Sexting con i chatbot: uno studio di Sapienza e Università della Valle d’Aosta su 378 giovani adulti misura chi lo pratica e cosa resta ancora da capire.
Sexting con i chatbot: poco meno di un partecipante su dieci, in un campione di giovani adulti italiani, dichiara di aver scambiato messaggi a sfondo sessuale con un chatbot. Il dato arriva da uno studio di Sapienza Università di Roma e Università della Valle d’Aosta, presentato dall’ateneo romano il 27 ottobre 2026 e pubblicato su Archives of Sexual Behavior con il titolo “Sexting with AI: Emerging Questions and Preliminary Evidence from Italy”: 33 persone su 378, fra 18 e 35 anni, pari all’8,7% del campione. Si tratta di una delle prime evidenze empiriche italiane sul sexting con l’intelligenza artificiale; arriva mentre i grandi fornitori di AI conversazionale spingono sulla personalizzazione, cioè sulla capacità di un assistente di adattare tono, carattere e memoria alla persona che lo usa.
Il perimetro va chiarito subito, perché sono gli stessi autori a tracciarlo: i risultati sono preliminari, nascono da analisi esplorative e non consentono di stimare quanto il fenomeno sia diffuso fra tutti i giovani italiani. L’8,7% descrive chi ha risposto al questionario, non il Paese.

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Sexting con i chatbot: chi ha condotto lo studio e con quale metodo
La ricerca è coordinata da Antonio Chirumbolo, docente di Psicometria alla Sapienza, con Alessandra Ragona e Mara Morelli dello stesso ateneo ed Elena Cattelino dell’Università della Valle d’Aosta; il lavoro ha coinvolto i tre Dipartimenti di Psicologia della Sapienza.
Lo strumento è un sondaggio online anonimo. Accanto alla domanda sull’esperienza diretta, i ricercatori hanno somministrato le versioni italiane di due scale consolidate: la Sexual Sensation Seeking Scale, che misura la propensione a cercare esperienze sessuali nuove e intense, e la forma breve del Cyber Pornography Use Inventory (CPUI-9), che valuta l’uso problematico della pornografia online. Le analisi sono di tipo correlazionale: mettono in relazione variabili, senza stabilire che cosa causi che cosa.
Cosa dicono i numeri sul sexting con l’AI
Dei 33 partecipanti che dichiarano l’esperienza, il 75,8% sono uomini. Per orientamento sessuale il gruppo si divide quasi a metà fra persone esclusivamente eterosessuali e persone non esclusivamente eterosessuali. Sul piano psicologico emergono associazioni significative con due tratti: la ricerca di sensazioni sessuali e l’uso problematico della pornografia online.
Queste proporzioni vanno lette con la cautela che impone la dimensione del sottogruppo: con 33 persone, un singolo rispondente sposta le percentuali di circa tre punti. Il profilo che ne esce è un’indicazione di direzione, utile per impostare le prossime ricerche, più che un ritratto dell’utente tipo.
Un termine di confronto arriva dalla Germania. Nicola Döring, Veronika Mikhailova e M. Rohangis Mohseni, dell’Università tecnica di Ilmenau, hanno pubblicato sulla stessa rivista un’indagine sulla prevalenza delle attività sessuali supportate dall’AI condotta su 2.658 adulti fra 18 e 75 anni: nei dodici mesi precedenti il 14,1% aveva avuto interazioni sessuali con agenti AI, una categoria che comprende chat erotiche e compagni virtuali. Anche in quel campione le differenze seguono linee riconoscibili: le attività sessuali supportate dall’AI, considerate nel loro insieme, riguardano il 41,5% degli uomini contro il 21,7% delle donne, il 54,7% della fascia 18-39 anni, il 43,4% delle persone non eterosessuali contro il 30,4% delle eterosessuali. Metodi, età e definizioni non coincidono, quindi i due numeri non si possono sovrapporre; la direzione delle differenze, però, è coerente.
Le domande dei ricercatori sul Sexting con i chatbot
Nel titolo del paper la parola “questions” viene prima di “evidence”, e non è un dettaglio. Chirumbolo osserva che gli studi empirici capaci di leggere il fenomeno con gli strumenti della psicologia sono ancora pochi; il comunicato della Sapienza insiste sulla necessità di approfondire per evitare “interpretazioni semplicistiche o patologizzanti”.
Il punto metodologico pesa sull’interpretazione. L’associazione con la ricerca di sensazioni sessuali e con l’uso problematico della pornografia dice quali caratteristiche ricorrono più spesso fra chi pratica il sexting con un chatbot; non dice che il chatbot generi quei comportamenti, né che chi lo usa sia per questo a rischio. Gli autori lo esplicitano: le analisi esplorative non permettono di stabilire relazioni causali.
C’è poi un limite che riguarda direttamente il contesto italiano. Secondo i ricercatori, la maggior parte delle piattaforme di AI conversazionale usate per interazioni intime è pensata soprattutto per utenti anglofoni; questo può ridurre la possibilità di generalizzare i risultati. Chi scrive in italiano a un modello progettato per conversare in inglese vive un’esperienza diversa, nel lessico come nelle sfumature.
Le motivazioni restano la parte meno esplorata
La domanda più naturale, perché lo si fa, è anche quella a cui lo studio risponde meno. Il lavoro misura tratti psicologici associati all’esperienza, non le ragioni dichiarate dagli utenti; Chirumbolo indica proprio nelle caratteristiche individuali e nelle motivazioni di chi intrattiene queste interazioni la direzione su cui proseguire.
