Creare e conservare ricordi e aiutare l’ambiente allo stesso tempo, è possibile: i social network e la caccia di like

**Di Antonella Tagliabue

Qual è l’impronta ecologica della nostra memoria? Ha un impatto la ricerca, gestione, conservazione e condivisione delle immagini che illustrano ogni momento della nostra vita?
E quanti si fanno carico di custodire non solo la propria storia ma quella della famiglia? Raccogliere fotografie, creare album, recuperare vecchi filmini.
In pratica mettere insieme informazioni, dati e oggetti mentre le tecnologie per gestirli, archiviarli e condividerli evolvono
in continuazione.

I nostri ricordi, tra memorie fisiche e digitali, a caccia di like

Cambiano i dispositivi, i software, le piattaforme e anche i luoghi dove i nostri ricordi si conservano.
Vi siete mai chiesti quale sia il peso – per l’ambiente – della vostra memoria? Cosa fare con i vecchi Vhs, CD e Dvd una volta che avete convertito i dati e non avete più bisogno di quei supporti fisici? E come gestire le vecchie stampe di foto e diapositive?
Per la stampa sono stati usati additivi chimici? In questo caso la foto non potrà essere riciclata. E, anche in assenza di additivi, nella vostra città è possibile gettare nella carta anche quella mista e lucida?
Per Vhs, CD e Dvd bisogna ricorrere a qualcuno specializzato nello smaltimento o, ancora meglio, nel riciclo. Ma bisogna trovarlo e saper scegliere bene.
Creare un archivio digitale di tutta la nostra storia per immagini ha un impatto minore sull’ambiente, ma possiamo fare anche qualcosa per il Pianeta pensando al soggetto e ai contenuti dei video e delle immagini?

Instagram contro la caccia di like

Instagram è pieno di foto con animali selvatici, esotici e in via di estinzione. Spesso non c’è alcuna tenerezza reale in quelle foto e niente di naturale in un cucciolo di tigre addomesticato per stare in posa.
Per questo Instagram ha deciso di prendere provvedimenti lo scorso dicembre. Cercare o creare hashtag associati a immagini che possono danneggiare l’ambiente o la fauna selvatica infatti fa scattare il ricevimento di una notifica che recita: “L’abuso di animali e la vendita di specie in via di estinzione o di loro parti non sono consentiti su Instagram. Stai cercando un hashtag che potrebbe essere associato a post che incoraggiano comportamenti dannosi agli animali o all’ambiente.”
Tutto nasce da un’indagine nel mondo del turismo naturalistico del National Geographic e del World Animal Protection, che ha scoperto come animali selvatici venissero catturati illegalmente e poi tenuti in gabbia per permettere ai turisti di farsi dei selfie con loro.
Sono in ogni caso banditi post e scatti di maltrattamenti, caccia di frodo o di vendita di animali in via di estinzione. Tra le considerazioni ambientali fatte da Instagram sulle pagine dedicate a questa iniziativa si legge: “Che tu stia cercando di scattare la foto perfetta o un selfie, ti invitiamo a prestare attenzione all’ambiente che ti circonda. È facile farsi travolgere dal momento quando si è circondati dalla bellezza della natura. Tuttavia, per ottenere qualche ‘Mi piace’ non vale la pena rischiare di danneggiare l’ambiente, ad esempio calpestando dei fiori selvatici, spostando un nido o intagliando delle iniziali su un tronco”.
E ancora: “Ti invitiamo inoltre a prestare attenzione al modo in cui interagisci con la fauna e a chiederti se un animale è stato contrabbandato, catturato da cacciatori di frodo o maltrattato per scopi turistici. Ad esempio, non fidarti di chi ti offre la possibilità di scattare foto con animali selvatici a pagamento, dato che questo tipo di immagini e video potrebbe mettere a rischio specie in via di estinzione”.

