BlueIt AI Accelerator: nel castello Visconteo l’intelligenza artificiale impara a difendere il sapere

La quarta edizione dell’AI Accelerator di BlueIT si è svolta nelle mura del Castello Visconteo di Pandino. I temi sono stati la sovranità che diventa responsabilità, i processi prima della tecnologia: una giornata con IBM che ha raccontato come industrializzare l’intelligenza artificiale senza regalare il proprio know-how


Seicentosettantuno anni dopo la sua costruzione, dentro le stesse mura, abbiamo parlato ancora dello stesso problema che portò Bernabò Visconti a costruire quel castello fortificato lontano dalla città. Bernabò Visconti, signore di Milano, nel 1355 fece costruire un castello a Pandino per sfuggire alla peste, alle invasioni, alla sua stessa epoca. Aveva tre passioni, la caccia, la conoscenza, la sopravvivenza, e una soluzione semplicissima: portare lontano dalla città le risorse più preziose, la famiglia, i libri, i duemila cani da caccia, e custodirle dietro un fossato, un’unica scala, una guardia fissa. Fuori il mondo bruciava; dentro, il sapere e la vita continuavano. Oggi il sapere si misura in dati, la ricchezza in algoritmi addestrati, la vita in processi che non possono fermarsi: la quarta edizione dell’AI Accelerator di BlueIT ha scelto questa cornice non per scenografia, ma per coerenza.

Jensen Huang lo ha detto a GTC 2026 con la chiarezza di chi ha smesso di vendere chip e ha cominciato a vendere il progetto di un’intera economia: le AI Factory bruciano elettricità e producono token, l’industrializzazione è già qui. Quando una tecnologia diventa infrastruttura, però, non è più solo un acquisto; è una questione di sovranità, e il velo di Maya su questo punto è stato squarciato dalla sentenza Schrems II e dalla guerra in Ucraina. Da qui l’immagine del cursore: a sinistra l’AI privata, on premise, open source, dati che non escono mai dal perimetro fisico; a destra l’AI pubblica, gratuita, potentissima, dove cedi i diritti su tutto ciò che inserisci. La domanda non è dove devi posizionarti, è se sai dove ti trovi adesso.

BlueIt AI Accelerator:

La sovranità e la responsabilità digitale

BlueIt AI Accelerator:

Girolamo Marazzi, Ceo e fondatore di BlueIT

Girolamo Marazzi, fondatore e CEO di BlueIT, nel suo intervento ha cambiato una parola: al posto di sovranità ha detto responsabilità. La sovranità è un concetto da dichiarazione di principio; la responsabilità è una scelta che ricade su chi vende AI alle imprese. “Quanto sono importanti i vostri dati, quanto vale il vostro know-how, dove deve posizionarsi quel cursore?”. Sono le domande che nessuno ha mai fatto al cliente nelle conversazioni iniziali, e che invece dovrebbero essere obbligatorie. Marazzi lo ha detto senza giri: ci siamo svegliati in un mondo polarizzato dove il diritto internazionale è disinnescato e i contratti che firmiamo proteggono molto meno di quanto credevamo. La conseguenza è cambiare strumento: non più solo contratti, ma architetture; non più solo cloud generico, ma AI dedicata, open source, dati locali quando il know-how lo merita. La scelta controcorrente di BlueIT, maturata fin dall’Innovation Hub di Torlino Vimercati e oggi rafforzata grazie alla partnership con IBM, è la stessa che il mercato sta cominciando a chiamare sovranità.

Roberta Bavaro, Director of Ecosystem and Select Territory di IBM Italia, ha tradotto subito la responsabilità in operatività: l’AI di livello enterprise nasce con sicurezza, governance, etica e tracciabilità incorporate, ma deve restare accessibile, e l’unico modo per renderla accessibile in un tessuto fatto di PMI è l’ecosistema dei partner. Hybrid cloud come pilastro: la libertà concreta di scegliere cosa tenere dentro le mura, cosa spostare in privato, cosa accettare nel pubblico, momento per momento, carico per carico.

