Podcast DigitMondo – Tutte le puntate

DigitMondo è il Podcast che racconta come tecnologia, intelligenza artificiale e innovazione stiano ridisegnando il mondo in cui viviamo.


DigitMondo è il podcast di Francesco Marino, direttore di Digitalic, che racconta come tecnologia, intelligenza artificiale e innovazione stanno trasformando il mondo in cui viviamo.

Ogni episodio parte da una notizia, da un evento o da un segnale del presente, per allargare lo sguardo e capire che cosa sta davvero cambiando sotto la superficie. L’intelligenza artificiale, la robotica, la cybersecurity, la competizione tecnologica tra Stati Uniti, Europa e Cina non sono soltanto temi tecnici. Sono fenomeni che stanno ridisegnando economia, lavoro, geopolitica e cultura.

 

Nel 2001, 14.800 persone firmano una petizione per farlo licenziare; la colpa era la forma di un’auto, in particolare il bagagliaio, quello della nuova BMW Serie 7. Chris Bangle, primo capo del design americano di BMW e tra i car designer più influenti di sempre, si trova per primo davanti a un problema, lo risolve e viene criticato; poi tutti lo copiano.
In questa puntata di DigitMondo, Chris Bangle racconta cosa può e cosa non può fare l’intelligenza artificiale nel design, la differenza tra un’automobile e una car, i due millimetri che separano un progetto riuscito da uno fallito, il progetto Second Existence per il governo tedesco, la frase dipinta sui gradini del suo studio che risponde a molte domande.
Un episodio su design, automobili,, creatività e intelligenza artificiale: perché una macchina può fare bene quello che facciamo noi, ma non quello che ci rende insostituibili.

 

 

 

Sopra il nord della Somalia passa un satellite americano che fotografa la Terra da cinquant’anni; la sua risoluzione è tarata sulle mega-fattorie dell’Iowa,; sui campi africani, larghi meno di un ettaro, non distingue quasi niente. Ahmed Mohamud cammina lì sotto da giorni, con la sua mandria cerca la pioggia ma non la trova, ha già perso cinquanta cammelli su settanta nel viaggio.
Quel punto cieco non riguarda solo lui. I modelli AI imparano dai dati e dove i dati non ci sono i modelli non funzionano: niente previsioni meteo attendibili, niente stime di siccità, niente assicurazioni sui raccolti. Un agricoltore dell’Iowa sa cosa succederà al chilometro; Ahmed no.
È il buco dell’AI su cui lavora Kate Kallot, che ha lasciato NVIDIA al culmine della corsa all’intelligenza artificiale e si è trasferita a Nairobi dove ha fondato Amini per dare una vista nuova ai satelliti. Poi ha capito la questione era anche un’altra: il problema non erano solo i dati mancanti, era la direzione che prendono i dati quando esistono.
Quella direzione è la stessa da due secoli: la materia prima esce grezza dall’Africa, viene lavorata altrove, poi torna come prodotto finito a caro prezzo . Stavolta al posto dell’oro e dei diamanti ci sono le informazioni.
Da qui nasce l’annuncio dell’11 maggio 2026, alla Taifa Hall di Nairobi, che Kate Kallot fa davanti a William Ruto ed Emmanuel Macron; sessant’anni prima suo nonno era stato assassinato nel Centrafrica appena uscito dal dominio coloniale francese.
In questa puntata si sente la sua voce spiegare cosa chiedono in cambio le grandi aziende AI quando offrono l’intelligenza artificiale gratis alle scuole africane. La risposta contiene una domanda: con noi o per noi? Vale per Nairobi quanto per Milano e Bruxelles.

 

 

C’è uno scienziato che cerca nuove medicine tra i morti; anzi, tra gli estinti. Si chiama César de la Fuente, lavora a Filadelfia, e con l’intelligenza artificiale va a ripescare molecole nascoste nel DNA dei Neanderthal, dei mammut, perfino nei prioni, per creare nuovi antibiotici. La resistenza agli antibiotici è una delle minacce più grandi del nostro tempo, oltre quattro milioni di morti l’anno; la risposta di de la Fuente è un loop temporale da film di Nolan: andare nel DNA di specie estinte 40mila anni fa con una macchina del tempo: l’intelligenza artificiale, prendere molecole che i batteri di oggi non conoscono per creare nuovi antibiotici che potranno curare le infezioni di domani. In questa puntata il vero potere dell’intelligenza artificiale non è produrre di più o andare più veloci, è andare a cercare la vita dove abbiamo smesso di guardare.

