La vera innovazione dell’intelligenza artificiale non è negli algoritmi, ma nelle persone. Nell’vento AI for Humans BlueIT e IBM hanno raccontato un metodo concreto per portare l’intelligenza artificiale nelle aziende e nella Pubblica Amministrazione senza perdere identità, fiducia e responsabilità.
Parlare di intelligenza artificiale oggi è facile, parlare bene di intelligenza artificiale, un po’ meno. “AI for Humans”, l’evento di BlueIT e IBM realizzato in collaborazione con Digitalic, ha scelto una strada controcorrente: togliere l’AI dal piedistallo e riportarla dentro la vita reale delle organizzazioni, delle persone, dei territori.
Non solo un evento sugli aspetti tecnici dell’A, ma un percorso, un viaggio anche nelle scelte culturale e strategiche che portano alla utilizzo consapevole dei nuovi strumenti generativi.
Per questo il racconto non è partito da un modello linguistico o da una roadmap industriale, ma da un’immagine apparentemente lontana: un piatto del 1250, creato dai monaci benedettini dell’abbazia di Polirone, decorato con un colore bruno che prima non esisteva.
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Metodo, cura e bellezza: l’innovazione come atto umano
Quel colore non nasce per caso. Nasce da tentativi, errori, sperimentazioni ripetute. Nasce da un metodo. Ed è proprio qui che il parallelo con l’intelligenza artificiale diventa evidente: l’innovazione che dura non è mai improvvisazione, ma cura, regola, disciplina.
C’è però un secondo insegnamento ancora più attuale. Quel colore veniva usato per rendere bello un oggetto di uso quotidiano. Funzione e bellezza non erano separate. È un messaggio potente anche oggi: l’intelligenza artificiale non può limitarsi a essere efficiente. Deve essere “bella” nel senso più alto del termine, cioè giusta, responsabile, capace di nobilitare il lavoro dell’uomo, non di svuotarlo. È su questo terreno che si innesta la visione di BlueIT.

L’AI come responsabilità, non come algoritmo

Girolamo Marazzi
Girolamo Marazzi, fondatore e CEO di BlueIT, lo chiarisce fin da subito, spostando il baricentro della discussione: per loro l’intelligenza artificiale non è mai stata una questione di pura tecnologia. È, prima di tutto, una questione di responsabilità.
L’AI, racconta Girolamo Marazzi, non si limita a rendere più efficienti i processi. Interviene sui processi cognitivi, li reinventa, li accelera. Ed è per questo che entra in competizione con l’uomo non solo sul fare, ma sul pensare. Da qui nasce l’idea di un nuovo umanesimo tecnologico, in cui la tecnologia sia realmente al servizio delle persone.
In questo approccio, l’AI ha una doppia funzione: da un lato estende le capacità umane, producendo tempo e liberando risorse da dedicare alla relazione e alla creatività; dall’altro potenzia, alzando l’asticella degli obiettivi e aprendo sfide prima impensabili. Ma tutto questo, sottolinea Marazzi, non può funzionare se si ignora l’ostacolo principale: la cultura.
Le difficoltà nell’adozione dell’intelligenza artificiale, infatti, non sono quasi mai tecniche. Sono culturali, organizzative, relazionali. Richiedono collaborazione tra molti attori, dentro e fuori le aziende, e soprattutto fiducia. È qui che l’etica smette di essere uno slogan e diventa un fattore strategico, capace di creare il clima necessario affinché il cambiamento venga accettato e adottato.
Innovare senza perdere identità
BlueIT è nata 17 anni fa e ha attraversato molte ondate tecnologiche. La domanda, inevitabile, è come si faccia a innovare continuamente senza perdere la propria identità. La risposta di Marazzi è concreta: trattare l’innovazione come un processo aziendale permanente, non come un progetto episodico.
All’interno di BlueIT esiste da sempre un approccio duale: una parte dell’organizzazione è libera di esplorare nuove tecnologie, sperimentarle internamente, testarle su se stessa. Solo ciò che funziona davvero, e produce valore reale, diventa poi proposta per i clienti. È un principio semplice, ma rarissimo: prima esperienza, poi promessa.
Dal principio al metodo: l’AI che si tocca con mano