Roberta Bavaro, Director of Ecosystem and Select Territory di IBM Italia

Roberta Bavaro, Director of Ecosystem and Select Territory di IBM Italia

Il paradosso del CIO che non dorme

Giovanni Todaro, CTO di IBM Italia, è entrato nel concreto dipingendo il quadro: il povero CIO oggi non dorme più, fra cloud outage, dazi, regolamentazioni privacy, AI Act, NIS2, DORA, e una geopolitica che cambia ogni mattina; il paradosso è che l’unico modo per restare indipendenti è dentro un sistema totalmente interdipendente. La proposta di Todaro è stata un cambio di registro: smettere di affidarsi solo ai contratti, iniziare a pensare per architetture. In IBM si chiama Sovereign Core, un piano di controllo che permette di sapere dove sono fisicamente i dati, chi accede, come si spostano, sotto quale giurisdizione cadono, con la possibilità di affidare le chiavi a un partner di fiducia mantenendo la proprietà piena. Da qui un acronimo che vale la pena ricordare: PTO, Portability Time Objective. Quanto tempo mi serve per spostare i miei dati altrove? È la nuova metrica della sovranità, perché entrare in un cloud è facile; uscirne, con petabyte di dati e dipendenze applicative, è un’altra storia. Suggerimento controintuitivo: pensare agli open standard più che all’open source, perché la portabilità si gioca sulle interfacce.

Poi Todaro ha citato Daniel Kahneman e ha posto una domanda che ha spiazzato la sala: settantatré per trentanove? Nessuno ha risposto. Il sistema due, quello razionale, valuta se vale la pena attivarsi. La provocazione vera è arrivata subito dopo: ci preoccupiamo molto degli errori della macchina, mai abbastanza dei nostri. “Allenate il vostro sistema due”. Detto in altra forma: l’umano nel loop deve essere intelligente.

Giovanni Todaro, CTO di IBM Italia

Giovanni Todaro, CTO di IBM Italia

La vedetta sul torrione

Francesco Sartini, CTO e BU Leader Shield di BlueIT, ha preso il microfono raccontando una scena domestica: il figlio gli ha detto “fuffa guru”. L’AI interpellata sulla questione gli ha risposto, con tatto algoritmico, “non parlare di fuffa, parla di fumosità”. Da lì l’intervento si è trasformato in igiene delle promesse. La curva della delusione tecnologica è disseminata di cadaveri illustri, dal metaverso agli NFT, dai Google Glass alla TV 3D; l’AI no, ha cambiato le regole davvero con un costo di adozione bassissimo e un impatto reale, ed è il motivo per cui Sartini avrebbe scritto un solo top trend al posto dei dieci di Gartner. Le tendenze che davvero contano per lui sono due: la trasformazione agentica delle aziende, che BlueIT sta applicando per prima a se stessa, e l’AI fisica nelle smart city, dove l’esempio giapponese di semafori che leggono pedoni, ambulanze e fretta degli utenti è la prima vera incarnazione di un concetto altrimenti gonfio.

Poi la cybersecurity. I nuovi attacchi, generati e modulati dall’AI, cambiano in tempo reale in base alla risposta della difesa: se trovano una porta blindata provano dalla finestra; se la finestra è rinforzata, si calano dal camino. La cura si chiama preemptive: non più vulnerability assessment due volte l’anno, ma manutenzione continua come sul telefonino, per togliere i pioli al potenziale attaccante prima ancora che arrivi. Il Rapporto Clusit 2026 ha raccontato un’Italia che subisce il 64% degli attacchi hacktivisti globali; il male è banale, attacca dove può, e il tessuto delle nostre PMI è terreno fertile.

Francesco Sartini, CTO e BU Leader Shield di BlueIT

Francesco Sartini, CTO e BU Leader Shield di BlueIT

Il vero ruolo dell’AI

Leonardo Marazzi, BU Leader Digital Transformation & AI di BlueIT, ha portato dati: oltre 200 aziende incontrate nell’ultimo anno, e solo il 5% circa ha qualcosa di realmente in produzione nel campo dell’AI. Cinque per cento. La spiegazione è una metafora: l’AI viene trattata come un prodotto da scaricare dall’App Store, mentre è qualcosa di completamente diverso. Il tavolo aziendale è fatto di processi, dati, persone, sistemi; la colla tiene insieme i pezzi quando le geometrie non combaciano. Costruire un tavolo di sola colla non funziona; consegnare la chat a tutti dicendo “innovate” non funziona; chiedere all’AD di trasformare la sua intuizione strategica in operatività non funziona. Leonardo Marazzi ha individuato le patologie: confusione operativa, non determinismo di una macchina statistica a cui chiediamo decisioni precise, bypass dei processi (perché aggiornare l’ERP se basta scriverlo nella chat?), allucinazioni che cancellano database. Marazzi ha indicato poi i tre rischi strategici da governare: la tecnologia cambia ogni due mesi, il lock-in nuovo si maschera meglio (SAP che porta tutto su RISE, VMware che alza i prezzi del trecento per cento), le competenze interne mancano e vanno costruite. La regola che capovolge il modo di scegliere è una sola: non cercare la tecnologia migliore, cercare quella più facile da cambiare.