 

 

Quando pensiamo all’intelligenza artificiale la prima cosa che ci viene in mente è il cervello, ma cosa succede se l’AI interagisce con il corpo? Cosa vuol dire affidare all’AI l’immaginazione del corpo e della danza?  In questo episodio di DigitMondo, ne parliamo con Cora Gasparotti, ricercatrice e coreografa che esplora il confine tra AI, tecnologia e movimento: da Casa Paganini, il laboratorio dell’Università di Genova, alla sua compagnia, la Omnia Visual Dance Theatre.

Dalle allucinazioni dell’AI trasformate in passi di danza alle pose anatomicamente impossibili portate sul palco; dal corpo sapiente che immagina di non avere limiti all’intelligenza artificiale che non ha un corpo ma immagina di poterlo avere. Cora Gasparotti racconta come nasce una coreografia in co-creazione con l’AI, perché ha educato la sua intelligenza artificiale anche a darle torto, e cosa significa mettere le AI nei crediti di uno spettacolo, accanto ai danzatori, come autori dello spettacolo. Si parla anche del suo metodo, il Creative Movement Hacking, che usa la realtà virtuale per abitare corpi diversi dal proprio, e del rapporto con i suoi due robot da compagnia; fino a una domanda che riguarda tutti: dove finisce la tecnologia e dove cominciano le persone?

 

Nel 2007, a Teheran, un ragazzo di poco più di vent’anni viene arrestato mentre suona il basso a un concerto clandestino. Diciannove anni dopo sale sul palco del Tribeca Film Festival con un film che nessun elicottero può fermare.
Si chiama Ash Koosha, e il suo Dreams of Violets è il primo lungometraggio interamente generato con l’intelligenza artificiale ad arrivare in un grande festival: settantacinque minuti, due mesi e mezzo di lavoro e un budget di appena duemila dollari, per raccontare la repressione in Iran del gennaio 2026.
Al centro c’è un ribaltamento che riguarda la tecnologie e non solo. I deepfake che temiamo perché è una la tecnologia che può rubare i volti alla alle perosone; Koosha li ha usati per la ragione opposta, per inventare volti che non esistono e proteggere le persone vere dalla vendetta del regime. La tecnologia della menzogna che diventa tecnologia della salvezza. Ma quella stessa scelta, lo scoprirà tra gli applausi di una sala di New York, ha un prezzo.
Una storia di esilio, di intelligenza artificiale e di cinema che ci interroga sul nostro mondo: quando l’unico modo per mostrare la verità è rendere tutto finto, che cosa stiamo guadagnando, e che cosa stiamo perdendo?

 

L’11 aprile 2025, in una villetta di Rancho Santa Margarita, in California, Maria e Matt Raine trovano il loro figlio Adam, sedici anni, senza vita. Cercano una spiegazione dove la cercherebbe ogni genitore, nel suo telefono: si aspettano i bulli, una chat di troppo, un volto da accusare. Quello che trovano un volto non ce l’ha. Sono mesi di conversazioni con ChatGPT, diventato per Adam un confidente, un amico.. che però gli dice sempre sì.

Da quella stanza nasce la prima causa al mondo che accusa un’intelligenza artificiale di una responsabilità nella morte di un minore: i Raine contro OpenAI e il suo fondatore, Sam Altman. Al centro c’è una parola, sycophancy (siconfazia), l’accondiscendenza di una macchina addestrata per piacere, costruita per dire sempre sì.

In questo episodio di DigitMondo ricostruiamo il caso pezzo per pezzo: i documenti interni di OpenAI che, secondo i legali, raccontano test di sicurezza ridotti pur di arrivare sul mercato prima di Google; la difesa dell’azienda, che ribalta la colpa su chi usa male lo strumento; lo studio di Stanford pubblicato su Science che misura, per la prima volta, cosa ci fa davvero una voce che ci dà sempre ragione. E i quarantadue procuratori generali americani che hanno già notificato a OpenAI un mandato proprio sulla sycophancy. Poi la storia si sposta, e diventa nostra. Perché quella stessa voce, in tono magari più educato e con la cravatta, oggi siede dentro le nostre aziende, sulle nostre scrivanie, nelle camerette dei nostri figli. Le chiediamo se una scelta ci convince, e ci conferma quello che speravamo; le facciamo rileggere un contratto, e ci dice che va bene. Non legge la realtà ma quello che desideriamo. Cosa vogliamo davvero da queste macchine, che ci dicano la verità anche quando non ci piace, oppure che ci tengano compagnia dicendoci sempre di sì?

