#Socialorg

di Alessandro Donadio

“Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo” e forse anche le organizzazioni. Questa frase, tranne l’ultima parte, è enunciata con grande passione dal Prof. Kitting, in una delle scene chiave del film “L’attimo fuggente”. Usiamo le parole per spiegarci, capirci e relazionarci. Tante volte abbiamo parlato della conversazione come motore della socialorg e le parole ne sono gli elementi di base. Le useremo anche qui per cogliere, con il gioco della metafora, un elemento sempre più essenziale nelle organizzazioni contemporanee.

SOSTANTIVO FEMMINILE

Sul piano grammaticale il sostantivo femminile non è altro che una componente che consente di costruire frasi di senso compiuto, nel grande gioco di relazioni che è la comunicazione umana.

Ne derivano forme e declinazioni che impreziosiscono le nostre transazioni e arricchiscono la bellezza dello scambio fra persone.

Femminile è diverso da maschile, né meglio né peggio. Non c’è asimmetria (almeno nel linguaggio), ma diversità. Questo consente di precisare, di attingere agli elementi presenti in natura e portarli nei nostri discorsi. Di allargare lo spazio dei significati con metafore che permettono di scambiare su temi anche molto complessi e di provare a rispondere a domande che chiedono alle persone di stare insieme. Come nelle organizzazioni.

Con questo spirito esploreremo tre sostantivi femminili che sono al cuore della socialorg e di quello che essa rappresenta per le aziende del futuro.

COLLABORAZIONE

La collaborazione è uno degli elementi chiave della socialorg. Si collabora non certo e non solo sul piano della disponibilità di ognuno a supportare l’altro (ma certamente a partire da questo). Piuttosto si lavora per generare un sistema di base, che abiliti relazioni paritarie, autorizzi ognuno a contribuire, valorizzi gli scambi che generano idee, soluzioni ed opportunità.

Con questo sostantivo, nella sua dimensione aspirazionale, vogliamo intendere organizzazioni in cui la dimensione sociale è la vera leva di crescita per tutti.

Questa dimensione è stata negata per molto tempo in quelle aziende pensate come struttura e macchine, in cui la persona era un ingranaggio, fattore, elemento reattivo. Ma oggi questo non è più possibile, senza occultare quello che sappiamo bene: la persona esiste e come tale vuole determinare effetti sul suo ambiente di riferimento. La motivazione è tanto più alta quanto la sua auto-determinazione è resa possibile.

La collaborazione è il sostantivo da cui parte tutto il cambiamento organizzativo, spesso evocato retoricamente, ma chiede di lasciare alle persone l’onere e l’onore di trovare forme sempre nuove di interazione sociale ed operativa.

INNOVAZIONE

Innovazione è la buzzword del momento. È evocata continuamente, inserita in ogni frase che vuole colpire, essere indicizzata al meglio, ringiovanire un discorso.

Ma cosa vuol dire sul serio?

Innovazione vuol dire cambiamento di una prassi dominante in un determinato ambito. Può prendere la forma di un nuovo prodotto, servizio, processo. Ma in prima istanza è pensiero. Va immaginata, desiderata, evocata. Senza questa dimensione di volontà non può determinare effetti sulla realtà.

Innovare è possibile, nelle aziende, tanto più viene liberata la dimensione sociale: conversazione, scambio di sapere, condivisione di storie.

L’innovazione, insomma, per un vero e saggio change maker, non è colta nel risultato (nuovo prodotto, servizio, ecc…) ma indotta da un processo che cambia le dinamiche d’interazione fra le persone e consente di trovare idee negli “scontri” che i pensieri e le storie generano, circolando liberamente.

No, non è caos, ma da questo muove per non disperdere intuizioni che sono nell’aria e che possono diventare qualcosa di sostanziale.

L’abbiamo detto in molte declinazioni in questa rubrica: l’elemento digitale è oggi l’abilitante per eccellenza di questa dinamica, perché consente di connettere le persone fra loro, di liberare conversazione che trasforma storie in idee e nuove prospettive, perché rende evidente la dimensione comunitaria dell’organizzazione.

 

TECNOLOGIA

Il terzo sostantivo femminile della socialorg è senza dubbio questo. Tecnologia, prima che prodotto o strumento, è ambizione di vedere cambiato il modo con il quale le persone affrontano i problemi e le sfide che hanno davanti nella quotidianità.

È quindi, prima di tutto, un’idea di mondo nel quale l’interazione con strumenti diventa generativa di soluzioni e prospettive.

Nella socialorg le tecnologie sono tutte abilitanti del modello di liberazione della persona. Connettere, consentire la condivisione con estrema facilità, accompagnare a lavorare in mobilità. E ancora, aprire spazi di apprendimento accattivanti, esperienziali, comunitari, come solo le tecnologie digitali sanno fare. Questi sono alcuni dei fattori che la tecnologia, più come ideale che come strumento, sa generare nelle organizzazioni e che deve essere una vera linea di scelta manageriale e di investimento per il futuro.

 

LA SOCIALORG SI FA ANCHE CON LE PAROLE

E allora la lezione del Prof. Kitting la facciamo nostra. L’elenco di parole potrebbe essere molto più lungo di così, quasi infinito. La diversità genera il contesto in cui tutto si apre a significati che accolgono le forme possibili di organizzazione che possiamo immaginare insieme.

Fermarsi sulle parole è parte di questo processo di senso, serve a dirsi chi siamo e chi vogliamo essere, per poter poi praticare azioni coerenti con le definizioni che ci siamo dati.

Non avrei voluto dire che la filosofia dovrebbe entrare come prassi nella socialorg, ma ormai l’ho detto!

I sostantivi femminili della #socialorg: collaborazione, innovazione e tecnologia ultima modifica: 2016-09-27T11:37:42+00:00 da Francesco Marino
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