Gianluca Dettori: “Non siamo all’avanguardia, ma originali sì”

Gianluca Dettori è il fondatore e il presidente di DPixel e dice del panorama hi-tech italiano: non siamo all’avanguardia, ma originali sì. L’intervista.

Fondatore e il presidente di DPixel, società di Venture Capital, nell’ultimo decennio ha seguito personalmente decine di startup nel settore digitale e medicale. Sostiene che una startup per essere interessante deve avere un Dna da gigante nella testa, nel progetto, deve possedere le ambizioni di una grande azienda

di Ilaria Galateria

Gianluca Dettori è il fondatore e il presidente di DPixel, una società di Venture Capital che investe nel campo digitale, software e del commercio elettronico e che ha all’attivo il Barcamper, l’innovativa attività itinerante di scouting di nuovi talenti imprenditoriali in tutta Italia. Nato a Torino dove si è laureato in Economia e Commercio, 48 anni, sposato, ha fondato ed è stato il primo presidente italiano dello IAB (Internet Adversiting Bureau) ma anche cofondatore di First Generation Network, Associazione Techgarage e mentore Fullbright. Amante della musica (suona infatti la batteria), nel 1999 ha co-fondato Vitaminc, una piattaforma per la distribuzione di musica digitale sul web e mobile. Nell’ultimo decennio ha seguito personalmente decine di start up nel settore digitale e medicale. Curioso, attento e meticoloso nel suo lavoro che affronta con slancio e entusiasmo, ama il contatto con i giovani che mettono il cuore nei loro progetti. Il suo motto: “Tutto quello che non uccide, fortifica”.

Quando si parla d’innovazione, a suo giudizio, noi italiani siamo i migliori?
Direi di no. Non siamo all’avanguardia, siamo però originali. Israele, Stati Uniti, Cina, invece, stanno diventando leader mondiali dell’innovazione.

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E nel mondo digitale?
Quando è partito il digitale, per i primi dieci anni di internet, il nostro Paese era tra le dieci nazioni più avanti al mondo. Adesso le ultime statistiche ci indicano intorno al quarantesimo posto. Questo non significa che l’Italia è tornata indietro ma, piuttosto, che il mercato digitale è corso avanti e che altri paesi hanno fatto grandi balzi, anche in Europa.

Ci sono dei trend nelle idee che le vengono sottoposte? In questo momento cosa va più di moda, su quali temi si stanno concentrando le startup italiane?
Per fortuna non c’è un trend, come invece accade in altri mercati. Nella Silicon Valley in questo momento le startup si stanno concentrando su temi specifici. Il mercato italiano è più variegato e ampio perché più destrutturato. L’originalità ci caratterizza e questa, a mio parere, è la bellezza del nostro Paese.

Quali caratteristiche deve avere una startup per essere interessante agli occhi di un Venture Capital?
I Venture Capital investono solo in cose che hanno caratteristiche ben precise. Quindi, per spiegare bene il concetto, riporto una frase del mio mentore Elserino Piol, venture capital della mia prima startup: “Investire in aziende piccole, mai in aziende nane”. Una startup per essere interessante deve avere un Dna da gigante nella testa, nel progetto, nelle caratteristiche del mercato che si affronta. Possedere quindi le ambizioni di un’azienda grande.

Quali sono gli errori più comuni commessi da chi vuole coinvolgere DPixel in un progetto?
Capire che il rapporto che si instaura è reciproco; la startup sceglie il finanziatore ma poi è quest’ultimo che deve sposare l’idea, portarla dagli investitori, metterci la faccia, prendere l’impegno di supportarla con il proprio lavoro e la propria attività. Noi non siamo solo dei bancomat, dei dispensatori di soldi, non facciamo una sorta di selezione asettica. È importante invece costruire reciprocamente una relazione e una condivisione di obiettivi fino al punto di far maturare in DPixel, che è una vera e propria organizzazione, la convinzione di usare risorse e tempo su un determinato progetto. È un grande errore considerarci solo dei finanziatori e non dei partners.

In Italia fallire è grave legalmente, moralmente e socialmente. Questo in qualche modo inibisce l’imprenditoria?
Per fortuna questo tema, grazie anche alla cultura startup che si è diffusa tra i giovani, è molto meno pressante di quanto sia stato in passato. Lo stigma del fallimento rimane comunque un tema psicologico importante. Molti si sentono inadeguati e per paura di fallire non hanno il coraggio di partire, mentre potrebbero scoprire di essere imprenditori anche di grande valore. A mio giudizio il fallimento non è praticamente e tecnicamente possibile dal punto di vista legale, tecnico e giuridico e questo anche grazie alle leggi delle startup. Una startup innovativa, infatti, gode di un regime tale per cui non esiste il fallimento nel vero senso del termine ma una procedura semplificata che porta alla chiusura dell’iniziativa con minor dolore. Personalmente, di fronte a due progetti uguali o simili, preferisco investire su un team che ha fatto qualcosa in precedenza, anche se fallito. Per esperienza so che le difficoltà, i fallimenti portano a non ripetere certi errori.

Quali sono i fattori che limitano la nascita di nuove imprese in Italia?
Il primo è la disponibilità di capitali, fondamentali per decollare. Il sistema italiano è fortemente sottocapitalizzato, quindi in difficoltà rispetto alla competizione internazionale. Lo stesso identico progetto che nasce in Italia oppure, ad esempio, a San Francisco, dopo quattro o cinque anni è molto più avanti in America, agevolato naturalmente dal budget di 30, 40, 50 milioni di euro contro i 2 o 3 milioni di euro italiani faticosamente raccolti. Per crescere, occorre investire. E anche molto. Per fortuna adesso anche nel nostro Paese si sta sviluppando un contesto di investitori istituzionali, a partire dal Fondo italiano investimenti. L’altro fattore importante e sottovalutato è che le aziende italiane sono poco propense ad acquisire startup. Negli Stati Uniti e un po’ in tutto il mondo il 90% delle aziende che va bene acquisisce un’altra azienda alla quale dà l’opportunità di crescere e valorizzarsi rapidamente.

Nel settore ICT quali sono i progetti più interessanti che ha visto recentemente?
In questo momento stiamo lanciando il progetto Primo Miglio, uno dei fondi di venture capital su cui il Fondo italiano di investimento (FII) intende investire diversi milioni di euro. Primo Miglio sarà un fondo dedicato allo sviluppo di investimenti in startup digitali partendo dallo stadio di seed e facendo leva sulla nostra collaudata capacità di sourcing e di accelerazione. Ci stiamo attrezzando per lavorarci il prossimo anno. Sto vedendo comunque cose molto interessanti anche nel campo dell’hardware e della fabbricazione digitale.

I cinque consigli di Gianluca Dettori a chi si vuole lanciare in un’avventura imprenditoriale?
1. Informarsi, partecipare a eventi in tutte le città (ad es. Barcamper che gira l’Italia)
2. Trovare qualche amico, creare e lavorare in un team. Da soli è impossibile
3. Non innamorarsi della prima intuizione ma ragionare in maniera profonda sul perché l’idea è importante
4. Prepararsi bene. Dall’idea al progetto dell’impresa, alla documentazione, il business plan, ai ragionamenti, al feedback: si impiegano mesi prima di riuscire a mettere bene su carta un’idea da presentare a un investitore
5. Non mollare. Non importa se si prendono cento porte in faccia. Tenere i nervi ben saldi. Non è cosa facile, ma si può.

Gianluca Dettori


Gianluca Dettori: “Non siamo all’avanguardia, ma originali sì” - Ultima modifica: 2015-10-16T07:47:15+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

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