Il viaggio di Trump in Cina del 14-15 maggio 2026 ha segnato l’avvio ufficiale della guerra fredda dell’AI. Non per quello che è stato firmato, perché nulla è stato firmato, ma per una frase pronunciata da Donald Trump sull’Air Force One del ritorno, per un protocollo annunciato da Scott Bessent alla CNBC e per un sacchetto di plastica lasciato ai piedi di una scaletta. Ecco i fatti che contano nel nuovo confronto Usa-Cina sull’AI, dai chip H200 al piano di Xi Jinping per una governance globale a guida cinese
La definizione di guerra fredda dell’AI non è una metafora giornalistica. È la struttura logica che emerge dai documenti ufficiali, dalle dichiarazioni dei protagonisti e dal vocabolario usato dalle due delegazioni. Scott Bessent, segretario al Tesoro americano, lo ha esplicitato in un’intervista alla CNBC del 14 maggio: “Le due superpotenze dell’AI cominceranno a parlarsi. Stiamo per istituire un protocollo sulle migliori pratiche per l’AI, per assicurarci che attori non statali non mettano le mani su questi modelli”.

Due superpotenze, un protocollo, attori non statali. Tre espressioni che sono la grammatica letterale dei colloqui SALT di Helsinki del dicembre 1969, quando Kissinger e i sovietici negoziarono i primi limiti alle testate nucleari. La differenza: allora l’oggetto era il megatone, oggi è il modello di linguaggio capace di progettare un patogeno o di scovare vulnerabilità zero-day in un sistema bancario.
Trump ha confermato la cornice ai giornalisti sull’Air Force One del ritorno. Le sue dichiarazioni, pubblicate per prima da Bloomberg: “We talked about possibly working together for guardrails”. Abbiamo parlato della possibilità di lavorare insieme su barriere protettive per l’AI. Quando i cronisti hanno chiesto se queste barriere riguardassero rischi biologici, nucleari o cyber, Trump ha annuito: “Could be, yeah”.
Sono le tre categorie di rischio storicamente regolate con trattati internazionali. Trump, forse senza rendersene conto, ha appena equiparato l’intelligenza artificiale alle armi di distruzione di massa.
I fatti in sintesi
- Quando: 14-15 maggio 2026, due giorni di summit Trump-Xi a Pechino, prima visita di un presidente americano in Cina dal 2017
- Dove: Grande Sala del Popolo, Tempio del Cielo, complesso imperiale di Zhongnanhai
- Annuncio chiave: protocollo Usa-Cina sui rischi dell’intelligenza artificiale, dichiarato da Scott Bessent alla CNBC il 14 maggio
- Decisione operativa: dieci aziende cinesi autorizzate ad acquistare fino a 75.000 chip Nvidia H200 ciascuna
- Risultato sul campo: nessun ordine effettivo, Pechino preferisce i chip Huawei
- Delegazione tecnologica USA: Tim Cook (Apple), Elon Musk (Tesla), Jensen Huang (Nvidia), Dina Powell McCormick (Meta), dirigenti di Micron, Qualcomm
Indice dei contenuti
Cosa c’è dietro il protocollo Usa-Cina sull’AI
Il protocollo annunciato da Bessent sembra una novità americana, in realtà ricalca un’architettura che Xi Jinping costruisce da almeno tre anni.
Ottobre 2023: Xi lancia la Global AI Governance Initiative al terzo Belt and Road Forum.
Luglio 2024: la Cina pubblica la Shanghai Declaration on Global AI Governance.
Novembre 2024: al G20 di Rio, Xi dichiara, fonte Xinhua: “L’AI deve essere per il bene di tutti, non un gioco dei paesi ricchi”.
Luglio 2025: risoluzione ONU patrocinata dalla Cina, 140 paesi co-sponsor.
