L’Italia dei robot si fa notare al CES 2026 è qui, infatti, che Oversonic Robotics ha scelto di posizionarsi, portando a Las Vegas RoBee, il primo robot umanoide cognitivo certificato, già operativo in diversi ambiti dell’industria e della sanità.
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Chi frequenta il CES lo sa: ogni anno emergono prototipi affascinanti, spesso ancora lontani dalla vita reale. La differenza, oggi, sta tutta in una parola che il settore ha iniziato a prendere sul serio: affidabilità. Tra un’idea brillante e una macchina che può lavorare otto ore consecutive, in sicurezza, accanto alle persone, ci sono anni di progettazione, test, validazioni e compromessi ingegneristici.
È esattamente questo il percorso che Oversonic rivendica: RoBee non nasce per stupire, ma per restare, è un robot pensato per ambienti ad alta complessità, dove l’autonomia decisionale, la ripetibilità dei movimenti e la collaborazione uomo-macchina non sono slogan, ma requisiti minimi. Una scelta che racconta molto del momento che sta vivendo l’intelligenza artificiale applicata al mondo fisico.
Al CES 2026 Oversonic porta due declinazioni di questa visione. Da un lato RoBee serie R, progettato per il mondo industriale. Dall’altro RoBee serie M, pensato per ospedali e strutture di riabilitazione. Due contesti diversi, un filo comune: liberare tempo umano da attività ripetitive, faticose o a basso valore, senza sostituire le persone, ma affiancandole.
La serie R è già attiva in diverse aziende manifatturiere. È un robot umanoide cognitivo con struttura antropomorfa, manipolazione bimanuale, precisione millimetrica e capacità di operare in ambienti industriali anche ostili. Otto ore di autonomia reale, visione artificiale GDPR compliant, capacità di riconoscere persone e oggetti, dialogare e prendere decisioni autonome sulla base dei dati raccolti dall’ambiente. Non una promessa, ma una macchina certificata per l’uso industriale.
La serie M, invece, porta la robotica cognitiva in uno degli ambienti più delicati in assoluto: la sanità. Qui RoBee diventa un assistente che ricorda terapie, accompagna i pazienti, dialoga, stimola attività cognitive e supporta il personale sanitario nelle attività quotidiane. Non sostituisce medici o infermieri, ma ridisegna l’esperienza del paziente, rendendola più continua, personalizzata e umana. Un paradosso solo apparente, quello di una tecnologia avanzata che riporta centralità alla relazione.
Il dato forse più interessante non è tecnico, ma culturale. RoBee è il primo robot umanoide cognitivo certificato per l’uso industriale e medicale. In un settore dove spesso si parla di futuro, Oversonic parla di presente misurabile. Certificazione significa sicurezza, interoperabilità, possibilità di scalare. Autonomia significa poter pianificare turni di lavoro reali. Contesto reale significa uscire dai laboratori e affrontare la complessità del mondo.
Non è un caso se le dimostrazioni al CES si svolgono in spazi come il padiglione Intel e l’area STMicroelectronics. La robotica umanoide, oggi, non è più una nicchia sperimentale, ma un punto di convergenza tra intelligenza artificiale, sensoristica, edge computing e manifattura avanzata.
C’è poi un altro livello di lettura, che riguarda il posizionamento europeo e italiano. Oversonic nasce in Brianza, cresce tra Lombardia e Trentino, e oggi si presenta al CES come uno dei pochi player globali già operativi nella robotica umanoide cognitiva. Non a caso è stata inserita tra i principali protagonisti mondiali del settore da CB Insights e tra le Top Startup di LinkedIn.
In un momento in cui si discute molto di sovranità tecnologica, filiere europee e AI affidabile, RoBee rappresenta un esempio concreto di come l’innovazione possa nascere localmente e competere globalmente, senza rinunciare a certificazioni, etica e applicazioni reali.
Il messaggio che arriva da Las Vegas è chiaro. La robotica umanoide sta uscendo dalla fase narrativa per entrare in quella infrastrutturale. Come è successo al cloud, all’AI software, all’automazione industriale. Quando una tecnologia smette di farsi notare e inizia a funzionare, allora diventa davvero trasformativa.
RoBee non è un simbolo futuristico. È un pezzo di presente che anticipa un futuro molto concreto: fabbriche più resilienti, ospedali più umani, persone liberate da compiti che meritano, finalmente, di essere lasciati alle macchine. E forse è proprio questa la forma più matura di intelligenza artificiale che possiamo immaginare oggi.
Per anni abbiamo raccontato l’intelligenza artificiale come qualcosa che viveva dentro i software. Algoritmi invisibili, racchiusi in server lontani, capaci di analizzare dati, suggerire decisioni, ottimizzare processi. La robotica cognitiva segna un passaggio diverso, più profondo. È il momento in cui l’AI esce dallo schermo e prende corpo, letteralmente.
L’evoluzione della robotica nel contesto dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto sensori più precisi o movimenti più fluidi. Riguarda il modo in cui le macchine iniziano a percepire l’ambiente, interpretarlo, prendere decisioni e adattarsi a contesti non strutturati. È qui che la robotica smette di essere automazione avanzata e diventa sistema cognitivo incarnato.
La differenza è sostanziale. Un robot tradizionale esegue istruzioni. Un robot cognitivo interpreta situazioni. Non segue semplicemente un flusso predefinito, ma costruisce una rappresentazione del mondo che lo circonda, aggiorna le proprie azioni in base a ciò che accade, interagisce con gli esseri umani in modo contestuale. È intelligenza artificiale che non si limita a calcolare, ma agisce.
Negli ultimi due anni l’attenzione mediatica si è concentrata sull’AI generativa. Modelli linguistici, immagini sintetiche, assistenti virtuali. Un’innovazione potentissima, ma ancora confinata in gran parte nel dominio digitale. La robotica cognitiva rappresenta il passo successivo: l’AI incarnata, capace di muoversi, manipolare oggetti, condividere spazi fisici con le persone.
Questo passaggio cambia radicalmente le regole del gioco. Nel mondo fisico non basta essere intelligenti. Bisogna essere affidabili, sicuri, prevedibili. Serve continuità operativa, serve gestione dell’errore, serve certificazione. È per questo che il percorso della robotica è inevitabilmente più lento, ma anche più solido. Ogni passo avanti ha un costo ingegneristico, normativo e culturale molto più alto.
E’ il motivo per cui oggi contano più le ore di autonomia che le demo spettacolari, più le installazioni reali che le promesse futuristiche. La maturità della robotica si misura nella sua capacità di diventare invisibile, di integrarsi nei processi senza interromperli, di affiancare l’uomo senza sostituirlo.
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