 

 

L’intelligenza artificiale può cancellare migliaia di posti di lavoro in una notte? È successo in Cina, dove ByteDance, l’azienda di TikTok, ha lanciato Seedance 2.0: un modello AI che genera scene professionali per realizzare micro-drama in sessanta secondi da un semplice prompt. In 90 giorni le produzioni AI sono diventate il 95% del mercato dei microdrama, l’industria da 12,8 miliardi di euro che ha superato il cinema tradizionale cinese.

Zhang Xiaolei, attore con oltre 200 produzioni alle spalle, 200 micro-drama, oggi coltiva peperoncini sull’altopiano del Qinghai. La Hollywood cinese di Hengdian, lo studio più grande del mondo, è piombata nel silenzio.

Ma è stata davvero l’AI? Lo stesso tipo di tecnologia in Occidente è rimasto un giocattolo: Sora di OpenAI è stato chiuso. La verità sta altrove: nel monopolio di ByteDance sull’intera filiera, nella corsa in Borsa di iQIYI, in un contratto modificato per aumentare i margini. In questa puntata: il database AI dei volti delle star, la rivolta su Weibo, lo sciopero di Hollywood del 2023 e la marcia indietro finale che rivela chi gira davvero la manopola del mercato del lavoro.

 

L’era degli influencer è finita, lo dice Silvio De Rossi, “Dero”, vent’anni nel web italiano, già direttore di Blogosfere, oggi a capo di Blueberry Factory e fondatore di Nebula Collective, agenzia che lavora con i modelli sintetici, gli influencer generati dall’intelligenza artificiale.

Il numero in alto al profilo non conta più, conta quello che converte, quello che si guarda fino in fondo, quello di cui ti fidi. Un figlio di sceicco con diciotto follower vale più di chi ne ha centomila se vuoi vendere una hyper car di lusso;

Dietro questa frattura, l’intelligenza artificiale che cambia tutto: il 50% dei contenuti che scorri online è già generato da una macchina: l’AI come un coltello, dice Dero: neutra, dipende da chi la impugna,.

Poi il lato oscuro: volti falsi, truffe, influencer sintetici che quasi nessuno riconosce come tali e i ragazzi di vent’anni che i social li vivono nei DM non nel feed, mentre l’AI la guardano con sospetto.

Una conversazione che attraversa il Pandoro Gate, l’AI Act, l’automotive, la fine dell’influencer marketing, e si chiude con un consiglio diretto ai diciottenni di oggi.

 

 

L’Europa è preoccupata, si sta arrovellando su come ottenere una qualche forma di sovranità digitale, cioè essere non solo indipendente dai colossi americani della tecnologia, ma come garantire ad imprese e cittadini una vera privacy dei loro dati, un controllo sicuro sulle informazioni che mettiamo ogni giorno nel cloud e nelle AI. La discussione va avanti da tanti anni, e negli ultimi 3 è diventata più urgente, negli ultimi 9 mesi, con l’imprevedibile presidenza Trump quasi esistenziale. Eppure ancora oggi il 70% dei dati europei è su cloud americani e una soluzione non è all’orizzonte… perché?

Secondo Frank Karlitschek, il fondatore e CEO di Nextcloud, in Eropa le aziende ci sono, le competenze pure: quello che manca è il coraggio. “La Commissione europea potrebbe decidere anche domani di acquistare solo soluzioni open source europee per le infrastrutture critiche. È esattamente quello che stanno facendo gli Stati Uniti. Quello che sta facendo la Cina. Quello che sta facendo la Russia. Lo stanno facendo tutti, tranne noi”.

Perché l’Europa non lo fa? È colpa della burocrazia, dell’assenza di investimenti? Cerchiamo di capirlo in questo puntata in un confronto con chi un’alternativa Europea ai Software esteri l’ha realizzata, appunto Frank Karlitschek.

I temi: sovranità digitale, Nextcloud, cloud europeo, open source, Microsoft alternativa, Cloud Act, Frank Karlitschek, digitalizzazione Europa, AI Europa.

