La sua vita è “arte” in tutte le forme possibili, vive ogni creazione come atto di rinascita e la tecnologia come un’apertura fantastica verso il mondo. L’intervista a uno dei nomi più importanti nel panorama dell’architettura contemporanea

Daniel Libeskind è uno degli architetti più importanti del mondo. Al suo genio sono da attribuire alcune delle opere contemporanee più originali e significative: dallo Judisches Museum – l’iconico edificio del Museo Ebraico di Berlino – alla Freedom Tower e al Master Plan di “Ground Zero” a New York, da CityLife a Milano al padiglione di China Vanke a Expo 2015. È cittadino del mondo, nato in Polonia, vissuto in Israele, la sua casa è a New York, ma ha deciso di puntare sull’Italia. Per passione, ma anche per amore per le imprese, l’architettura e il design del nostro Paese. Lo abbiamo incontrato nella sede milanese dello Studio Libeskind, a pochi passi da Duomo.

 

Lei conosce bene l’Italia e quindi vorrei chiederle: cosa ama di più di questo Paese?

L’Italia non è soltanto un paese, è molto di più: è una cultura, un fenomeno spirituale. E non si tratta solo della geografia, dell’arte, dell’architettura, del design. È la completa profondità che l’Italia rappresenta nel mondo, in ogni campo, dall’arte alle scienze, dalla letteratura alla bellezza che, in qualche modo, tutti abbiamo ereditato.

 

Parlando di arte, lei è un architetto, un designer, un pittore e un musicista. Che cos’hanno in comune fra loro tutte queste cose?

Credo che tutte le arti siano intrecciate tra loro. Penso che la separazione tra discipline visuali, musica, teatro, drammaturgia e letteratura siano divisioni relativamente recenti, in quanto, in senso tradizionale, le arti sono “le arti”. C’è musica nell’architettura e architettura nella musica, c’è un mondo visuale nella letteratura e c’è un mondo letterario negli oggetti. In realtà, non credo ci sia una differenza tipologica, vedo proprio un processo creativo continuo e ininterrotto.

 

Esiste una linea in grado di separare arte e design? Qual è la differenza?

Io ritengo che non esista quella linea. La parola “disegno” in italiano ha connotazioni molto differenti rispetto al termine “design” utilizzato in inglese internazionalmente al giorno d’oggi. Per me l’architettura, l’arte e il design sono un tutt’uno, una singola disciplina. Ovviamente, quello che ha a che fare con il “design” oggi è ridotto in scala, come ad oggetti industriali e così via. Per me è tutto un aspetto dell’architettura, della funzione, dell’immutabilità, del significato delle cose ed è ancora una sola e unica attività. Citandola, lei dice: “L’architettura è un linguaggio”.

 

Secondo lei, esiste un messaggio comune che gli architetti stanno cercando di trasmetterci al giorno d’oggi?

In linea di massima, direi che c’è un’attenzione comune riguardo al fatto che il mondo stia cambiando rapidamente. Sia che si usi il termine sostenibilità, o il termine ambiente, stiamo assistendo ad una rinascita della consapevolezza del fatto che l’architettura nelle città sia realmente importante per le nostre vite. E questo è un Rinascimento. Ora, il modo in cui questo Rinascimento venga comunicato dipende certamente dai diversi architetti, dalle diverse tendenze e dai diversi approcci.

E per lei che cos’è questo Rinascimento?

Per me il Rinascimento è rappresentato dall’idea di poeticità e scienza, ovviamente, ma anche da nuova conoscenza scientifica. Il Rinascimento è proprio com’era un tempo: la rinascita delle possibilità di conoscenza nell’atto della creazione. Di ogni tipo di creazione, non solo per le arti visive o l’architettura, ma più propriamente una relazione col mondo nel senso più ampio.

 

Quando sta per progettare un nuovo edificio, accade qualcosa di veramente strano, ovvero deve immaginare il modo in cui la gente in futuro fruirà di quello spazio. Come riesce a immaginarlo? Come riesce a pensare un edificio oggi sebbene la gente ne usufruirà nei prossimi tre, quattro, o magari anche dieci anni?

Beh, è questo il significato di sostenibilità. La sostenibilità non ha a che fare con uno stile architettonico, ma consiste nel creare le proporzioni corrette di un edificio, scegliere i materiali adatti, creare la giusta relazione tra gli esseri viventi e i loro desideri, la loro corporalità e la natura umana. Ed è per questo che alcuni edifici antichi sono sostenibili, perché non vennero progettati solo per un capriccio o per un’astrazione. Sono stati progettati nel mondo, in un luogo, sulla terra, nel cielo, in una particolare longitudine e latitudine ed erano sensibili a tutti i fattori che li rendono ancora utilizzabili, forse in modi diversi da allora, ma sono tuttora apprezzati e funzionanti.

