#Socialorg: le donne in azienda, oltre la retorica

La visione di Alessandro Donadio sul ruolo e l’importanza delle donne in azienda che va ben oltre la solita retorica

#Socialorg

Come maschio non puoi avvicinarti a questo tema senza qualche paura. In fondo se fai un discorso sulla ricchezza della dimensione femminea nelle organizzazioni puoi essere tacciato di bieca accondiscendenza oppure accusato di esserti incaricato di una rivendicazione che spetta alle donne stesse.

di Alessandro Donadio *

Non intendo con questa breve riflessione né “farmi amiche” le donne come categoria in sé, né alzare una bandiera già abbondantemente issata e visibile a tutti. Voglio provare però a fissare qualche elemento che ci fa dire come le organizzazioni del futuro, social organization compresa, non possano che fondarsi sulla forte e non retorica presenza della dimensione femminea.

 

LA DONNA È QUI PER RIMANERE
Eccola la banalità, era dietro l’angolo e non sono riuscito a evitarla. Ma d’altra parte se fosse una banalità, almeno nella sostanza, non continueremmo a vedere organizzazioni che al crescere delle posizioni e ruoli si svuotano della presenza femminile. Com’è come non è, ma alla fine i board sono pieni di uomini. Ma le donne hanno pervaso le organizzazioni, sono oggi una presenza sociale stabile ed indiscussa rispetto anche a pochi decenni fa. Sono presenti in molti e differenti ambiti con competenze tecniche forti.

Insomma, la presenza delle donne nelle organizzazioni è fuori discussione e certamente non di passaggio per fortuna. Ma quello che però mi domando qui con accezione più pragmatica è: se questo elemento di diversità e quindi ricchezza esiste, come lo possiamo usare per generare valore vero? C’è un modo per produrre un effetto reale sulla cultura, sui modelli di leadership, sulle relazioni anche di business che si arricchisca di quello che la donna può portare in se? È un tema che per tutti coloro che si occupano di sviluppo delle organizzazioni diventa un imperativo. Passare dalla presenza alla liberazione di questo potenziale specifico che sta nelle donne di certo, ma soprattutto nell’incontro di tutte le sensibilità presenti in azienda. Credo ci siano due “punti di vista” che le donne possono portare in azienda e che possiamo mettere a valore comune. Sono due essenze in qualche modo irrinunciabili, certamente per la social organization.

 

LA DONNA COME DONNA
Sottostimare o derubricare a mera questione biologica la femminilità, come fosse una caratteristica fra le tante della persone, abbiamo capito, nel corso degli anni, essere stata una operazione fuorviante. Oggi parliamo di diversity di genere come superamento del concetto di uguaglianza proprio perché quest’ultimo non ha centrato i suoi obiettivi in quanto pretendeva di rendere marginale l’aspetto cruciale della questione: sei donna anche perché vivi in quel corpo lì e “senti” la vita attraverso quel corpo.

Questa è una differenza sostanziale che di fatto arricchisce la dimensione organizzativa di una prospettiva che diversamente non avremmo, e che deve improntare scelte strategiche, comunicative e di business. L’organizzazione ha bisogno di essere interpretata anche con gli occhi della componente femminile, che coglie aspetti che spesso sfuggono all’altra componente di genere. Si parla spesso di empatia come di una delle meta-competenze di cui la donna sarebbe dotata proprio per ragioni biologiche. Senza essere radicale (mica tutte le donne sono empatiche alla massima potenza eh, e non che gli uomini ne siano di per sé privi!).

Devo dire che come consulente questo aspetto l’ho ritrovato spesso nelle interlocutrici che ho incontrato e mi ha aiutato ad integrare le mie percezioni prima di pensare a delle azioni vere e proprie. D’altra parte la prospettiva della social organization chiama a guardare alle organizzazioni non più (o non solo quantomeno) come a strutture formali e di ruoli, ma soprattutto come ad un sistema di relazioni di network che non si vedono ma ci sono. In questo senso “l’altra faccia della medaglia” serve a comporre questa visione complessa.

 

LA DONNA COME MODELLO CULTURALE
C’è poi un altro punto di vista che la donna porta con sé nelle organizzazioni ed è la prospettiva culturale. Non intendo dire che esistono diverse culture per i diversi generi, ma piuttosto che ci sono delle storie evolutive differenti che possono diventare una risorsa oggi. La storia di emancipazione percorsa dalla donna nel tempo ha mostrato delle competenze di tenacia, solidarietà, capacità di fare insieme, di cui le organizzazioni hanno bisogno come l’aria oggi. In effetti questa è, più di altre, la dimensione utile a creare nuovi stili di leadership che possono e devono evolvere, soprattutto se vogliamo vedere emergere esperienze solide di social organization.

La retorica sulla leadership al femminile che, va detto, pervade spesso queste discussioni, può essere superata se pensiamo che le qualità che riconosciamo a questo nuovo modo di “guidare”: delegante, “supportivo”, sempre in ascolto, empatico, possono diventare una bussola anche per l’altro genere. Insomma la sensibilità femminea può diventare un filone formativo trasversale e di sviluppo che può trasformare le organizzazioni nelle fondamenta.

 

DIVERSITY E SOCIAL ORGANIZZATION
In questo quadro la social organization offre per conto suo un’opportunità alla componente femminea di palesarsi. Attraverso le piattaforme di collegamento e conversazione le sensibilità anche di genere possono “essere viste” finalmente. Rifkin ebbe a dire che uno degli strumenti di emancipazione sostanziale delle donne fu il telefono: con questo le donne si misero in collegamento costante fra loro scambiando aspettative, paure, risorse. Ora le piazze social e digital tipiche della social organization rendono questo sistema di connessione visibile e qui le migliori risorse possono diventare reale ricchezza per l’intero sistema.

In questi spazi vedo davvero la grande occasione da parte delle donne di esserci ed incidere con idee di valore, proposte innovative, competenze. E, lasciatemelo dire, questa può diventare una leva di fronteggiamento alla tentazione di qualche componente maschile un po’ vetero-manageriale, di tenere sotto traccia talenti che meritano invece di emergere e guadagnarsi ruoli di guida o di valore.

MEGLIO LA DONNA CON LA GONNA
No, non voglio chiudere con una nota fashion. Piuttosto sensibilizzarci su un rischio reale che vanificherebbe (sta già succedendo) il potenziale producibile dalla presenza della donna nelle organizzazioni. Ed è quella di vedere abbracciare il modello di leadership maschile anche da quest’ultime. A parte che se volessimo ancora vedere atteggiamenti energumeni, basse sensibilità ed ascolto, facciamolo fare a quei maschi che pensano che le organizzazioni sono ancora delle caverne in cui manganellare per sopravvivere.

Per il resto alla donna è chiesto ancora una volta una dose di coraggio supplementare: essere agente di cambiamento, e portatrice di un altro modello che pervada la cultura delle organizzazioni e le viralizzi.

*Ha iniziato a lavorare in azienda in ambito organizzazione e HR per poi passare alla consulenza. Appassionato dell’approccio etnologico, affronta l’azienda con un occhio attento alle sue “tribù”: le community. Esperto di Social business e SocialHR è founder del noto HashBrand #socialorg, con cui segue progetti complessi di digital transformation. Il suo blog “Metaloghi organizzativi 2.0” è punto di riferimento di divulgazione sul tema della Social Enterprise.


#Socialorg: le donne in azienda, oltre la retorica - Ultima modifica: 2015-10-05T16:37:25+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

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