Osservatorio sul giornalismo: l’informazione in Italia dutante la pandemia

La terza edizione dell’Osservatorio sul giornalismo ha evidenziato alcune debolezze della professione alla prova dell’emergenza Covid-19. Una popolazione giornalistica con pochi giovani, fortemente ancorata all’uso di fonti tradizionali e per nulla aperta alle innovazioni. L’informazione durante la pandemia non ha trovato nei giornalisti italiani dei mediatori pronti e preparati.

La terza edizione dell’Osservatorio sul giornalismo ha evidenziato alcune debolezze della professione messa alla prova dall’emergenza Covid-19. Una popolazione giornalistica con pochi giovani, fortemente ancorata all’uso di fonti tradizionali e per nulla aperta alle innovazioni

L’emergenza sanitaria ha rappresentato una sfida per i giornalisti che si sono misurati con un sistema parallelo di informazione, quello della rete, con notizie a volte non del tutto verificate o addirittura false. Nel rapporto però si specifica che: durante la prima fase dell’emergenza Covid-19, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) ha istituito specifici tavoli di confronto nel settore dei media e delle piattaforme online, anche con lo specifico obiettivo di promuovere e attuare iniziative volte al contrasto della disinformazione online su temi medico-sanitari e relativi al contagio.

La popolazione giornalistica italiana invecchia anno dopo anno

Distribuzione dei giornalisti attivi per età.
Fonte: Osservatorio sul giornalismo III ed. 2020

Il rapporto 2020 dell’Osservatorio sul giornalismo italiano conferma un deciso invecchiamento della popolazione giornalistica, con la progressiva scomparsa di under 30 e una forte riduzione di under 40. In Italia si contano 35.706 giornalisti, in lieve aumento rispetto a quanto rilevato nella seconda edizione dell’Osservatorio, ma in netta diminuzione rispetto ad otto anni fa. Di questo totale, il 42% sono donne. Lazio e Lombardia sono le regioni con la maggior percentuale, coerentemente con una più ampia presenza sul territorio di imprese mediali. In generale i dati sulla copertura giornalistica territoriale in rapporto agli abitanti, rivelano una significativa differenza dei giornalisti attivi tra il Nord e il Sud del paese. A fronte di un bisogno di informazione, anche locale, pari se non più forte rispetto alle regioni italiane più ricche, il Sud sconta invece una rete di strutture editoriali meno solide, se non inesistenti.

4 giornalisti su 10 sono freelance precari

Il rapporto mette ancora una volta in evidenza la precarietà di tutta la categoria dei freelance (di cui fanno parte più di 4 giornalisti su 10) e l’abissale differenza di reddito tra questi e gli insider (dipendenti stabili di testate). Tra l’altro, i freelance, lavorando prevalentemente in redazioni meno strutturate e realtà editoriali più piccole, non hanno a disposizione le risorse che gli consentano di realizzare reportage o inchieste giornalistiche, dunque la ricaduta sul prodotto è inevitabile: articoli brevi e poco approfonditi.

L’Agcom evidenzia come i giornalisti freelance siano in media non solo dotati di un’istruzione superiore e svolgano, tra le principali attività, quelle a carattere più innovativo. Rispetto a questo aspetto, i più giovani e impiegati nelle testate online tendono a utilizzare maggiormente i social media in ambito lavorativo per attività legate all’audience engagement. Altro aspetto debole del giornalismo italiano, infatti, è la bassa propensione allo svolgimento di attività innovative di web journalism.

Condizione contrattuale e reddito dei giornalisti italiani. Fonte: Osservatorio sul giornalismo III ed. 2020

 

Poca preparazione su economia, scienza, tecnologia e finanza

Riguardo alla copertura di ambiti d’informazione, i giornalisti italiani peccano nella capacità di trattare temi economici, finanziari, scientifici e tecnologici. Rispetto infatti alla capacità di analisi dimostrata nei confronti di politica e cultura, di fronte ad argomenti economici e soprattutto scientifici si manifestano sia la scarsa attitudine a trattare contenuti innovativi, sia il basso livello di conoscenza specialistica su temi della scienza.

Questo è stato evidente durante l’emergenza sanitaria Covid-19.

La percentuale di fonti giornalistiche dirette, digitali e open (gli open data) sono state nettamente inferiori sia ad altri ambiti di informazione, sia rispetto al periodo pre-pandemia. Si è preferito usufruire di fonti istituzionali e dichiarazioni di scienziati senza filtri né mediazioni critiche o analitiche.