Novembre 2025: al vertice APEC di Gyeongju, in Corea del Sud, Xi propone la nascita della World Artificial Intelligence Cooperation Organisation con sede a Shanghai. Le sue parole, tradotte da Xinhua e riprese da Reuters: “L’intelligenza artificiale ha un grande significato per lo sviluppo futuro e deve essere creata per il beneficio delle persone in tutti i paesi e regioni”.
Maggio 2026: arriva il “protocollo” di Bessent. Tradotto in geopolitica: la Cina è andata avanti tre anni costruendo un’architettura multilaterale alternativa con dentro 140 paesi. Washington ora si siede al tavolo bilaterale perché Pechino ha già il suo tavolo globale. Bessent crede di concedere, Xi sta incassando.
Xi Jinping e la trappola di Tucidide spiegata al terzo presidente americano

Davanti a Trump, alla Grande Sala del Popolo, Xi Jinping ha riproposto per la terza volta a un presidente americano la metafora della Trappola di Tucidide. L’aveva già usata con Obama nel 2014, l’aveva ripetuta a Biden. Le parole pronunciate il 14 maggio, dal verbale ufficiale del Ministero degli Esteri cinese, sono queste:
“La situazione internazionale è caratterizzata da instabilità e turbolenze, e il mondo si trova a un nuovo bivio. Riusciranno i due paesi, Cina e Stati Uniti, a superare la cosiddetta trappola di Tucidide e a creare un nuovo modello di relazioni tra grandi potenze?”
La trappola di Tucidide, formulata dallo storico greco nella sua Guerra del Peloponneso, descrive il meccanismo per cui l’emergere di una potenza nuova in un sistema dominato da una potenza dominante porta quasi sempre alla guerra. Sparta contro Atene, paura del declino contro ascesa imperiale. La citazione, una cortesia letteraria, è anche un avvertimento esplicito.
Subito dopo è arrivato l’avvertimento meno letterario. Sempre Xi, sempre nel verbale ufficiale: la questione di Taiwan è la più importante delle relazioni Cina-USA, e se mal gestita “i due paesi avranno scontri e perfino conflitti”. Il video integrale del discorso di Xi è disponibile sul canale YouTube di CCTV.
Il paradosso dei chip Nvidia H200 nella guerra fredda dell’AI

L’annuncio operativo più atteso del summit è arrivato giovedì pomeriggio, mentre Trump e Xi visitavano il Tempio del Cielo. Il Dipartimento del Commercio americano ha autorizzato dieci aziende cinesi all’acquisto del chip Nvidia H200, il secondo prodotto più potente del catalogo Nvidia dopo il Blackwell.
Le quattro aziende confermate da Reuters:
- Alibaba
- Tencent
- ByteDance
- JD.com
A queste si aggiungono i distributori autorizzati Lenovo e Foxconn. Le restanti quattro restano coperte dall’anonimato. Il limite per ciascuna: fino a 75.000 unità.
Risultato sul campo, due settimane dopo: zero ordini effettivi. Le aziende cinesi hanno ricevuto indicazione dal governo di investire sui processori Huawei, gli stessi su cui gira DeepSeek, il modello che a inizio 2026 ha scosso la Silicon Valley con prestazioni paragonabili a quelle americane a un decimo del costo.
Il dato che certifica la dinamica: Nvidia, fino al 2024, controllava il 95% del mercato avanzato dei chip in Cina. Oggi, parole testuali di Jensen Huang riprese da Reuters e Financial Times, la sua quota è “praticamente zero”. La perdita stimata: 50 miliardi di dollari di fatturato annuo.
L’America ha provato a soffocare la Cina togliendole i chip. La Cina ha risposto costruendoli da sé. Ora che Washington riapre lo sportello, dall’altra parte non c’è più nessuno alla cassa.
