PUNTOG

Il green cloud dovrebbe essere una specie di apostrofo rosa tra le prole tecnologia e ambiente. Una nuvola verde in grado di far piovere benefici grazie alla tecnologia che diventa responsabile

di Antonella Tagliabue*

Secondo Pike Research l’adozione diffusa di soluzioni cloud potrebbe portarci a una riduzione della spesa per consumi energetici nei data center di tutto il mondo del 38% entro il 2020. Inoltre il mercato dei data center verdi dovrebbe crescere a un tasso di circa il 30% annuo e raggiungere una cifra superiore ai 45 miliardi di dollari nel 2016.
Attualmente buona parte dell’offerta collegata al green cloud ha a che fare con lo storage.
Quantità crescenti di dati richiedono molta energia e quindi si moltiplicano le iniziative in questo ambito all’insegna delle diverse sfumature di verde. Il focus è sul risparmio di risorse e di denaro e su come misurare i benefici. Bisogna considerare il Pue (Power Usage Effectiveness) che indica il rapporto tra il consumo complessivo di un data center e quello dei soli apparati IT.
Secondo Gartner Group, i data center non efficienti hanno in genere un Pue superiore al 3,0; un valore di Pue 2,0 è un risultato già considerato buono, inferiore a 1,5 è molto aggressivo. E poi c’è il Dcie (Data Center Infrastructure Efficiency), percentuale calcolata in base all’incidenza dei consumi IT sul totale dei consumi e il Cade (Corporate Average Data center Efficiency) che misura l’efficienza energetica di un data center in ottica comparativa.
Però sarebbe forse uno spreco limitare le potenzialità del cloud al back-up dei dati. Bisognerebbe fare delle riflessioni su quello che viene definito il core business di ogni organizzazione e quindi provare a riflettere sulle soluzioni Erp che in genere hanno a che fare con i sistemi di gestione della produzione, dei fornitori, delle finanze, delle risorse umane, della progettazione, della relazione con i clienti.
Per molti il cloud è innanzitutto una scelta motivata dalla riduzione dei costi. Gli analisti concordano che spostare le applicazioni Erp in cloud consentirebbe una riduzione dei consumi energetici e dell’impronta ecologica del 30%. E per aziende medio-piccole la riduzione potrebbe essere anche più sostanziosa. Si crea una sorta di ottimizzazione virtuosa per cui le risorse sono usate al meglio, riducendo al massimo gli sprechi. Ma al di là del buon senso e della convenienza, il vero problema rimane ancora oggi quello che alcuni hanno identificato come “Green Gap”.
Un’indagine informale condotta negli USA attraverso un blog ha mostrato che solo il 10-15% degli IT manager risponde positivamente alla domanda relativa allo sviluppo di soluzioni di Green IT.
Ma l’80% dello stesso campione dice di essere alle prese con progetti di riduzione dei consumi, aumento dell’efficienza, migliorie per il raffreddamento dei sistemi, l’uso dello spazio o con iniziative per aumentare benessere, sicurezza e performance ambientali della propria azienda. C’è un problema di connessione tra ciò che è percepito come “verde” e le opportunità di produttività e business. Il Green IT è in molti casi visto come un mito, infarcito di leggende.
La più diffusa è quella che sarebbe una questione per grandi imprese, mentre nella realtà è più facilmente accessibile a quelle piccole. E poi c’è la scarsa chiarezza sui consumi. I data center non sono i principali responsabili sulla Terra delle emissioni di CO2. Ridurre i consumi fa bene innanzitutto ai costi.
E comunque la sfida vera è trovare soluzioni a basso impatto per il raffreddamento dei sistemi.
Qualcuno sostiene che costi di più alimentare l’hardware che comprarlo, ma è un’affermazione banale. È vero, i costi dell’hardware scendono, ma non è il prezzo dei dischi esterni a stabilire gli investimenti in IT.
Non esiste un’unica ricetta per tutti i mali ambientali. La giusta soluzione storage, la combinazione su misura di virtualizzazione e consolidamento può migliorare di molto l’efficienza, ma ogni dipartimento IT è diverso dall’altro. Tutti siamo alle prese con la sfida dello sviluppo sostenibile. Imprese, enti pubblici, organizzazioni, cittadini. L’IT deve dare il suo contributo – senza farsi carico di responsabilità più grandi del compito che è chiamato a svolgere – e favorire lo sviluppo di soluzioni innovative. Il tutto in un contesto che vede profondamente mutare anche il ruolo dell’IT manager.
Diventerà più “diffuso, liquido” e nel futuro probabilmente sarà più strategico. Con competenze nuove, ruoli meno tecnici e verosimilmente un approccio più consulenziale, da advisor e facilitatore del business. Dovrà fare i conti con la gestione delle complessità e capace di offrire soluzioni semplici, accessibili, social, virali. Il Green IT sarà dunque una questione di pensiero, innanzitutto. Di pianificazione, prima che di implementazione. E dovrà aiutare a fare cose verdi fuori e ancor più verdi dentro.

*Amministratore delegato della società di consulenza strategica di Un-Guru, esperta di sviluppo sostenibile. Laureata in Scienze Politiche, con specializzazione in Storia e Istituzioni dell’America Latina. Si è occupata di comunicazione e marketing per multinazionali e gruppi italiani. Da anni si occupa di Green Economy e di responsabilità sociale e ambientale d’impresa, insegna in corsi e master. “Penso che la sostenibilità debba essere una scelta, prima che un dovere, ma che debba essere strategica e, quindi, responsabile. Quando parlo del Pianeta lo faccio con la P maiuscola e credo che il rispetto per la vita in senso biologico debba essere un istinto”. Leggo, viaggio e scrivo per passione. Camus diceva: “Sono contro tutti coloro che credono di avere assolutamente ragione. Per questo pratico il dubbio, coltivo i miei difetti, cerco di sbagliare sulla base di ragionevoli certezze e mantengo un ottimismo ostinato”

Data Center: 50 sfumature di verde ultima modifica: 2015-05-20T09:29:21+00:00 da Francesco Marino
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