Il rifiuto di utilizzare fonti innovative ha portato quest’anno alla minore copertura di argomenti abitualmente trattati: se per alcuni ambiti come lo sport, questo è dovuto alla drastica riduzione degli eventi, così non è stato per la cronaca o oltre tematiche che avrebbero fornito molto più materiale informativo rispetto a quello sfruttato. Un giornalismo di qualità è altrettanto necessario quanto un giornalismo libero.

 

 

Tematiche non trattate dai giornalisti che non si sono potuti occupare degli argomenti solitamente trattati a causa dell’emergenza COVID-19. Fonte: Osservatorio sul giornalismo III ed. 2020

Il rifiuto di utilizzare fonti innovative ha portato quest’anno alla minore copertura di argomenti abitualmente trattati: se per alcuni ambiti come lo sport, questo è dovuto alla drastica riduzione degli eventi, così non è stato per la cronaca o oltre tematiche che avrebbero fornito molto più materiale informativo rispetto a quello sfruttato dai giornalisti.

Un giornalismo di qualità è altrettanto necessario quanto un giornalismo libero.

Giornalisti vs Comunicatori

 

livello di competenza digitale di giornalisti e comunicatori.
Fonte: Osservatorio sul giornalismo III ed. 2020

Per la scarsa possibilità per i giornalisti di lavorare come dipendenti in realtà editoriali strutturate, che garantiscano una certa fascia di reddito, molti professionisti scelgono nuovi ambiti lavorativi; tendenza che negli ultimi anni ha accelerato l’ibridazione del suo mestiere.

La ricerca condotta dall’Osservatorio ha prodotto dati che puntano ad analizzare le diverse figure del giornalista (chi lavora per testate nazionali o locali) e del comunicatore (chi lavora per agenzie e uffici stampa di enti pubblici, associazioni e aziende).

Il 43% dei comunicatori italiani è impiegato in uffici stampa di un’azienda/associazione. Infatti, l’attività prevalente tra i comunicatori è la redazione di comunicati stampa (72%), segue la realizzazione di contenuti testuali e multimediali per il web. Ben il 49% si occupa di organizzazione di eventi istituzionali o aziendali e di conferenze stampa fino alla social media strategy, o altre attività più specifiche relative alla progettazione o gestione di newsletter, blog o siti web.

L’inquadramento contrattuale e le competenze specistiche

La prima grande differenza è nell’inquadramento contrattuale: se i giornalisti risultano per il 55% dei casi dipendenti, i comunicatori sono freelance per il 48%. I comunicatori risultano nettamente più scolarizzati: l’84% di loro ha un titolo di studio superiore al diploma. Le discipline umanistiche, sociali e prettamente di comunicazione sono maggioritarie rispetto a lauree tecniche e scientifiche. I giornalisti risultano, invece, più preparati sulle lingue straniere, tranne che per l’inglese.

Le competenze digitali sono invece nettamente a vantaggio dei comunicatori, segno che questi si sono specializzati in ambito web e social per poter lavorare anche in contesti diversi dalle testate tradizionali. Solo l’11% dei comunicatori ha un livello basso di competenze digitali e la maggior parte di essi sa gestire diversi device e piattaforme digitali.

Differenze anche nell’uso dei dispositivi per la routine lavorativa. I comunicatori prediligono dispositivi mobili o portatili. Lo smartphone è uno strumento essenziale per la capacità di integrare video, foto e testi, rendendoli subito disponibili per le piattaforme di pubblicazione.

Analizzando l’apporto dei diversi media al sistema delle notizie, emerge come il maggior contributo in termini di output prodotto deriva dai social network, seguiti dai quotidiani nazionali, marginalmente esistono gli editori prettamente digitali e le emittenti radiofoniche che riservano una piccolissima percentuale dei propri programmi all’informazione e all’approfondimento.

Rispetto alla produzione giornalistica i siti di quotidiani e i social network sono posizionati sopra la curva di produzione, ma il dato è esclusivamente quantitativo: a una enorme produzione spesso corrisponde una scarsa qualità del contenuto pubblicato. Le emittenti televisive e radiofoniche si collocano al di sotto della curva, mentre le testate digitali sono in linea con la funzione a dimostrazione che la qualità è in crescita, anche se la percezione dell’utente è assimilabile a quella dei social ntework.

La produzione di informazione in Italia

Funzione di produzione dell’informazione. Fonte: Osservatorio sul giornalismo III ed. 2020

Analizzando l’apporto dei diversi media al sistema dell’informazione, emerge come il maggior contributo in termini di output prodotto deriva dai social network, seguiti dai quotidiani nazionali, marginalmente esistono gli editori prettamente digitali e le emittenti radiofoniche che riservano una piccolissima percentuale dei propri programmi all’informazione e all’approfondimento giornalistico.