La delegazione tecnologica USA: chi è andato a Pechino e perché
La composizione della delegazione americana è il primo indicatore della natura del viaggio. Una missione commerciale travestita da visita di Stato.
| CEO / Dirigente | Azienda | Missione a Pechino |
|---|---|---|
| Tim Cook | Apple | Difendere la catena di assemblaggio iPhone e la quota di mercato cinese erosa da Huawei |
| Elon Musk | Tesla, SpaceX | Proteggere la Gigafactory di Shanghai, che vale circa metà delle consegne globali Tesla |
| Jensen Huang | Nvidia | Aprire il mercato cinese ai chip H200, gestire la fine del monopolio del 95% |
| Dina Powell McCormick | Meta | Esplorare scenari di rientro nel mercato cinese |
| Sanjay Mehrotra | Micron | Negoziare sulle memorie e sulle restrizioni reciproche |
| Cristiano Amon | Qualcomm | Proteggere i contratti smartphone e automotive in Cina |
A questi si aggiungono Jim Anderson (Coherent, ottiche e laser per data center), Jacob Thaysen (Illumina, sequenziamento genomico) e altri profili tecnologici minori. La delegazione comprendeva anche i grandi della finanza, Larry Fink (BlackRock), David Solomon (Goldman Sachs), Jane Fraser (Citi), Stephen Schwarzman (Blackstone), perché il summit era anche una grande operazione di lobby finanziaria.
Il caso Jensen Huang: salito sull’Air Force One in Alaska
Huang non era nella lista ufficiale fino a lunedì 12 maggio. La stampa ha fatto notare l’assenza a Trump, che si è attivato personalmente. Risultato: il CEO della società con la più alta capitalizzazione del mondo è salito sull’Air Force One ad Anchorage, in Alaska, durante lo scalo di rifornimento del volo presidenziale. Una scena da film: il volto della guerra dei chip che raggiunge l’aereo presidenziale su una pista ghiacciata, all’ultimo minuto.
Una volta a Pechino, Huang ha fatto qualcosa di altrettanto inatteso. Ha lasciato il protocollo, si è infilato in un quartiere hutong di Pechino, Nanluoguxiang, è entrato al ristorante numero 69 di Fangzhuanchang Zhajiangmian, un piccolo locale con il bollino Bib Gourmand della Guida Michelin. Ha mangiato in piedi un piatto di zhajiangmian, i noodles con la salsa di soia fermentata. “It’s so good”, ha detto in inglese. Ha parlato in mandarino con i passanti. Cento persone si sono radunate intorno a lui. La scena è stata raccontata alla CNBC da Pei Lan, una signora di 58 anni.
Mentre la diplomazia ufficiale americana costruiva muri, l’uomo dei chip costruiva ponti personali. Huang è un taiwanese-americano e la sua diplomazia personale corre parallela e, per alcuni aspetti, contraria a quella ufficiale.
Trump-XI Jinping: il cestino sotto la scaletta dell’Air Force One
Il 15 maggio, a fine visita, è andata in scena la fotografia più potente del summit. Tutti i delegati americani, prima di salire sull’Air Force One per il viaggio di ritorno, hanno gettato in un cestino di plastica ai piedi della scaletta tutto ciò che avevano ricevuto in dono dai cinesi nei tre giorni precedenti. Telefoni usa e getta, spille commemorative, badge, credenziali, gadget.
La scena è stata documentata da Emily Goodin del New York Post in un tweet su X: “American staff took everything Chinese officials handed out, credentials, burner phones from WH staff, pins for delegation, collected them before we got on AF1 and threw them in a bin at bottom at stairs. Nothing from China allowed on the plane”.
Il punto non è la diffidenza in sé, è la sua esibizione pubblica. Bastava una procedura interna, un sacco nero portato a bordo e svuotato a Washington. Invece i gadget sono finiti dentro un bidone aperto, sotto il sole di Pechino, fotografati da una pool reporter americana che lo ha twittato al mondo. Una scena calcolata, non casuale.
A specchio, la diffidenza cinese si è manifestata in due episodi raccontati dal pool report e ripresi da The Hill: il segretario al Tesoro Bessent è stato fermato dalla sicurezza cinese all’ingresso della Grande Sala del Popolo perché aveva il badge sbagliato. Un agente del Secret Service è stato bloccato all’ingresso del Tempio del Cielo per la pistola, la trattativa è durata novanta minuti.