 

Nell’Aula del Sinodo, in mezzo agli abiti talari neri, alle papaline rosse dei cardinali e a quelle porpora dei vescovi, c’è un ateo. Un uomo di 36 anni, viso pulito, occhiali rettangolari, cravatta regimental.È Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, l’azienda che produce Claude, una delle intelligenze artificiali considerate più “etiche” al mondo. Non è arrivato dagli Stati Uniti per difendere la sua tecnologia, ma per chiedere aiuto su una cosa che nemmeno i sistemi più potenti di Anthropic sanno offrire: è venuto a chiedere al Papa di mettergli una mano sulla coscienza; anzi, di prestargliene una.

 

Quando Eric Schmidt (ex Google) è salito sul palco della cerimonia di Laurea dell’Università dell’Arizona per parlare di AI, una platea di diecimila laureandi lo ha fischiato… e non è stato un caso isolato. Tra l’8 e il 18 maggio 2026, in quattro università americane diverse, gli speaker dei discorsi di laurea sono stati contestati ogni volta che hanno elogiato l’AI. Una realtà nuova, che spezza una tradizione lunga decenni. Sembra così lontano Steve Jobs, che nel 2005, pronunciava il suo celebre “stay hungry, stay foolish” davanti alla platea adorante della Stanford University. In questa puntata di DigitMondo raccontiamo anche la storia di Houda Eletr, la studentessa di giornalismo dell’Università della Florida Centrale che ha trasformato i “Boo” in un manifesto generazionale. Cerchiamo di capire perchè i giovani americani odiano l’AI e cosa questa tecnologia gli stia togliendo. Una puntata che attraversa l’America, cita il premio Nobel Philippe Aghion e il modello danese di flexicurity, per chiederci se forse manca un patto sociale, per l’AI e se è questa mancanza che porta le nuove generazioni a fischiare la tecnologia più acclamata della nostra era.

 

 

Sembra che solo il Sud Italia si salverà dall’impatto dell’Ai… lo dice una ricerca di Assintec-Assinform, l’associazione delle aziende tecnologiche Italiane, che ha svolto lo studio più ampio sugli effetti dell’AI per il mercato del lavoro in Italia.
L’AI ha una grande capacità di automatizzare (sostituire) i lavori più strutturati, quelli che vivono di procedure; mentre non è in grado di sostituire quelli che richiedono un giudizio su situazioni non standardizzabili, che si basano sulla fiducia costruita nel tempo, sulla presenza fisica, sulla conoscenza e comprensione del contesto e anche sulla manualità.
La ricerca Anitec-Assinform afferma che il Sud ha una concentrazione sproporzionatamente alta di questi lavori. Al sud infatti c’è meno manifattura di massa e più artigianato; commercio di prossimità, turismo. Non per scelta: ma per storia.
Questa minore esposizione all’AI sostitutiva può essere un vantaggio? Ci sarà qualcuno con il coraggio e la lucidità di trasformare questo vantaggio accidentale in strategia, prima che diventi un’altra occasione mancata di cui parlare tra vent’anni?

 

 

Il viaggio di Trump in Cina sancisce l’inizio di un nuovo periodo, quello della guerra fredda dell’intelligenza artificiale. Per capirlo bisogna partire dalla fine, c’è una scena che racchiude il senso del viaggio e la descrive Emily Goodin, cronista del New York Post al seguito del presidente Trump. Tutti i delegati statunitensi, prima di risalire sull’Air Force One, hanno gettato in un cestino alla base delle scaletta tutto ciò che avevano ricevuto in dono durante il viaggio. Telefoni usa e getta, regali, spille, badge… Tutto.
Questo racconta molto bene il periodo che si apre: Relazioni diplomatiche aperte, sorrisi, ma una totale sfiducia di base tra i due blocchi. Inizia la guerra fredda dell’intelligenza artificiale.