Rispetto alla produzione giornalistica i siti di quotidiani e i social network sono posizionati sopra la curva di produzione, ma il dato è esclusivamente quantitativo: a una enorme produzione spesso corrisponde una scarsa qualità del contenuto pubblicato. Le emittenti televisive e radiofoniche si collocano al di sotto della curva, mentre le testate digitali sono in linea con la funzione a dimostrazione che la qualità è in crescita, anche se la percezione dell’utente è quella assimilabile ai social ntework.

L’informazione giornalistica durante l’emergenza Covid-19

Per il rapporto 2020, l’Autorità di vigilanza ha creato un’ulteriore indagine riguardo l’attività giornalistica durante l’emergenza Covid-19 e i dati hanno disegnato il seguente quadro.

Nonostante ci sia stato un incremento considerevole della produzione di contenuti informativi, (solo il 16% della popolazione giornalistica non ha trattato tematiche connesse all’emergenza sanitaria Covid-19), la qualità dell’informazione risulta scarsa o debole su alcuni aspetti specifici.

In particolare, la produzione giornalistica si è concentrata sugli aspetti relativi alle misure economiche e alle conseguenze sulle attività lavorative e mobilità degli individui, nonché sugli aspetti legati alle misure di prevenzione. Dove l’informazione è stata carente? Lo è stata sulle caratteristiche e la diffusione della malattia, a causa, probabilmente, della maggiore tecnicità delle questioni in campo e alla minor preparazione specialistica dei giornalisti stessi. Nonostante questa lacuna, i cittadini interpellati hanno espresso una più che buona soddisfazione rispetto alle informazioni “scientifiche” sulla pandemia. Ipotizziamo che la soddisfazione, nonostante l’approccio poco critico e a volte poco approfondito, sia dovuto all’altrettanta impreparazione sulla materia da parte di chi fruisce dell’informazione in Italia.

 

Le fonti giornalistiche durante la pandemia

fonti giornalistiche

Fonti utilizzate dai giornalisti che si sono occupati dell’emergenza COVID-19 Osservatorio sul giornalismo III ed. 2020

Le fonti istituzionali sono state utilizzate dai giornalisti italiani come mai prima di allora. Oltre il 58% di coloro che si sono occupati dell’emergenza Covid-19 hanno fatto ricorso a fonti scientifiche, mentre solo 2 giornalisti su 10 si sono serviti di dati messi a disposizione da enti non governativi, istituti di ricerca e in generale fonti digitali e open.

Interessante è misurare come le fonti usate dai giornalisti per il proprio lavoro siano le stesse alle quali i cittadini hanno avuto libero accesso in questo periodo, ciò a significare la progressiva perdita di valore della funzione del giornalista che deve essere filtro e mediatore della notizia, con apporti critici e analitici che arricchiscano l’informazione delle fonti. Tutto ciò è venuto meno proprio in un momento in cui l’informazione poteva giocare un ruolo fondamentale per il cittadino nella maggiore e migliore comprensione di alcuni aspetti specifici della pandemia.

 

Disinformazione durante l’emergenza sanitaria

La disinformazione è stata, ed è tutt’ora, l’altro pericoloso virus circolato tra i mezzi d’informazione. Il 73% della popolazione giornalistica si è imbattuta in episodi di disinformazione durante l’emergenza Covid-19. Il 78% di questi ha riscontrato casi di fake news più di una volta a settimana e il 23% addirittura una volta al giorno. La fonte principale di casi di fake news è Facebook (88%), mentre più della metà dei giornalisti interpellati li ha individuati nelle chat e nei gruppi di Whatsapp (55%).

A fronte di questa situazione, però, solo 1 giornalista su 5 ha prodotto articoli di fact-checking, solo 1 su 10 ha fatto live factchecking durante conferenze stampa o discorsi pubblici e solo 1 su 20 è stato coinvolto in campagne di media literacy per aiutare i cittadini a identificare casi di disinformazione.

In un momento in cui la figura del giornalista poteva essere determinante per orientare gli utenti tra notizie vere e fake news, la categoria ha perso l’occasione di dimostrare, se non in alcuni ed eccezionali casi, di fare la differenza nel mare magnum dell’informazione spazzatura.

Osservatorio Giornalismo Agcom


Osservatorio sul giornalismo: l’informazione in Italia dutante la pandemia - Ultima modifica: 2020-12-07T18:45:26+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

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