ZAC!

di Emanuela Zaccone*

Emanuela Zaccone

Emanuela Zaccone

Per leggere questo articolo non avete dovuto sottoscrivere condizioni d’uso. Non avete ceduto i dati dei vostri amici. E non abbiamo invaso la vostra privacy. Ma tutto questo vi succede più spesso di quanto immaginiate.
Siamo tutti online, tutti esposti e tutti connessi. Non solo computer e smartphone: tablet, wearable devices, connected cars, Internet of Things.
Pensare alla nostra presenza online come “ridotta” ai Social Media non è solo ingenuo ma anche ingannevole, perché taglierebbe fuori una gran parte dei potenziali luoghi di rischio.
Il focus non è sui dispositivi ma sulle identità e sulla necessità di proteggerle.
“A F-Secure” – ha detto Christian Fredrikson, CEO dell’azienda finlandese F-Secure – “ci sentiamo una startup. Perché abbiamo cambiato il nostro business: siamo passati dal proteggere PC al proteggere persone”.
È a partire da questa visione che, in un pomeriggio di metà novembre, ad Helsinki, vicino al quartier generale di F-Secure, Mikko Hyppönen – leggenda della cyber security – ha tracciato il (vasto) panorama delle sfide di chi oggi si occupa di sicurezza online. Visitare l’azienda non è stata solo l’opportunità per scoprire questa realtà da vicino ma un’occasione per riflettere in modo più ampio su un problema che ha almeno due volti: uno relativo appunto allo spostamento del focus, l’altro focalizzato sulle implicazioni economiche.
Secondo i dati riportati da Samu Konttinen – EVP di F-Secure – il 57% degli europei teme che i propri comportamenti online siano tracciati e i dati venduti a terze parti. Sicurezza e business insieme, con conseguente moltiplicazione della nostra esposizione.
La soluzione? F-Secure l’ha trovata con Freedome, un’app (disponibile anche in versione desktop oltre che su iOS e Android) che di fatto permette di definire una posizione virtuale e dunque di non essere tracciati.
Come evitare però che sistemi di questo tipo “proteggano” terroristi e malintenzionati? Che ruolo giocano queste piattaforme in tema di cyberwar?
Nel primo caso F-Secure ha previsto una serie di verifiche volte a identificare eventuali attività illecite e dunque a bloccare il funzionamento del sistema in caso di dubbi.
Quanto alla seconda domanda, come ben spiegato da Mikko Hyppönen, “Lo spionaggio non è cyberware.È spionaggio e basta e per questo, comunque, esecrabile”.
Rispondente sinceramente a queste semplici domande: leggete mai termini e condizioni d’uso prima di sottoscrivere un servizio? Avete mai letto fino alla fine una di quelle email in cui la piattaforma X ci avvisa di aver cambiato i termini della propria privacy policy? E quante volte, pur di accedere a un servizio, avete acconsentito all’uso di dati relativi alle vostre attività?
Il problema della sicurezza non è dunque esclusivamente un problema di sistemi-scudo ma di consapevolezza. È una responsabilità personale prima che una proprietà di un software. Dispositivi, piattaforme e servizi devono essere costruiti in modo tale da tutelare l’utente ma non possiamo aspettarci che siano gli altri a proteggerci quando siamo i primi ad abbassare le barriere. È questo tipo di consapevolezza che bisogna diffondere, non una generale “cultura del panico” basata sul terrore della cyberwar. Ed è questa la cosa più interessante che ho visto ad F-Secure: Freedome riporta letteralmente in mano all’utente il controllo di cosa mostrare e cosa invece nascondere.
In quegli stessi giorni Helsinki è stata peraltro invasa dallo Slush, che con oltre 14.000 presenze si conferma una delle più interessanti conferenze sul tema dell’innovazione e delle startup. Da Rovio a Nokia, passando per F-Secure, sono state numerose le aziende presenti ma indipendentemente dalle loro dimensioni la parola d’ordine è stata sempre al stessa: crescere consapevolmente, mutare con gli utenti e per loro.
Allo stesso modo dovremmo pensare al nostro essere online come al modo in cui costruiamo i prodotti delle nostre startup: proteggendoli, curandoli e non abbandonandoli.
Per i finlandesi novembre è il mese dello “slush”, la fanghiglia che si forma quando la neve non si è ancora depositata, in quel momento che non è più autunno ma non è ancora inverno. Un momento di transizione che diventa sinonimo di transizione e innovazione. 
La sicurezza online è ancora questo: un contesto che dopo il caso Snowden non è più sconosciuto ma che non ha ancora portata al consolidarsi di una precisa consapevolezza.

*PhD – Data Analysis; Social TV enterpreneur. Emanuela è la co-founder di AIDA Monitoring – Actionable Insights from Data Analysis, startup Microsoft BizSpark che offre servizi di Social CRM, ascolto “intelligente” della Rete e analisi dei comportamenti degli utenti. Nel 2012 Emanuela ha co-fondato anche TOK.tv, startup focalizzata sul second screen con sede a San Francisco. Nel 2013 TOK.tv ha fatto il suo esordio in Italia con Juventus Live: l’applicazione ufficiale dei bianconeri che permette di ricreare l’esperienza del tifo dal divano di casa anche con gli amici lontani, offrendo una innovativa esperienza di Social TV focalizzata sullo sport. Nel 2011 Emanuela ha inoltre completato un Dottorato di Ricerca tra le università di Bologna e Nottingham con una tesi focalizzata su Social Media Marketing e user engagement. Come Social Media Strategist ed Analyst ha lavorato con aziende come Telecom Italia ed Eridania e collabora tutt’ora con l’ateneo LUISS Guido Carli.