Il complesso sistema di un elaboratore è in grado di interpretare le domande e di rispondere utilizzando un linguaggio naturale: cos’è e a che cosa serve Watson, l’intelligenza artificiale di IBM.

IBM Watson Intelligenza artificiale

Un sistema di intelligenza artificiale che è stato in grado di partecipare a Jeopardy!, il famoso show televisivo a quiz statunitense, e a battere i due più grandi giocatori di sempre.
Si chiama Watson, è un supercomputer nato in IBM e si presenta al mondo come un valido aiuto in grado di migliorare l’esperienza e la vita degli esseri umani.

Cos’è IBM Watson?

Watson è un sistema di cognitive computing, diverso da tutti gli elaboratori a cui siamo abituati: non è in grado soltanto di applicare principi matematici o di seguire regole di logica, ma è capace di uscire dalle mere e rigide applicazioni scientifiche e ragionare.
Non capita di rado, infatti, di sentir parlare di Watson come il computer che sa pensare, e anche se siamo ancora lontani dalle dinamiche tipiche del ragionamento umano, questo computer è qualcosa che ci si avvicina davvero tanto.

Progettato nel 2005, prende il nome dal primo presidente della società che lo ha patrocinato, Thomas John Watson: IBM ha investito in maniera massiccia nel progetto scommettendo l’intero futuro della società.
Sono infatti lontani i tempi in cui IBM, acronimo di International Business Machines Corporation, traeva utili in maniera (quasi) esclusiva dalla vendita di hardware, che oggi è relegato a un margine del 20%: nel corso degli anni la compagnia si è reinventata spesso, ma la lungimiranza di un big del settore informatico qual è, ha portato l’azienda a voler puntare in maniera significativa al futuro, incominciando sin da adesso.

Watson, dunque, è un sistema di intelligenza artificiale che sa capire dati e problemi posti, ma anche gestirli ed elaborarli per fornire previsioni e soluzioni a cui l’uomo difficilmente potrebbe arrivare da solo.

Come funziona Watson

Dedito al problem solving, Watson è in grado di “ragionare” seguendo passaggi molto simili a quelli adottati dal ragionamento umano.
Quando abbiamo necessità di prendere una decisione, infatti, attraversiamo 4 diverse fasi:

  1. Osservazione dell’evidenza dei fatti, analizzando la domanda posta;
  2. Interpretazione ed identificazione di relazioni al fine di generare ipotesi;
  3. Valutazione delle ipotesi con relativa distinzione tra quelle giuste e quelle sbagliate;
  4. Scelta dell’ipotesi migliore, che porta alla soluzione.

In una maniera molto simile funziona il cervellone di Watson che, a differenza di un normale computer, è in grado di elaborare e comprendere dati non strutturati, ovvero l’80% dei dati generati ogni giorno.
Ciò vuol dire che è possibile dare in pasto a Watson non soltanto dati strutturati, cioè informazioni già organizzate secondo schemi di relazioni, ma anche dati che non sono ancora stati catalogati ed associati tra loro.

Un sistema di machine learning

Basato sul machine learning, e nello specifico facendo ricorso al deep learning, Watson è stato in un primo momento istruito a dovere grazie all’acquisizione di svariate informazioni. Watson attinge da enciclopedie, articoli, letteratura, esiti di ricerche, ma anche articoli presenti sui blog online e addirittura tweet del social network cinguettante, per creare un proprio infinito database di informazioni che costituisce il suo bagaglio di conoscenza.

In seconda battuta, è stato necessario l’intervento umano, con esperti che hanno controllato che tutti gli input inseriti fossero esatti ed aggiornati, ponendo molta attenzione al contenuto sottoposto al sistema.
In seguito ad una pre-elaborazione dei dati, che Watson trasforma in metadati, gli scienziati hanno permesso all’intelligenza artificiale di acquisire pattern che gli consentono di individuare relazioni e associazioni in maniera autonoma.
Dall’apprendimento automatico, poi, Watson ha potuto estendere la sua esperienza cognitiva imparando dai propri successi tanto quanto dai fallimenti.

Inoltre, l’intelligenza artificiale di IBM è in grado di rispondere alle domande rivolte da un essere umano, facendo ricorso alla tecnologia Question answering computing system, che gli permette di analizzare il testo sottoposto, elaborarlo, e fornire risposte pertinenti e contestualizzate.

Tutto ciò è possibile grazie ai 90 server Power7 che formano il cervellone di Watson, per un totale di 2880 thread di processori e 16 terabyte di memoria Ram: tutto questo si traduce nella capacità del sistema di analizzare ed elaborare qualcosa come 500 GB al secondo.

Come viene impiegato nelle aziende

Se l’obiettivo di Watson è quello di completare l’uomo mettendosi al suo servizio, va da sé che si tratta di un progetto molto interessante anche in ambito business, dal momento che può essere utilizzato in svariati settori come:

  • Medicina;
  • Farmacia;
  • Finanza;
  • Cucina;
  • Energia;
  • Sanità;
  • Assistenza clienti;
  • Telecomunicazioni.

Per fare comprendere al meglio le potenzialità di Watson nelle applicazioni di tutti i giorni, IBM ricorre all’esempio di tre categorie di professionisti:

  1. Il medico;
  2. Il consulente finanziario;
  3. Lo chef.

Dal momento che tutte le figure professionali appena menzionate hanno bisogno ogni giorno di nuovi spunti e di approcci diversi a seconda del paziente o cliente che hanno di fronte, Watson potrebbe aiutarli a risolvere queste sfide quotidiane in men che non si dica.

Potrebbe aiutare i medici nella realizzazione di diagnosi precise dei pazienti con quadro clinico complesso, oppure consigliare i risparmiatori sia per quanto riguarda la pensione che sulle diverse soluzioni di gestione patrimoniale, o ancora fornire spunti ed ispirazioni nella creazione di nuove ricette, creando combinazioni di ingredienti ancora mai sperimentate.

IBM Watson Health

In ambito sanitario Watson sta già dando il proprio contributo grazie al progetto Watson Health Cloud, la nuvola che raccoglie i dati medici provenienti da referti e cartelle cliniche di tutto il mondo, per proporre associazioni e soluzioni su misura di ogni singolo paziente, attraverso l’esplorazione di relazioni tra sintomi e patologie per cui un solo medico, ma anche un’intera equipe, potrebbe impiegare anni.

Non è la prima volta che si prova a mettere in collegamento l’intelligenza artificiale con il mondo della sanità, con benefici tutti a vantaggio dei pazienti e del progresso in campo medico, grazie all’incrocio dei dati di miliardi di pazienti in tutto il mondo.

Purtroppo, però, questa fantastica associazione si ritrova davanti ad un grosso ostacolo da aggirare: è ancora difficile ottenere i dati da elaborare poiché le strutture sanitarie non vogliono violare il diritto alla riservatezza dei pazienti.

Watson e Ambrogio

Anche in ambito finanziario ci sono già state applicazioni di successo, come ad esempio la realizzazione di Ambrogio, un chatbot basato sul sistema di Watson e adottato dal Gruppo Credito Valtellinese per accogliere, consigliare e rispondere alle domande più frequenti dei suoi clienti.
Ormai approvata in tutte le filiali del Credito Valtellinese, l’intelligenza di Watson sembra il primo passo giusto in direzione della digital banking anche nel nostro paese.

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