Leonardo Marazzi
Se Girolamo Marazzi disegna la cornice valoriale, Leonardo Marazzi, responsabile della Business Unit Digital Transformation & AI, entra nel cuore del metodo. Con l’AI, spiega, non basta introdurre un nuovo strumento: bisogna ripartire dalle persone, dai processi quotidiani, dalle attività reali.
Il primo passo è l’ascolto. Creare un luogo in cui le aziende possano raccontare le proprie difficoltà senza sentirsi già dentro un progetto complesso o costoso. Da questa esigenza nasce l’AI Accelerator: non solo un laboratorio tecnologico, ma un percorso scalabile e replicabile, pensato per arrivare rapidamente a risultati concreti.
Quel luogo è una cascina a Torlino Vimercati, immersa nella campagna. Una scelta tutt’altro che casuale. Portare l’AI in un contesto agreste è quasi uno shock cognitivo: tanta innovazione in un luogo che costringe a rallentare, a staccare dalla routine, a ricordare che la tecnologia deve restare tangibile e comprensibile.
Lì, racconta Leonardo Marazzi, le aziende riscoprono che l’intelligenza artificiale non è riservata solo alle grandi imprese e che il vero valore nasce quando ci si sente accolti, ascoltati, accompagnati.
Quando l’AI funziona, ma le persone no
Uno degli errori più comuni che emergono nel lavoro con le aziende è pensare che l’AI sia una soluzione universale. In realtà è un cambio di paradigma che richiede sperimentazione, concretezza e soprattutto adozione.
Un esempio raccontato durante l’evento è emblematico. Un grande centro di giardinaggio aveva bisogno di gestire meglio il magazzino, i riordini, la stagionalità. Viene sviluppato un assistente AI capace di suggerire cosa riordinare e intercettare i trend. Tecnicamente funziona. Ma solo metà delle persone lo utilizza.
Il motivo non è la tecnologia, ma l’abitudine. Alcuni dipendenti preferiscono girare fisicamente per il magazzino, osservare, intuire. La svolta arriva quando il team decide di non forzare l’adozione, ma di adattare l’interfaccia: accanto alla chat, un report quotidiano, anche cartaceo. Una soluzione apparentemente “retro”, che però rende l’AI davvero utile. È la dimostrazione che l’innovazione funziona solo quando incontra le persone, non quando le ignora.
Oltre l’AI: dati, sicurezza, infrastruttura

Massimo Fasoli
A ricordare che l’intelligenza artificiale non vive nel vuoto è Massimo Fasoli, responsabile della BU Technology Solutions. L’AI è al centro della discussione, ma fa parte di un disegno molto più ampio. Senza dati affidabili, sicuri e sempre disponibili, l’AI resta una promessa vuota.
Per questo BlueIT lavora su tre pilastri fondamentali: qualità e gestione del dato, sicurezza delle informazioni, virtualizzazione e automazione intelligente. È un ecosistema che permette alle aziende di ottenere risultati reali, non dimostrazioni teoriche.
Quando gli viene chiesto quale sia il progetto più ambizioso, Fasoli risponde con una metafora efficace: non esiste il progetto preferito, come non esiste il figlio preferito in una famiglia. Il valore nasce dall’equilibrio tra infrastruttura, software, processi, dati e AI. E quell’equilibrio va trovato ogni volta, azienda per azienda.
La prova del nove: la Pubblica Amministrazione

Andrea Tironi
Il racconto diventa ancora più concreto con Andrea Tironi, coordinatore dell’area digitale di Consorzio.IT. Il problema da cui parte è drammaticamente reale: i comuni si stanno svuotando di personale e competenze. Negli ultimi anni la Pubblica Amministrazione locale ha perso una quota significativa di dipendenti e la tendenza non sembra invertirsi.
In questo scenario, l’AI non è un vezzo innovativo, ma una necessità per continuare a garantire servizi ai cittadini. Tironi racconta come il percorso con BlueIT abbia colpito subito per il metodo: un approccio umano, che tratta la tecnologia come un nuovo collega da formare e accompagnare, e una visione completa che non si ferma ai modelli, ma include dati e governance.
Il momento di svolta arriva quando anche le persone più esperte iniziano a fidarsi. Quando qualcuno, dopo aver messo alla prova la tecnologia su dieci attività diverse, riconosce che “funziona davvero”. È lì che l’AI smette di essere un progetto IT e diventa parte dell’organizzazione.
Fiducia, valori e società benefit