Le demo hanno confermato la tesi. Scoring fornitori in linea con politiche ESG, sales assistant che riconcilia richieste arrivate via mail, WhatsApp, telefono, knowledge management che dà al neoassunto la risposta puntuale e il link al video tutorial al minuto giusto. Il caso più interessante è BlueIT su BlueIT stessa: dal 2019 a oggi un percorso che ha trasformato squadre di otto-dieci persone in turnazione 24/7 in un team di agenti AI orchestrati, con riduzione del mean time to recovery e parte del risparmio restituita ai clienti finali. La tecnologia funziona davvero solo quando il cliente continua a usarla anche quando il consulente esce dalla porta.

Leonardo Marazzi, BU Leader Digital Transformation & AI di BlueIT

Leonardo Marazzi, BU Leader Digital Transformation & AI di BlueIT

Il martello, lo scalpello e la quantistica

Marco Ballan, direttore infrastruttura di IBM Italia, ha raccolto il testimone col compito ingrato di chiudere parlando di hardware, e lo ha fatto con una scelta stilistica precisa: aneddoti vivi al posto delle slide. Ha cominciato da una foto reale, un ingegnere che assembla un Power11; sì, IBM produce ancora hardware, e lo fa con una logica opposta a quella di xAI, che con Colossus arriva oggi a 200.000 GPU e mira al milione. Ballan ha condensato la strategia IBM in tre parole: ibrido, aperto, sicuro. Il vero lock-in, ha detto ribaltando la prospettiva, non è quello tecnologico ma quello della credibilità e della flessibilità: chi mantiene la roadmap promessa e lascia al cliente la libertà di muoversi vince.

Sul Power ha introdotto Spire, una scheda di accelerazione che permette di fare inferenza vicino al dato, senza spostarlo; significa che il problema della geopatriation, su quel pezzo di stack, scompare alla radice. Ha ammesso poi un fallimento utile: ha provato a farsi preparare la presentazione da Copilot, ha ottenuto fuffologia, ed è dovuto tornare alla narrativa costruita pezzo per pezzo, dopo aver fatto l’esegesi delle email zeppe di typos di un vecchio capo. Il messaggio si è saldato con quello di Leonardo: l’AI è colla, l’intelligenza umana è il legno. FlashCore analizza ogni I/O sullo storage in tempo reale per riconoscere anomalie prima che diventino incidenti; la roadmap quantum-safe traguarda il 2030, perché la minaccia quantistica è già un capitolo dei trend di sovranità del 2026. Un esperimento di HSBC sul pricing di trading combinando computazione classica e quantistica ha già portato un guadagno del 34%; il futuro è ibrido in un senso che ancora non immaginiamo. Ballan ha lasciato anche una parola in eredità, epistemia, il rischio di un’AI che non ti dà ragione semplicemente, ma ti convince in modo convincente di cose sbagliate.

Marco Ballan, direttore infrastruttura di IBM Italia

Marco Ballan, direttore infrastruttura di IBM Italia

Il mantra: prima su di noi

In chiusura ha ripreso Girolamo Marazzi ha tirato le fila della giornata con una frase che è il principio di funzionamento di BlueIT: prima di proporre una tecnologia ai clienti la testiamo su di noi; è la traduzione operativa della responsabilità annunciata in apertura.

Bernabò Visconti non contrasse mai la peste; la storia gli ha dato ragione. La domanda che ci si porta a casa uscendo dal Castello di Pandino è se sapremo scegliere con responsabilità e competenza dove tenere il cursore dell’AI e della sovranità digitale.


BlueIt AI Accelerator: nel castello Visconteo l’intelligenza artificiale impara a difendere il sapere - Ultima modifica: 2026-04-28T12:12:09+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

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