Caterina Falleni: “La tecnologia deve essere pura”

Caterina Falleni è una designer che messo radici negli USA. A soli 26 anni, dopo il progetto Freeijis che le ha aperto le porte della NASA.

È una designer che ha messo radici negli USA. A soli 26 anni è uno dei talenti più brillanti nel mondo della tecnologia, dopo il progetto Freeijis che le ha aperto le porte della NASA, Caterina continua la sua strada innovando in base a due principi: la purezza della forma e il rispetto della natura.

di Ilaria Galateria

È una donna, e con il suo innovativo progetto ha vinto, prima italiana, una borsa di studio nel centro di ricerca della NASA. Il prodotto si chiama Freeijis ed è il primo frigorifero che consente di raffreddare senza ricorrere a fonti tradizionali di energia. Ideato dalla giovane italiana Caterina Falleni. Ventisei anni, nata a Livorno, cresciuta tra scogli e barca a vela, a diciotto anni si trasferisce a Firenze per studiare design all’Istituto Superiore per le industrie artistiche.

Prima di stabilirsi negli Stati Uniti, gli ultimi otto anni li ha vissuti in cinque diversi Paesi e nove diverse città tra l’Italia, l’Olanda, la Finlandia, l’Africa e gli Stati Uniti.

Lei si racconta così: “Sono una designer e negli ultimi anni ho lavorato come product e strategist designer a Design Group Italia di base a Milano lavorando con clienti come Pepsico, Unilever, 3M e ABB e poi nell’ultimo anno come Product Design Manager a Makr Shakr di base a Torino per un progetto nato dal MIT di Boston nel settore della robotica”.

Caterina Falleni

Lei a soli 23 anni, ha vinto, prima donna italiana, una borsa di studio per la Singularity University al centro di ricerca NASA. Cosa ha significato questa esperienza?

È stata una delle esperienze più importanti della mia vita. I 3 mesi e mezzo passati alla NASA nel cuore della Silicon Valley mi hanno fatto molto crescere, conoscere le persone più sorprendenti e intelligenti che io abbia mai conosciuto e fatto scoprire tecnologie e campi che mai avrei mai avuto modo di conoscere se non studiando alla Singularity University.

Com’è nata l’idea di realizzare un frigorifero che funziona senza corrente?

Il progetto Freeijis nasce nel 2010 a seguito di un periodo di lavoro passato in Africa. Una riflessione sull’eticità del consumo di energia derivato dall’uso incessante e scriteriato che i Paesi industrializzati fanno degli elettrodomestici e di tutto ciò che necessita di elettricità, come fosse una risorsa illimitata. Ogni giorno ero in un cantiere di costruzioni sull’isola di Zanzibar per seguire i lavori di alcune abitazioni e strutture alberghiere e ho avuto modo di conoscere ingegneri e architetti internazionali e locali. L’idea è nata analizzando le strutture abitative e la loro alta capacità di raffreddamento interno dovuta ai materiali utilizzati e ai sistemi costruttivi.

Perché il termine Freeijis?

Il termine Freeijis è il prodotto dell’unione tra la parola inglese “free” (“disponibile”, e “indipendente”), “friji” (dalla lingua swahili, parlata in alcune zone dell’Africa, che significa “fresco” e “puro”) e “S” (l’entropia, che rappresenta il funzionamento del prodotto). Entropia (dal greco, “cambiamento”, “punto di svolta”) indicava per Clausius, lo scienziato che la coniò, dove andasse a finire l’energia fornita ad un sistema.

Come si alimenta il frigorifero? 

