Pubblicato di recente un report dettagliato sulla massiccia raccolta dei dati degli utenti di Android da parte del gigante di Mountain View: Google apprende informazioni su di noi anche se non usiamo lo smartphone.

Google informazioni smartphone

Il tuo smartphone ti conosce meglio di quanto tu possa immaginare: è Douglas Schmidt, Professore e Ricercatore dell’Università Vanderbilt a mettere in guardia sulla continua e significativa raccolta di dati da parte di Google sul conto di tutti i suoi utenti.
Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica l’attenzione sulla questione privacy si è fatta talmente acuta da sfiorare la morbosità, ma è proprio l’allerta generale che ha spinto sul porsi domande e dubbi legittimi sulla collezione e l’utilizzo delle informazioni raccolte sugli utenti.

Il Professor Schmidt si è occupato di effettuare un semplice test che – dando per certo e accurato lo studio in questione – ha restituito risultati impressionanti: Google è in grado di ottenere informazioni anche se lo smartphone non è in uso.

Una miniera di dati per Google

Ormai non ci si stupisce più di fronte alla raccolta dei dati personali attraverso i dispositivi tecnologici di cui ci circondiamo ogni giorno, eppure la maggior parte delle persone, nonostante i recenti avvenimenti, continua ad ignorare la quantità e la tipologia di informazioni che le aziende più importanti del settore sono in grado di ottenere su ognuno di noi.

Il datagate di Facebook è riuscito a gettare luce su quali e quante informazioni riesce ad ottenere su ogni singolo utente la “semplice” azione di frequentare ed utilizzare il social network più amato del momento, eppure lo stesso peso non viene ancora dato al potere del re dei motori di ricerca.

Per rendersi conto di quante cose Google sa su di noi, basti pensare che si tratta della società di Chrome, il browser più usato al mondo, ma anche della compagnia che possiede Android, la più grande piattaforma mobile al mondo, e in più parliamo anche il leader nei motori di ricerca, il più utilizzato da ogni parte del globo per effettuare ogni giorno miliardi di ricerche che possono facilmente ricondurre ad interessi personali.

Se a tutto questo ci si aggiunge che fanno parte dell’impero di Google anche la piattaforma video più gettonata, ovvero YouTube, ma anche il servizio di posta elettronica più diffuso quale Gmail, e anche il famoso servizio di navigazione delle mappe, inizia a delinearsi un’idea piuttosto verosimile di quello che Big G conosce di tutti noi.

Esperimento e responso

Basandosi sull’attività del My activity di Google, sulla potenzialità della compagnia di Sundar Pichai di intercettare i dati acquisiti sia dai propri servizi che da applicazioni di terze parti, ed analizzando nel dettaglio l’informativa sulla privacy della società che rivela le informazioni prelevate, il Professor Schmidt ha condotto un test per verificare quanti dati vengono inviati da uno smartphone ai server di Google mentre il device non viene utilizzato dall’utente.

Prendendo in esame uno smartphone Android ed un iPhone inutilizzati per 24 ore, e dotati di account Google e schede SIM nuovi, è stato verificato che lo smartphone con il sistema operativo mobile di Google – e il browser Chrome installato e tenuto in background – ha comunicato 340 volte con i server di Google nell’arco di sole 24 ore.

Nello specifico, lo smartphone Android ha inviato una quantità di dati pari a 4.4 MB, mentre l’iPhone con a bordo Safari ha comunicato ai server di Google solo 0.76 MB di informazioni.

In queste continue richieste, vengono comunicate informazioni circa le strade percorse, lo shopping effettuato ma anche la musica ascoltata, ma non è tutto: sembra che il 35% delle informazioni che Android ha comunicato a Google sia riguardante la posizione dello smartphone, e quindi dell’utente, con una geolocalizzazione pressappoco continua.
Purtroppo non è una novità che Google continua a tracciare la posizione dei suoi utenti anche quando questi ultimi hanno negato il consenso a tale pratica: è quindi impossibile quindi sfuggire al controllo di Google?

Se si utilizza uno smartphone Android, pare proprio di sì.

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