Londra, 14 settembre 2026: Thinkers50 ha annunciato la Leaders50 2026, la lista biennale di cinquanta leader scelti non da un algoritmo e nemmeno da una redazione, ma dagli studiosi di management che ogni due anni compongono il ranking dei pensatori più influenti al mondo. Tra i cinquanta nomi c’è Francesca Moriani, CEO di Var Group. È l’unica italiana della lista; l’unico altro italiano è Andrea Illy, presidente di illycaffè. Accanto a loro ci sono Satya Nadella, Jensen Huang, Mary Barra, Lisa Su, Leena Nair, Ted Sarandos.
Il meccanismo conta quanto l’esito. Le candidature arrivano soltanto dai Thinkers50 Ranked Thinkers e dai vincitori dei Distinguished Achievement Awards, cioè da chi la leadership la studia per mestiere; il criterio dichiarato non è la dimensione dell’azienda né la visibilità mediatica, ma l’impatto, il contributo e l’impegno nel far crescere altre persone. Des Dearlove, cofondatore di Thinkers50, ha spiegato che la lista serve a mettere in luce leader da cui gli altri possano imparare. I cinquanta saranno premiati al Thinkers50 London Summit del 2 novembre, insieme ai primi Leaders50 Distinguished Achievement Awards.
Questa è la notizia, poi c’è una storia che Digitalic segue da anni.
Indice dei contenuti
Nel settembre 2015 pubblicammo un’intervista a Francesca Moriani intitolata “Siamo più determinate, senza perdere la sensibilità”. Aveva 38 anni, guidava Var Group da un anno, l’azienda fatturava 190 milioni di euro. Alla domanda sugli obiettivi rispose parlando di talenti, di squadra, di università; poi aggiunse una frase che allora sembrava una confidenza e oggi si legge come una previsione: «il mio “sogno nel cassetto” che aspetta di diventare realtà: portare Var Group all’estero per mettere a fattor comune dell’azienda le mie esperienze internazionali». Il comunicato di Var Group di questa settimana parla di sedici Paesi e di 908,8 milioni di euro di fatturato. Il cassetto si è aperto. Nella stessa intervista c’era anche il tema del cognome, affrontato senza giri di parole: l’orgoglio per quello che il babbo Giovanni aveva costruito, la fatica di far emergere chi fosse “Francesca”, il piacere quasi divertito di sentire un fornitore chiedere a suo padre se fosse lui il papà di Francesca. Chi nel canale IT italiano ha vissuto quegli anni sa quanto quella domanda pesasse.
Il 2 novembre Francesca Moriani salirà su un palco britannico, e la simmetria merita di essere registrata: la carriera non è iniziata a Londra, ma nelle isole britanniche sì. Laurea in Economia Aziendale a Pisa, poi l’MBA in International Management alla University of Brighton; nel 2003, a ventisei anni, il primo incarico di rilievo come Responsabile Telesales per IBM a Dublino. Ventitré anni fa: una giovane donna italiana nelle vendite del più grande vendor del mondo, in una lingua che non è la sua, lontano da casa.
Quelle sono le «esperienze internazionali» che nel 2015 disse a Digitalic di voler mettere a fattor comune dell’azienda. Il Regno Unito è il luogo dove ha imparato a lavorare in inglese per conto di altri; ci torna a novembre come una delle cinquanta persone che, secondo chi studia il management di mestiere, stanno cambiando il modo di guidare le organizzazioni.
C’è un secondo filo che attraversa gli undici anni, meno raccontato e più rivelatore. Nel 2015 Francesca Moriani ci disse che nell’ICT mancava attenzione per le madri che lavorano, che le persone venivano valutate sulle ore passate in ufficio e non sui risultati, e che Var Group aveva risposto con asilo aziendale, contributi per i centri estivi e per i libri scolastici.
Nel 2026 l’elenco del welfare aziendale comprende dieci giorni aggiuntivi di paternità pagati al 100%, microcredito aziendale, welfare sportivo, contributo babysitter e contributo disabilità. Lo spostamento è preciso: si è passati dal sostenere le madri al ridistribuire la cura, che è il modo più concreto di affrontare il problema descritto nel 2015. Undici anni fa era una rivendicazione; adesso è un asset aziendale.
Sempre nel 2015, Francesca Moriani descrisse il proprio ruolo con un’immagine sportiva: non solo allenatore, ma un allenatore che scende in campo, gioca a centrocampo e aiuta gli altri a fare gol. Era una metafora generosa, con un limite implicito: al centro del campo c’era comunque lei.