In assenza di dati, è possibile formulare ipotesi da verificare, che vanno presentate come tali. Una riguarda il modo in cui questi prodotti si raccontano: Replika, una delle app di compagnia più note, si descrive sull’App Store come un amico senza giudizio, senza drammi e senza ansia sociale, disponibile a ogni ora. Si tratta della promessa di un’azienda, non di una misura dei bisogni degli utenti; indica però quali leve il mercato considera decisive: disponibilità continua, assenza di giudizio, controllo pieno della conversazione. Quanto queste leve contino davvero per chi pratica il sexting con un chatbot è esattamente ciò che la ricerca italiana chiede di indagare.
Quando la personalizzazione entra nella sfera intima del Sexting con i chatbot
Il tema interessa una testata tecnologica per una ragione precisa: la stessa architettura che rende utile un assistente, memoria delle conversazioni precedenti, personalità regolabile, tono adattivo, è quella che lo rende adatto a una relazione simulata. Nelle app di compagnia questa traiettoria è dichiarata; negli assistenti generalisti è un effetto collaterale che i fornitori stanno imparando a gestire.
Il caso di OpenAI lo mostra bene. Nell’ottobre 2025 Sam Altman ha annunciato personalità più umane e configurabili per ChatGPT e, secondo quanto scritto dallo stesso Altman su X, contenuti erotici per gli adulti verificati a partire da dicembre, in nome del principio di trattare gli utenti adulti da adulti. Il lancio è slittato al primo trimestre 2026 e poi di nuovo a marzo; a fine marzo, secondo il Financial Times ripreso da TechCrunch, il progetto è stato rinviato a tempo indeterminato. Nel frattempo, da gennaio 2026, OpenAI ha avviato il proprio sistema di stima dell’età degli utenti. La lettura di chi scrive è che il nodo non sia mai stato la capacità di generare testo esplicito, che i modelli possiedono da tempo, ma la verifica di chi c’è dall’altra parte dello schermo.
L’Italia conosce questo nodo da vicino. Nel febbraio 2023 il Garante per la protezione dei dati personali aveva bloccato Replika citando i rischi per i minori; con il provvedimento del 10 aprile 2025, reso noto il 19 maggio, ha poi sanzionato per 5 milioni di euro Luka Inc., la società che gestisce il chatbot, contestando l’assenza di basi giuridiche adeguate, una privacy policy carente e meccanismi di verifica dell’età insufficienti, e ha aperto un’istruttoria autonoma sul trattamento dei dati lungo l’intero ciclo di vita del modello. Contro il provvedimento è pendente un giudizio di opposizione.
Cosa cambia per chi progetta e adotta chatbot
Per le aziende che sviluppano o integrano assistenti conversazionali, lo studio italiano offre un promemoria concreto: la deriva verso l’intimità non riguarda solo le app nate per questo. Un’indagine di Common Sense Media su 1.060 adolescenti statunitensi ha rilevato che il 72% ha usato almeno una volta un AI companion, una categoria in cui l’organizzazione include anche l’uso di assistenti generalisti come compagni di conversazione. Popolazione e Paese sono diversi, ma il segnale per chi progetta prodotti è lo stesso: gli usi reali si spostano rispetto a quelli previsti.
Le conseguenze pratiche toccano più livelli. Le conversazioni a sfondo sessuale producono dati relativi alla vita sessuale, che il GDPR tratta come categoria particolare con tutele rafforzate; politiche di conservazione, accesso ai log e addestramento dei modelli vanno disegnate tenendone conto. Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale vieta i sistemi che sfruttano le vulnerabilità legate all’età per distorcere il comportamento delle persone e prevede obblighi di trasparenza verso chi interagisce con un sistema di AI. La verifica dell’età, infine, si conferma il punto in cui convergono privacy, sicurezza dei minori e modello di business.
Il confine fra libertà dell’utente adulto e controllo della piattaforma è un tema che attraversa tutto il mercato, come emerge anche nella nostra guida alle app AI senza censura e nell’analisi dei generatori di avatar che clonano voce e volto: più la macchina diventa somigliante a una persona, più le scelte di progettazione assumono un peso che va oltre la tecnologia.
Domande frequenti sul sexting con i chatbot
Che cos’è il sexting con l’AI? È lo scambio di messaggi a sfondo sessuale con un chatbot basato sull’intelligenza artificiale, invece che con un’altra persona.
Quanti giovani italiani praticano il sexting con i chatbot? Nello studio di Sapienza e Università della Valle d’Aosta lo dichiarano 33 partecipanti su 378, l’8,7% del campione. Gli autori precisano che il dato non permette di stimare la diffusione fra tutti i giovani italiani.
Chi ha condotto la ricerca? Un gruppo coordinato da Antonio Chirumbolo (Sapienza), con Alessandra Ragona, Mara Morelli ed Elena Cattelino (Università della Valle d’Aosta). Lo studio è pubblicato su Archives of Sexual Behavior.
Il sexting con i chatbot è dannoso? Lo studio non lo stabilisce: rileva associazioni con la ricerca di sensazioni sessuali e con l’uso problematico della pornografia online, ma le analisi esplorative non consentono conclusioni causali.