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Vestirsi di natura per rispettare l’ambiente e indossare capi che regalano benessere. Si può fare grazie ai tessuti ipertecnologici creati con gli scarti delle arance, che rilasciano sulla pelle i principi attivi di cui sono ricche. Ma c’è anche il tessuto creato con il latte dalle proprietà idratanti, quello con canapa e ortica che ha caratteristiche antistatiche, traspiranti e termoregolatrici (e non è urticante). Filati che rispettano l’ambiente e la pelle senza sacrificare l’estetica, ma anzi fornendo nuovi spunti per una creatività ecosostenibile.

di Cecilia Cantadore

GLI ABITI CHE NASCONO DAGLI SCARTI D’ARANCIA
Il prodotto Orange Fiber è stato brevettato da due ricercatrici siciliane.
L’idea è nata dalla volontà di trasformare lo spreco di arance (700mila tonnellate all’anno) in una nuova risorsa industriale.
In pratica dalle bucce, cioè dalle fibre, attraverso un processo di trasformazione brevettato, si ricava una pasta da cui poi si ottiene la cellulosa, il filato e infine il tessuto vero e proprio. “La moda ha sempre bisogno di materiali alternativi e noi siamo partite dalla denuncia degli aranceti dove i frutti finiscono per marcire e vengono distrutti. Così abbiamo pensato di trasformare lo spreco in una risorsa” raccontano Adriana Santanocito ed Enrica Arena, le due fondatrici di Orange Fiber. E i numeri sono dalla loro parte. Durante la trasformazione industriale per produrre i succhi, per esempio, il 60% delle arance viene gettato nella spazzatura. Adesso, finalmente, da quelle bucce sarà possibile realizzare vestiti con un tessuto perfino “vitaminico”, che a contatto con il corpo rilascia vitamine A, E e C.
Attraverso le nanotecnologie l’olio essenziale degli agrumi viene fissato sui tessuti. Successivamente la rottura delle microcapsule presenti nella stoffa, a poco a poco, comporta il rilascio sulla pelle delle vitamine, una caratteristica garantita per almeno una ventina di lavaggi anche se le due ricercatrici stanno cercando di mettere a punto anche una modalità per la ricarica con ammorbidenti specifici.

VESTIRSI DI LATTE
Intero, scremato e di riso: oggi ci si può letteralmente vestire di latte.
Questo tessuto in realtà ha radici antiche. Il filato di latte nasce, infatti, in Italia negli anni Trenta da un’idea dell’ingegnere bresciano Antonio Ferretti, primo ad ottenere una fibra dalla caseina. Oggi la fibra, naturale ed ecologica, si ottiene grazie a tecniche di bioingegneria. “La fibra di latte è leggerissima perché ha un peso inferiore del 10% rispetto alla seta e del 13% rispetto al poliestere. Inoltre, fa bene alla pelle, anche alla più delicata. Gli amminoacidi del latte che restano all’interno della fibra, infatti, nutrono e idratano la pelle” spiegano Elisa Volpi e Antonella Bellina, le due giovani fondatrici dell’azienda Duedilatte (Pisa). Il tessuto ottenuto con il filato di latte coccola chi lo indossa poiché oltre ad essere anallergico e traspirante, è leggero e soffice, ha una mano morbidissima e un aspetto luminoso. Molti vestiti sono realizzati unendo il filato di latte al cotone organico. “L’intreccio di questi due filati assolutamente naturali, realizzati nel pieno rispetto dell’ambiente, ha dato origine al denim di latte: resistente ma leggero, delicato sulla pelle grazie alle sue proprietà idratanti”. Accanto alla fibra di latte, l’azienda toscana lavora anche la fibra di riso. La cellulosa in essa contenuta dona al filato ed al tessuto morbidezza e flessibilità, rendendolo paragonabile al cachemire.

PREZIOSA ORTICA
Il tessuto che nasce dalle ortiche fa parte di una tradizione dimenticata e fino a settanta o ottanta anni fa era molto usato. L’utilizzo dell’ortica nel settore tessile rappresenta infatti una grande riscoperta, in passato se ne faceva largo uso. Migliaia di uniformi dell’armata di Napoleone erano tessute così e durante le due guerre mondiali, in Germania, l’ortica veniva utilizzata per fronteggiare la mancanza di cotone.
I tessuti ricavati dalla lavorazione della fibra dell’ortica sono ipoallergenici ed ecosostenibili poiché la pianta non ha bisogno di trattamenti chimici per crescere e svilupparsi e l’uso di diserbanti e fitofarmaci è pressoché nullo. Per ottenere un tessuto dalla fibra dell’ortica, gli steli devono essere macerati in acqua per distruggere le sostanze pectiche che tengono legate tra loro le fibre. Si procede poi alla stigliatura, processo durante il quale vengono separate le fibre dalle altre parti legnose.
Infine, si passa alla filatura e alla tessitura. Realizzare il tessuto, però, è piuttosto impegnativo: da un fascio di cinque chili di ortica fresca si ottengono appena 15 o 20 grammi di filato, che poi viene tinto con i pigmenti di alcune piante spontanee e colorate come reseda, robbia tintoria, papavero, betulla o noce.
“Una maglia di ortica è davvero un capo prezioso: per realizzarla, dalla raccolta delle piante al confezionamento, ci si può impiegare anche un anno e mezzo” dice Michela Musitelli, artigiana di Enego (Vicenza), che sull’altopiano di Asiago coglie, fila e tinge con pigmenti naturali l’ortica. Oggi la fibra dell’ortica, che è simile a quella del lino, viene utilizzata, per ora solo a livello artigianale, per realizzare maglie e camicie perché ha buone caratteristiche antistatiche, traspiranti e termoregolatrici. La siccità degli ultimi decenni e quindi l’abbassamento delle quantità coltivate non ha aiutato nello sviluppo di tecniche innovative per la tessitura di fibre naturali e gli elevati costi di produzione rendono ancora arduo l’investimento da parte dei privati. Solo in Germania e in Olanda si è creata una intera filiera produttiva, grazie alle ottimali condizioni climatiche e ad una più consolidata tradizione nella lavorazione di questa pianta.

Arance, latte, ortiche: i tessuti ipertecnologici che fanno bene ultima modifica: 2015-08-20T12:34:02+00:00 da Francesco Marino
Accenture Cristina

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