell’Ambiente in seguito a domanda dopo la verifica dei requisiti necessari. La licenza ha durata triennale. I criteri ecologici sono quelli della valutazione dell’impronta ambientale lungo tutto il ciclo di vita del prodotto o del servizio. È prevista la definizione di “regole di categoria” per classi di prodotto. Tutte le informazioni, gli schemi, la Direttiva i moduli sono disponibili su www.minambiente.it.
Perché se innovativo è bello e se verde è meglio, in caso fosse anche Made in Italy non si potrebbe proprio chiedere di più.

**Antonella Tagliabue: Amministratore delegato della società di consulenza strategica di Un-Guru, esperta di sviluppo sostenibile. Laureata in Scienze Politiche, con specializzazione in Storia e Istituzioni dell’America Latina. Si è occupata di comunicazione e marketing per multinazionali e gruppi italiani.  Da anni si occupa di Green Economy e di responsabilità sociale e ambientale d’impresa, insegna in corsi e master. “Penso che la sostenibilità debba essere una scelta, prima che un dovere, ma che debba essere strategica e, quindi, responsabile. Quando parlo del Pianeta lo faccio con la P maiuscola e credo che il rispetto per la vita in senso biologico debba essere un istinto”. Leggo, viaggio e scrivo per passione. Camus diceva:  “Sono contro tutti coloro che credono di avere assolutamente ragione. Per questo pratico il dubbio, coltivo i miei difetti, cerco di sbagliare sulla base di ragionevoli certezze e mantengo un ottimismo ostinato”.


Made Green in Italy - Ultima modifica: 2018-12-24T11:00:03+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

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