Caterina FalleniAlla base del funzionamento vi è il concetto di evaporative cooling, un principio di refrigerazione molto utilizzato in Africa e India, da poco applicato in Occidente nel settore delle costruzioni. Esempio naturale di evaporative cooling è la sudorazione cutanea, che permette l’abbassamento della temperatura corporea interna: il principio che permette la vita sulla Terra da milioni di anni, e non sarà mai soggetto ad obsolescenza tecnologica. La parte esterna in ceramica a pasta porosa assorbirà il calore e l’energia provenienti dall’irraggiamento solare. Questi sono trasferiti per urti molecolari (conduzione) ai PCM (Phase Change Materials) ossia microcapsule inserite nell’acqua contenuta nell’intercapedine, trasformando così l’energia termica in energia cinetica e innescando una parziale evaporazione del liquido. La parte interna in alluminio, volta a conservare gli alimenti, cederà energia sotto forma di calore per ripristinare l’equilibrio del sistema, attivando così l’autoraffreddamento del nucleo in cui sono contenuti gli alimenti. La forma esterna crea una autoventilazione per effetto Venturi, paradosso idrodinamico, che incrementa il processo di evaporazione del liquido contenuto nell’intercapedine. Il prodotto è influenzato da quattro variabili: ventilazione, umidità relativa, superficie esterna e materiali utilizzati.

 

Come è iniziato e come si è evoluto il suo rapporto con la tecnologia?

Diciamo che negli ultimi anni ho alternato picchi di grande entusiasmo a picchi di allontanamento dalla tecnologia. Io mi definisco una early adopter di nuovi tech gadget e prodotti tecnologici per curiosità, interesse personale e spesso anche per lavoro. Il mio modo di essere mi ha portato a sapere in anticipo nuove features, nuovi prodotti sul mercato permettendomi di monitorare trend socio-tecnologici.

Ma, di contrasto, tutta questa esposizione alle nuove tecnologie e questo essere sempre connessi, pronti, veloci e disponibili mi ha spinto anche ad allontanarmi da tutto questo, staccando la spina e cercando di tornare a fruire dei momenti più semplici e comuni senza essere succubi o schizofrenici techy homo media sapiens.

“What technology wants” di Kevin Kelly è un libro che parla del rapporto tra l’essere umano e la tecnologia. Racconta con leggerezza l’evoluzione della tecnologia dalla preistoria ai giorni d’oggi e come la tecnologia ha sempre avuto un ruolo chiave nelle nostre vite ma che mai come oggi è un organismo che ci aiuta nel quotidiano ma a volte ci disconnette dalla realtà.

 

C’è un personaggio femminile nel mondo della tecnologia a cui si ispira?

Ivy Ross per la sua determinazione, intelligenza e sensibilità. Ivy, CEO del progetto Glass a Google X, è una imprenditrice e designer di base in Silicon Valley con una storia di management e leadership alle spalle alquanto impressionante: da Senior Vice President di Mattel, a Chief Creative Office di Disney. La Ivy mi piace molto anche per la sua sviluppata sensibilità nel gestire la felicità dei propri dipendenti e colleghi dove si può percepire dal suo TED.

 

Quasi tutti i suoi progetti hanno una forte valenza ambientale. Un tema che le sta molto a cuore… 

In tutti i miei progetti cerco sempre di trovare un equilibrio tra purezza estetica, rispetto del pianeta e delle risorse e uso della tecnologia. L’interesse per le tematiche ambientali nasce da una delle mie più grandi passioni che è il mare. Infatti lo scorso dicembre, insieme ad altre tredici ragazze provenienti da tutto il mondo, abbiamo attraversato in barca a vela l’Oceano Atlantico, per un interessante progetto di ricerca (exxpedition): studiare e testimoniare le plastiche galleggianti in mezzo all’Oceano. Oltre la passione per il mare, durante gli studi di design è nata sempre più forte in me la riflessione su quali siano le conseguenze della progettazione di un nuovo prodotto, sistema o servizio sull’ambiente. Due libri in particolare mi hanno ispirata:  “Cradle to Cradle”, dell’architetto William McDonough e “No Impact Man” scritto dal giornalista Colin Beavan.

 


Caterina Falleni: “La tecnologia deve essere pura” - Ultima modifica: 2015-08-27T15:45:03+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

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