 

Per quanto riguarda la tecnologia, lei pensa che rappresenti un limite oppure un’apertura a nuove possibilità? La tecnologia non è mai un limite. La tecnologia è sempre un’apertura fantastica verso il mondo. Oggi abbiamo in architettura e nel design così tanti nuovi strumenti da poter utilizzare, così tanti nuovi modi di produrre oggetti. È una liberazione dalle tecnologie del diciannovesimo e ventesimo secolo, il mondo si schiude e la questione non è se ci piaccia o meno la tecnologia, noi la amiamo per davvero, ma come maneggiarla, come utilizzarla a fin di bene. Riguardo la tecnologia digitale, in che modo la digitalizzazione sta cambiando e dando forma al nostro mondo? Lo sta cambiando in qualsiasi modo. Quando ho iniziato a fare architettura la gente faceva ancora bozze, con inchiostro, su carta, insomma, era un processo arduo e anche molto limitativo, adesso abbiamo i computer. Quando ho iniziato, non c’era la possibilità di tagliare i materiali all’interno delle industrie in determinati modi, perché c’era soltanto un metodo per poterlo fare. Adesso con i tagli laser è possibile creare milioni di forme economicamente disponibili. E così è cambiato proprio tutto nel modo in cui l’architettura viene disegnata, prodotta e costruita, ma per me è anche liberatorio, perché posso disegnare con i nuovi media, posso avere idee senza una matita. È un mondo nuovo e meraviglioso.

 

Se dovesse dare un consiglio ai giovani interessati a diventare architetto o designer, cosa pensa che sia opportuno suggerirgli?

Penso che dovrebbero fare qualsiasi cosa creativa e correre dei rischi, e con questo non intendo suggerire di fare qualcosa di stupido o pericoloso. Devono essere innamorati, innamorarsi di qualcosa, amarlo e inseguirlo, anche andando contro le opinioni quotidiane degli altri. Devono inseguire una sorta di percorso che potrebbe non avere a che fare con il successo, ma con la ricerca, immergendosi nelle profondità di qualcosa, trovandoci dentro ciò che gli altri ancora non vedono.

 

Siamo nell’era dei social media e Studio Libeskind ha degli account sui social. Ma al giorno d’oggi un architetto o un designer può essere influenzato da ciò che piace alla gente? Ciò è positivo o negativo?

È sempre un bene sapere cosa piace alla gente, ma questo rimbalza e va contro l’idea stessa di arte. Perché l’arte – nonostante un quadro, ad esempio, sia un oggetto materiale – ha un messaggio spirituale da recapitare. E insomma, dopo tutto, io non posso riprodurre un Rembrandt con della tempera ad olio, non sarà mai l’angelo, non sarà mai il vecchio che legge un libro e non sarà mai anche solo una di quelle figure. C’è qualcosa che va oltre all’aspetto materiale dell’arte e questo non può essere messo in vendita, non è una merce. Tutta l’arte ha bisogno di mezzi fisici, l’architettura usa cemento e acciaio, la scrittura richiede inchiostro o i nuovi media. Per ogni progetto dobbiamo pensare: “A cosa serve? Cosa sta comunicando?” E il messaggio sarà qualcosa dotato di profondità, che ha a che fare con l’intelletto, le emozioni, la bellezza, con il senso della vita. Ecco, senza tutto questo non si ha alcuna forma di arte.

 

C’è un oggetto oppure un edificio, che ha visto di recente, che le sia rimasto particolarmente impresso nella mente?

Al giorno d’oggi ci sono molti edifici e oggetti che rappresentano diverse tendenze. L’arte sta realmente ricostruendo il modo in cui percepiamo le cose. Lo stesso accade anche nell’architettura, che ovviamente è più lenta dell’arte. Ci si mette molto di più a costruire un edificio oppure a convincere un cliente o un ente amministrativo. Penso, però, che ci troviamo nel mezzo della democratizzazione dell’architettura e dell’arte, sempre più disponibili in una società multiculturale, che invitano gli altri a compartecipare alla creazione di una città. Oggi abbiamo un pubblico ampio, una maggiore consapevolezza e possibilità ancora più grandi.

Daniel Libeskind: “L’Italia è molto più di una nazione” / L’intervista ultima modifica: 2016-06-13T13:00:53+00:00 da Francesco Marino
CeBit 2018

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