La battaglia per ricordi più etici e la caccia di like

Ma la battaglia per una fotografia più etica non è lasciata solo ai social network. Anche il Parco Nazionale del Gran Paradiso ha deciso di stilare un elenco di regole per chi vuole fotografare la natura rispettando flora e fauna.
La prima regola è quella di non avvicinarsi mai troppo agli animali o a tane o nidi dove si allevano i cuccioli, provocando l’allontanamento degli adulti. Poi, usare gli obiettivi più appropriati. E ancora, fare fotografie sul posto, senza prelevare o spostare fiori, insetti e piccoli animali. Mai dare da mangiare agli esseri viventi per avvicinarli, una pratica che provoca serissimi danni modificandone gli istinti naturali. L’elenco completo è disponibile sul sito del Parco. Il decalogo si conclude con la raccomandazione più importante, ossia che “rispettare la natura significa anche dare il buon esempio”.
A volte il miglior ricordo che possiamo avere di un ambiente naturale è quello che portiamo con noi per aver scelto di non scattare una foto e di rinunciare a qualche like in più.

puntog a caccia di like conservare ricordi e aiutare l’ambiente

 

Essere verdi e portoghesi

Nel 2000 il governo portoghese decise di acquistare l’intera rete elettrica nazionale, fino ad allora gestita da privati, per convertirsi alla produzione di energia sostenibile. Quest’anno a marzo il Paese ha raggiunto il traguardo di coprire l’intero fabbisogno nazionale con energia prodotta da vento, acqua e sole. Anzi, se ne è prodotta un po’ di più di quella che serve.

Un successo raggiunto in seguito alla nazionalizzazione, con investimenti sulla rete, innovazione e incentivi fiscali. Per clima e geografia il Portogallo ha un potenziale energetico unico in Europa dove, ancor più del sole, acqua e vento consentono di coprire il 97% del fabbisogno. A marzo 2018 le energie green hanno evitato l’immissione in atmosfera di 1,8 milioni di tonnellate di CO2. Obiettivo per il prossimo futuro è arrivare a fare delle rinnovabili la “normalità energetica”. Perché normale è meglio.

Muri verdi

A metà del secolo scorso lo scienziato inglese Richard St. Barbe Baker propose di creare una barriera di alberi per combattere desertificazione, crisi idriche, cambiamenti climatici e sociali collegati in Africa. Il progetto di un Great Green Wall, una grande muraglia verde di alberi per ottomila chilometri che coinvolge 11 nazioni del Sub-Sahara, è stato ripreso più volte e oggi si è evoluto da un vero e proprio muro a una serie di piccole oasi dove, oltre a combattere la desertificazione, si sostiene l’agricoltura. In Senegal sono stati piantati 12 milioni di alberi e in Nigeria il progetto ha creato 20mila posti di lavoro. Nelle oasi si coltiva insalata, melanzane e peperoni, insieme ad arance, mandarini e cocomeri. Entro il 2020 potrebbero essere 60 i milioni di migranti climatici provenienti dalla regione. Invertire la rotta della desertificazione, le cui conseguenze colpiscono già oggi 500 milioni di persone, è indispensabile. Il progetto è stato realizzato solo parzialmente ma le foto scattate dicono che l’acqua sta tornando e che funziona. Una prima dimostrazione che il cambiamento climatico può essere affrontato e forse che, cinicamente, la tutela dell’ambiente passerà dalla paura delle migrazioni.

**Antonella Tagliabue: Amministratore delegato della società di consulenza strategica di Un-Guru, esperta di sviluppo sostenibile. Laureata in Scienze Politiche, con specializzazione in Storia e Istituzioni dell’America Latina. Si è occupata di comunicazione e marketing per multinazionali e gruppi italiani.  Da anni si occupa di Green Economy e di responsabilità sociale e ambientale d’impresa, insegna in corsi e master. “Penso che la sostenibilità debba essere una scelta, prima che un dovere, ma che debba essere strategica e, quindi, responsabile. Quando parlo del Pianeta lo faccio con la P maiuscola e credo che il rispetto per la vita in senso biologico debba essere un istinto”. Leggo, viaggio e scrivo per passione. Camus diceva:  “Sono contro tutti coloro che credono di avere assolutamente ragione. Per questo pratico il dubbio, coltivo i miei difetti, cerco di sbagliare sulla base di ragionevoli certezze e mantengo un ottimismo ostinato”.

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