Il percorso successivo ha smontato proprio quel centrocampo. Var Group ha abbandonato l’organizzazione piramidale per un modello di responsabilità condivisa, fino all’assetto olocratico; Moriani lo ha raccontato in Braveship. Il coraggio di innovare: perché intraprendere un viaggio verso la leadership diffusa (Egea), un libro che è insieme autobiografia e resoconto di una riorganizzazione. Presentandolo, ha sintetizzato la cultura dell’errore con una formula che nel nostro settore raramente si sente pronunciare da un amministratore delegato: «È meglio chiedere scusa che chiedere permesso». In un’altra intervista, parlando del suo passato di sciatrice agonistica, ha detto di aver imparato «più dalle cadute che dalle vittorie». Qui sta, secondo noi, (secondo me) la ragione per cui la candidatura è arrivata da studiosi di management: quello che Var Group ha fatto sulle deleghe interessa la letteratura organizzativa
Chi segue Digitalic ha incontrato Francesca Moriani anche attraverso le sue aperture di evento, che negli anni sono diventate una piccola serie di fotogrammi. Alla Convention Var Group del 2024 disse: «La tecnologia è una tela su cui disegnare i nostri sogni», citando Marie Curie per invitare a comprendere di più e a temere di meno.
Un anno dopo, aprendo Zing in dialogo con Chiara Francini, ha spiegato perché la convention aveva cambiato pelle: «Il mondo va troppo veloce. Non è più tempo di scattare fotografie, ma di girare un film che scorre insieme alle persone». Sullo stesso palco ha messo a fuoco l’idea di intelligenza plurale, l’incontro tra intelligenza umana, artificiale e organizzativa, e ha detto una frase che molti CEO italiani non hanno ancora pronunciato: «L’intelligenza artificiale non è una nuova tecnologia. È un game changer». Non basta innestarla nei processi esistenti, vanno riscritti.
Vale la pena notare un dettaglio che oggi si illumina di luce diversa: tra gli ospiti di Zing 2025 c’era Doug Kirkpatrick, uno dei riferimenti internazionali dell’autogestione organizzativa. Il mondo che ora inserisce Moriani nella Leaders50 era già salito su quel palco, invitato da lei.
Questo articolo non è neutrale, e sarebbe ipocrita fingerlo. Digitalic ha raccontato Var Group dai tempi delle convention di Cervia con 550 persone, quando scrivemmo che l’azienda aveva una qualità semplice e rarissima: fa quello che dice abbiamo vissuto insieme l’esperienza incredibile del Var Group Show e decine di altre. Da allora quell’evento è cresciuto fino a 2.500 partecipanti e ha cambiato nome; io ho avuto il privilegio di salire su quel palco, di moderare Zing Design e la tavola rotonda sull’Internet of Agents, di lavorare accanto a quelle persone.
C’è una ragione precisa per cui ci sono arrivato: Maurizio Fraccari, che ci ha lasciati a febbraio, mi accolse nella famiglia Var Group cedendomi un palco che per anni era stato il suo, con l’eleganza di un principe. Nel 2017 quel palco lo condivideva con Francesca Moriani, al kick-off. Un riconoscimento internazionale come questo si misura in impatto e in modelli organizzativi; per chi c’era, si misura anche in persone.
Ecco tutti i cinquanta leader della Leaders50 2026, in ordine alfabetico come pubblicati da Thinkers50:
Francesca Moriani ha commentato l’ingresso nella lista ringraziando le migliaia di persone di Var Group e citando «le discussioni, le difficoltà, gli errori e le intuizioni che ci hanno portati fin qui». È una dichiarazione ufficiale, quindi va letta per quello che è; resta il fatto che l’ordine delle parole mette gli errori prima delle intuizioni, ed è coerente con tutto il resto della storia.C’è un aspetto che la lista di Londra illumina e che riguarda l’intero canale IT italiano. Per anni la misura del successo, nel nostro settore, è stata la riga di fatturato; qui la misura è il modello organizzativo, cioè una cosa che non compare nei bilanci trimestrali e che si vede solo stando dentro le aziende. L’Italia digitale entra nella Leaders50 grazie a una scelta sulle deleghe.Nel 2015 il sogno stava in un cassetto e il fatturato era 190 milioni. Ora il sogno sta in sedici Paesi, e la leadership diffusa deve funzionare anche dove si parlano altre lingue e la fiducia si costruisce con altri codici culturali. È lì, più che a Londra il 2 novembre, che si capirà quanto regge.
Shamir Digital Intelligence è la lente per chi vive davanti agli schermi: nasce osservando gli…
Dal 21 al 27 settembre Rome Future Week 2026 attraversa Roma con centinaia di appuntamenti…
iPhone Duo è il primo iPhone pieghevole: schermo interno da 7,6 pollici, chip A20 Pro,…
Nel febbraio 2016 qualcuno tentò di sottrarre 951 milioni di dollari alla banca centrale del…
Un’indagine ricostruisce migliaia di messaggi lasciati su una wiki tedesca da agenti che si auto-identificavano…
Dall’11 settembre 2026 i produttori di hardware e software devono notificare le vulnerabilità già sfruttate…
Via Italia 50, 20900 Monza (MB) - C.F. e Partita IVA: 03339380135
Reg. Trib. Milano n. 409 del 21/7/2011 - ROC n. 21424 del 3/8/2011