La scuola italiana ha bisogno di rifarsi il trucco e investire nella politica digitale? Ne abbiamo parlato con Damien Lanfrey, Cio del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (Miur)

Damien LanfreyDoppia cittadinanza, italiana e francese, una laurea in Economia all’Università di Parma e varie esperienze da ricercatore all’estero. Esperto di politiche per l’innovazione, ricercatore della relazione tra Icts e public engagement, modelli di azione collettiva, procurement innovativo di soluzioni e cambiamento organizzativo. Damien Lanfrey è stato anche Research Fellow e Lecturer alla City University di Londra e Postdoctoral alla Hong Kong Polytechnic University. Nel 2013 ha co-progettato la Consultazione pubblica sulle Riforme Costituzionali per il Dipartimento Riforme Istituzionali. Attualmente membro della Segreteria Tecnica del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini, fa parte anche del team che ha redatto il piano di riforme “La Buona Scuola”.

“La scuola digitale non è un universo parallelo – ci dice Lanfrey – c’è una sola scuola ed è un’organizzazione complessa con la missione primaria della buona didattica”.

Ci spiega l’iniziativa la “Buona Scuola”?

È un progetto di riforma del sistema educativo nato nell’estate 2014. Un documento molto chiaro e semplice per avvicinare il cittadino a un diverso linguaggio tecnico della scuola. Questa proposta di policy è stata messa in consultazione pubblica dal settembre al novembre 2014 e discussa da 1 milione e 800 mila persone. Un ottimo risultato, in quanto è stata la più partecipata di sempre da un Governo. Abbiamo deciso di puntare sulla scuola rimettendola a fianco dei grandi processi di innovazione del Paese.

La Buona Scuola non è una scuola a sè, in quanto i principi e il fine sono gli stessi di quella tradizionale…

Si, è così, un progetto di innovazione che calza a pennello con la scuola. Il digitale è fondamentale anche se spesso nelle scuole non c’è l’accesso Internet o la rete veloce. Un altro elemento su cui abbiamo lavorato è la possibilità di cambiare la configurazione interna degli edifici, utilizzando gli spazi diversamente, rimodulandoli e implementando la tecnologia. Cambiare le configurazioni per un modo di lavorare diverso. L’importante è che le scuole entrino in questa mentalità.

Nel 2014 ha co-progettato la Consultazione pubblica sulle Riforme Costituzionali. Che esperienza è stata?

Intensa e interessante. In tempi brevi siamo riusciti a far partecipare circa 230 mila persone. È stata una bella sfida perché il mandato era progettare un’azione a sostegno di una grande riforma per il Governo di allora.

Come hanno risposto i cittadini alla consultazione online?

I cittadini hanno risposto in maniera adeguata fornendoci tantissimi feedback. Abbiamo raccolto anche migliaia di commenti puntuali per eventuali aggiustamenti.

La partecipazione è arrivata maggiormente dal mondo scolastico o c’è stato un interesse più ampio?

Sicuramente dal mondo scolastico. Mi sarebbe piaciuta una risposta maggiore dalle famiglie per capire meglio se l’offerta formativa per i ragazzi è adeguata.

 

Ritiene che la scuola italiana sia un passo indietro rispetto a quella europea?

No. La scuola italiana ha eccellenze notevoli con punte dove il rapporto scuola, territorio e innovazione è altissimo. Ha però un problema comune ad altri paesi: tende cioè ad essere diseguale, ma ha innovazioni fantastiche. A Bologna, ad esempio, è nato il primo acceleratore di idee imprenditoriali rivolto ai giovani ricercatori di tutti i dipartimenti dell’ateneo. A Lecce hanno ideato e progettato startup. A Bergamo hanno ridisegnando gli arredi con più comfort.

Un altro obiettivo della nostra policy è creare nelle scuole un piccolo atelier creativo, cioè uno spazio che ha tutte le caratteristiche di un piccolo fab lab per la robotica educativa, l’elettronica e il coding… tutto questo per essere competitivi a livello internazionale.

 

All’interno del Piano Scuola Digitale è stata inserita la figura dell’animatore digitale. Le sue funzioni?

Animare la scuola digitale. Davvero. Il problema era dare legittimità all’innovazione. Abbiamo quindi pensato di nominare alcuni insegnanti che siano un punto di riferimento per Presidi, ad esempio, poco ricettivi e per attivare tutta la comunità scolastica.

Gli studenti saranno così coprotagonisti nei progetti e nelle attività legate al digitale. Si potranno fare lezioni introduttive sui social, installare dropbox per gestire le assenze… tanto per citare alcuni esempi. La comunità e la riconoscibilità del ruolo sta creando quello che volevamo: l’animatore, cioè, si sente in diritto e in dovere di fare cose che alzino il livello scolastico.

Come sta cambiando l’insegnamento, quali sono le frontiere tecnologiche più interessanti?

La scuola, a mio avviso, non ha bisogno di cambiare drasticamente. Credo però che l’utilizzo della tecnologia in maniera più organica, la liberalizzazione dei contenuti, l’allontanarsi dall’adozione del libro sarebbero già passaggi fondamentali. Il Ministero non obbliga le scuole ad adottare i libri ma sono queste ultime che rimangono legate a una vecchia pratica.

All’interno del piano digitale abbiamo inoltre pensato a un progetto innovativo chiamato “Azione 15” che consiste nel creare format didattici, ovvero corsi online, che aiutino il docente nello svolgimento della lezione. Una guida pratica live. Il cloud e il digitale in classe, quindi, possono spostare l’interazione da frontale a collaborativa.

Damien Lanfrey: la scuola digitale che legittima l’innovazione ultima modifica: 2016-09-26T10:32:24+00:00 da Francesco Marino
Cloud Aruba GDPR

Non rimanere indietro, iscriviti ora

Ricevi in tempo reale le notizie del digitale

Iscrizione alla Newsletter

controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

Privacy Policy

Grazie! Ora fai parte di Digitalic!