Chuan Jianguo: come la Cina racconta Trump ai propri cittadini
Sui social cinesi, Donald Trump ha un soprannome che gira da anni: Chuan Jianguo. Tradotto letteralmente significa “Trump il Costruttore del Paese”. Solo che il paese che starebbe costruendo non è l’America: è la Cina. Le politiche isolazioniste, le tariffe, lo scontro con gli alleati, avrebbero involontariamente accelerato l’ascesa di Pechino, secondo la lettura dei commentatori cinesi.
Durante il summit, la censura cinese ha lasciato circolare liberamente questo nomignolo e altre frasi sarcastiche tipo “Gli Stati Uniti non sono più un paese da ammirare” e “L’America è una tigre di carta”. Erin Burnett della CNN ha notato il dato: normalmente i post politici sui leader stranieri vengono cancellati. Questa volta erano stati permessi. Un messaggio passato attraverso l’algoritmo, non attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri.
Il banchetto YMCA: la canzone che né Trump né Xi hanno capito
Al banchetto di Stato della Grande Sala del Popolo, la banda militare cinese in alta uniforme ha suonato YMCA dei Village People in onore del presidente americano. Il pezzo simbolo dei comizi Trump, scelto come gentile omaggio dal cerimoniale cinese.
Solo che YMCA non è un brano sportivo. È un pezzo del 1978 prodotto da Jacques Morali, dichiaratamente gay, e da Henri Belolo. L’acronimo sta per Young Men’s Christian Association: nelle sue sedi negli anni Settanta, in particolare al McBurney YMCA al numero 213 della West 23rd Street di Manhattan, quegli stabili erano diventati uno dei primi luoghi di incontro della comunità gay americana. Tutti i versi del brano, “you can hang out with all the boys”, “many ways to have a good time”, sono codici espliciti per chi sapeva leggerli.
Né a Pechino né a Washington, a quanto pare, lo sanno. La Biblioteca del Congresso americana ha incluso YMCA nel National Recording Registry definendolo ufficialmente un inno della comunità gay. La banda militare suona, Trump batte il tempo, Xi annuisce. Il sottofondo dei Village People diventa la colonna sonora involontaria del summit più importante dell’anno: due superpotenze che si parlano senza capirsi.
La differenza strutturale con la guerra fredda nucleare
Si può davvero costruire un trattato sull’AI fra due paesi che non si fidano nemmeno di una spilla? La storia dice di sì. Negli anni Sessanta Mosca e Washington si spiavano a vicenda con una determinazione che oggi sembra cinematografica, eppure firmarono gli accordi SALT. La diplomazia del controllo degli armamenti non nasce dalla fiducia, nasce dalla paura reciproca.
Però c’è un dettaglio che cambia la natura del confronto. Le armi nucleari le costruivano gli Stati. L’intelligenza artificiale la costruiscono le aziende.
Andrei Sakharov, padre della bomba H sovietica, poteva firmare un manifesto contro il proprio governo e diventare un dissidente. Robert Oppenheimer poteva pentirsi in pubblico davanti alle telecamere e farsi togliere il nulla osta di sicurezza. Erano dipendenti dello Stato che hanno disobbedito allo Stato. Gli ingegneri che oggi costruiscono i modelli di frontiera lavorano per Microsoft, Google, Anthropic, Alibaba, Tencent. A chi dovrebbero disobbedire? Al consiglio di amministrazione? Agli azionisti? Al rapporto trimestrale?
È la domanda che il summit di Pechino lascia aperta, ed è la domanda che definirà il prossimo decennio della relazione Trump-Xi e dei loro successori. Perché la guerra fredda dell’AI non si combatterà nei silos missilistici, ma negli uffici legali delle big tech, nei cluster di GPU dei data center, nelle clausole di non concorrenza dei contratti di lavoro. Una guerra fredda che, come quella vera, comincia da un cestino di plastica.