Emma Zanchini
Emma Zanchini, marketing e communication specialist di BlueIT, chiude il cerchio sul tema della fiducia. BlueIT non nasce per creare tecnologia fine a se stessa, ma strumenti al servizio delle persone. La scelta di diventare società benefit non è stata una svolta improvvisa, ma l’evoluzione naturale di questo modo di fare impresa.
I valori: passione, concretezza, appartenenza, responsabilità, umiltà, sono stati inseriti nello statuto per rendere misurabile e trasparente l’impatto dell’azienda. Una “casa di vetro”, in cui il valore generato non riguarda solo il bilancio, ma anche il territorio e la comunità. Questo si traduce in scelte precise: portare tecnologie avanzate anche alle PMI e promuovere la sovranità del dato, anche quando comporta costi e complessità maggiori.

Francesco Sartini
Francesco Sartini ha portato la discussione su un terreno molto concreto, quasi disarmante per semplicità. Ha spiegato che il motivo per cui molti progetti di intelligenza artificiale falliscono non è l’immaturità della tecnologia, ma l’approccio con cui viene introdotta. Cercare di affrontare tutto insieme, tentando di risolvere problemi complessi in un unico passaggio, è – secondo lui – l’errore più frequente. L’AI, ha osservato, ha funzionato davvero quando è stata “spezzata”, affrontata attraverso piccoli interventi mirati, le cosiddette injection: passi brevi e misurabili, capaci di liberare subito tempo dalle attività ripetitive e di restituire valore alle persone. È lo stesso metodo che BlueIT ha applicato prima di tutto a se stessa, trasformando l’adozione interna in una palestra continua in cui la tecnologia ha dimostrato sul campo di saper reggere la complessità del reale.

Marco De Ieso
Marco De Jeso, portando la prospettiva di IBM, ha allargato l’orizzonte e offerto una lettura sistemica dei fallimenti dell’intelligenza artificiale. Ha sottolineato come i progetti non si siano arenati per mancanza di modelli, ma per l’assenza delle condizioni che li rendono efficaci nel tempo: dati di qualità insufficiente, problemi mal definiti e una distanza di linguaggio tra chi conosce i processi di business e chi costruisce le soluzioni tecnologiche. In questo scenario, ha spiegato, anche investimenti molto rilevanti rischiano di non produrre ritorni misurabili. Da qui l’importanza, per IBM, di partire da una strategia chiara, da piattaforme dati solide e da una governance dell’AI in grado di garantire affidabilità, trasparenza e conformità normativa.

Elena Vercelli
Elena Vercelli ha riportato il discorso nella dimensione quotidiana delle aziende, là dove l’innovazione deve convivere con la necessità di continuità operativa. Ha raccontato come, nei Cognitive Managed Services, l’intelligenza artificiale non venga mai introdotta come un elemento di rottura improvvisa, ma come l’esito di un percorso strutturato di ascolto, assessment e setup. Prima di automatizzare o rendere “cognitivo” un servizio, ha spiegato, è indispensabile comprendere a fondo infrastruttura, processi e priorità del cliente. In questa prospettiva, affidabilità e innovazione non sono state forze in contrapposizione, ma dimensioni complementari da tenere insieme con metodo, per permettere all’AI di funzionare non solo in laboratorio, ma anche nella produzione reale.
Nessuno innova da solo
L’ultimo messaggio che emerge con forza è che l’innovazione non è mai un atto solitario. È un fenomeno di ecosistema. Il rapporto tra BlueIT e IBM ne è un esempio concreto: non una semplice relazione cliente-fornitore, ma una collaborazione che unisce competenze, visioni e responsabilità condivise.
IBM porta la dimensione industriale, la solidità tecnologica, l’attenzione alla governance e alla compliance. BlueIT porta il metodo, la prossimità alle aziende, la capacità di tradurre l’AI in processi adottabili. Insieme, dimostrano che la tecnologia funziona davvero solo quando è inserita in un contesto umano, organizzativo e culturale coerente.
Cercare il proprio colore
L’evento si è chiuso chiude tornando all’immagine iniziale. Dal colore bruno dei monaci al futuro dell’intelligenza artificiale: l’invito è semplice e radicale: cercare il proprio colore dell’innovazione, mettere dentro la tecnologia ciò che non è replicabile, ciò che è profondamente umano.