Ho coinvolto Riccardo Esposito, autore di My Social Web e webwriter, blogger e copywriter, per capire come interpretare in chiave marketing la app Pokemon Go.

*di Matteo Ranzi

Mio figlio, 6 anni, è appena sparito di casa.
Lo cerchiamo per tutta la villetta della Sardegna, ma nulla.
Mia moglie nota la sparizione anche del suo iPhone.
Mentre corro urlando per le stradine adiacenti casa, alla ricerca dello scomparso, lei chiama il suo cellulare. Il piccolo Leo risponde: “Mamma cosa c’è? Sono a caccia di Pokemon in piscina col tuo telefono”. I miei strali alla app in quel momento si sprecano.
Quella sera il telegiornale parla del dilagare fulmineo del fenomeno Pokemon Go, che ormai porta decine di migliaia di bambini e adulti in gite fuori casa a caccia di mostri.
Il gioco di Niantic Labs è sulla bocca di tutti da alcuni mesi e ha ottenuto i favori di grandi e piccini. Non a caso è stato scaricato oltre 500 milioni di volte in tutto il mondo, sia su iOS che Android, e i giocatori hanno percorso giocando oltre 4,6 miliardi di chilometri.

In 30 giorni Pokemon Go ha conquistato il mondo. Com’è stato possibile?
Ci sono diversi fattori in ballo. Punto primo: il fenomeno Pokémon non nasce da zero e non è stato presentato la prima volta con l’app. C’è un pubblico che condivide da anni la passione per questi personaggi e oggi si aggiunge il mobile. Qui entra in gioco il secondo fattore: il desiderio di possedere, di collezionare qualcosa che prescinde dal valore economico ed è riconosciuto da una nicchia, da una tribù definita. L’appartenenza è il terzo punto che voglio evidenziare: siamo online, ma ci ritroviamo offline e ci riconosciamo per quello che vogliamo essere. Ovvero dei cacciatori di mostri. Molti giocano a Pokémon senza alcuna aspettativa, solo per passare il tempo. Ma quando il merchandising inizia a decollare (come sta avvenendo con Pokémon Go) capisci che ci sono delle convinzioni diverse dal semplice passare il tempo.

Del fenomeno Pokemon s’interessano vecchi e nuovi media, blogger e giornalisti, politica e Codacons. Persino Trivago stila una classifica di hotel Pokefriendly. Per noi che ci occupiamo di marketing e comunicazione, che opportunità si aprono?
Tante occasioni, perché Pokémon Go porta le persone fuori dalle proprie abitazioni. Gli utenti si spostano sul territorio, cercano luoghi inesplorati per catturare personaggi più o meno importanti per l’economia del gioco. Questo meccanismo diventa fondamentale per chi si occupa di local marketing, per chi deve gestire un bar o un ristorante. O magari un albergo, un museo, una negozio. I Pokémon sono ovunque e molti luoghi pubblici si trasformano in palestre o in Pokestop. Ovvero i luoghi di ristoro per i cacciatori di mostri. Ora hai due possibilità: sfruttare o ignorare questi flussi. Come preferisci muoverti? Io credo che le attività debbano studiare e tener conto di questa realtà nella propria strategia, senza fanatismi e scetticismi: il marketing è una cosa seria!

In un solo mese l’applicazione dei mostri tascabili ha superato i social più noti in numero di minuti giornalieri di utilizzo. Siamo di fronte a una nuova era, che soppianterà quella dei social?
Difficile fare una previsione. Molte piattaforme hanno provato a scalfire il potere dei social e con il passare del tempo siamo arrivati a una conclusione: Facebook mangia tutto e tutti. Oppure cerca di soppiantare il nuovo arrivato con funzioni simili che consentono di mantenere l’attenzione del pubblico. Confido nel potere di Mark Zuckerberg, riuscirà a trovare una soluzione per sconfiggere prima Snapchat e poi Pokemon Go. Anzi, le ultime notizie parlano di un Instagram Stories che somiglia molto a Snapchat…

Voglio organizzare un evento e ottenere un numero elevato di adesioni di millennials. Come posso sfruttare Pokémon Go?
Tutti possono sfruttare queste logiche, anche i piccoli esercizi locali. Anzi, in qualche caso il micro è avvantaggiato. La logica è semplice: il gestore compra le esche per i Pokemon, attira i mostri nei propri spazi e comunica attraverso i social l’evento: puoi pensare a una serata, a un aperitivo o a una cena. Quello che conta è l’aggregazione, il far sentire tutti parte di un movimento condiviso. Ovviamente Pokemon Go non fa miracoli: come sempre c’è una qualità di fondo che non può mancare.

Chi, come e quanto sta guadagnando da una app gratuita come Pokemon Go?
Gli intrecci dell’alta finanza sono oscuri, solo chi ci sta dentro può avere un’idea chiara. Guardiamo al micro, al quotidiano: non tutto è gratuito su Pokemon Go, ci sono dei benefici che devi pagare (come le esche). Il prezzo è irrisorio, ma pensate a quante persone adesso stanno comprando questo “mangime” per Pokemon.

Mia nonna si raccomandava: “Matteo stai attento a non prendere freddo: mettiti la maglia di lana”. Oggi mia madre dice a mio figlio: “Stai attento a dove vai, non usare Pokemon Go quando sei per strada”. Esistono veri pericoli nell’uso di questa applicazione?
I pericoli non riguardano Pokemon Go ma l’incapacità degli individui di ritagliare degli spazi da dedicare a queste logiche. La colpa è dell’applicazione, o dell’individuo che non trova più il bello nel mondo intorno a sé?

*Matteo Ranzi

Matteo Ranzi

Matteo Ranzi

Negli anni ‘80 scopre la sua passione per la pubblicità e sogna di avere da grande un’agenzia propria. Mette quel sogno nel cassetto. Negli anni ‘90 università, snow-board e vendita di auto per passione. Ad ottobre del 2000 arriva la laurea in Bocconi, specializzazione Marketing. Viene chiamato in Ingram Micro e in 3 anni diventa Business Manager. La sua passione lo porta alla guida del Marketing Communication e poi del Trade Marketing. Una sera di marzo del 2009 riapre il cassetto chiuso negli anni ‘80 e ritrova il suo sogno. Riascoltando il discorso di Steve Jobs, capisce che è arrivato il momento di dare sfogo al suo lato foolish e hungry. Fonda Mille Ottani, l’agenzia marketing di cui è titolare e da allora viene scelto ogni giorno da Multinazionali e PMI.

Pokemon Go è un nuovo strumento di marketing? ultima modifica: 2016-11-17T08:00:44+00:00 da Web Digitalic
Accenture Carmelo

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