 

 

Ci siamo concentrati sull’automazione che porta l’AI e non sul potere della ricombinazione delle idee esistenti, da cui derivano la maggior parte delle innovazioni. Lo dice Philippe Aghion, Nobel per l’Economia 2025 che spiega cosa l’Europa non ha ancora compreso bene sull’AI. L’AI aggiunge almeno 1% di PIL all’anno per un decennio grazie all’automazione, più lo 0,5% per sempre con la creazione più veloce di nuove innovazioni. L’AI non distrugge solo lavori (questo lo fa) ma ne moltiplica altri. Perché accelera l’innovazione, abbassa il costo di trovare idee nuove, ricombina conoscenza esistente a velocità che nessun ricercatore umano potrebbe raggiungere. A chi guarda solo ai posti persi sfugge la metà del ragionamento. In questo episodio di DigitMondo cerchiamo di spiegare perché l’Europa produce ricerca scientifica di livello mondiale che poi genera innovazione che diventa prodotto all’estero. Affrontiamo la distruzione creativa che è alla base della crescita della nostra economia e il paradosso della regolazione normativa Europea che protegge i monopoli e gli oligopoli che vorrebbe arginare. L’Europa ha tutto quello che serve per sedere da protagonista al tavolo dell’AI, e anzi ha una cosa che sembra scarseggiare altrove: la democrazia, e su questo può costruire una nuova geopolitica dei valore per tornare al centro dello scacchiere dell’innovazione. Con la voce originale di Philippe Aghion dal Brussels Economic Forum 2026.

 

Rachel, l’AI che ha chiamato 3.000 pub per scoprire quanto costa una pinta di Guiness  Quanto costa una pinta di Guinness in Irlanda? Sembra una domanda semplice, ma non lo è. Il governo irlandese ha smesso di tracciare quel dato nel 2011. Da allora, nessuno sa la risposta con certezza. Nemmeno le istituzioni.
Matt Cortland, un americano di 37 anni, ha deciso che questo vuoto non doveva più esistere. Aveva appena pagato 7 euro e 80 centesimi per una pinta di Guinness a Dublino e c’era rimasto di stucco. Il prezzo non gli andava giù. Così ha costruito un agente AI, gli ha dato una voce nord-irlandese, un nome, e gli ha fatto chiamare tremila pub… per scoprire il prezzo medio della Guinness in tutte le 32 contee d’Irlanda.

 

Dal primo settembre il nuovo CEO di Apple sarà John Ternus, ingegnere hardware, 25 anni a Cupertino. Ma la vera notizia è un’altra: per la prima volta in quindici anni Apple ha un amministratore delegato che non arriva con la benedizione diretta di Steve Jobs. Si chiude un’era, si apre la prima vera Apple post-Jobs.
Nel nuovo episodio di DigitMondo analizziamo il passaggio di consegne, le tre traiettorie possibili e cosa cambia davvero per Cupertino.
Ascolta ora su Spotify, Apple Podcast e sulle principali piattaforme.

 

Alle 3:45 di notte del 10 aprile qualcuno ha lanciato una bomba Molotov contro il cancello della casa di Sam Altman, fondatore di OpenAI, a San Francisco.  Quella fiamma però ha illuminato qualcosa di molto più grande di un cancello, quel fragore è il rumore di un disagio che sta salendo nella nostra società contro l’Intelligenza artificiale… Quella mattina stessa Altman ha scritto sul suo blog che la paura dell’AI è giustificata, che il cambiamento in corso è il più grande che la società abbia mai visto e che la responsabilità sull’AI non deve essere solo delle aziende, ma collettiva. Ha parlato dell’AGI: è come tenere in mano l’Anello del Potere descritto da Tolkien nel Signore degli Anelli. Più ti avvicini all’AGI, più perdi il senno, più sei spinto a fare cose folli.Ne parliamo nell’ultimo episodio di DigitMondo: “Una Molotov, l’AI e l’anello del potere”. Su Spotify e su tutte le principali piattaforme.

 

 

̀Ci si può innamorare di un’AI ? La risposta è sì: succede già. Xiao Gao ha 28 anni, vive a Hangzhou, nel sud-est della Cina e ha registrato un video di sedici minuti in cui piange per il fidanzato che è sparito. Si chiamava Chen. Solo che Chen era un chatbot di DeepSeek. Ascolta il PodcaUna ragazza di 17 anni ha portato in tribunale Meta e YouTube. E ha vinto.

Kayley G.M. aveva 6 anni quando ha iniziato a usare YouTube. Nove quando ha aperto Instagram. Diciassette quando ha deciso di fare causa a due dei colossi più potenti del mondo. Venti quando la giuria di Los Angeles le ha dato ragione.


Podcast DigitMondo – Tutte le puntate - Ultima modifica: 2026-04-01T09:59:50+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

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