Giancarlo Vilella: La tecnologia del Parlamento Europeo

Giancarlo Vilella, Direttore Generale per l’Innovazione e il supporto tecnologico del Parlamento Europeo, racconta come nasce la sua passione per la tecnologia e come, sul fronte della digitalizzazione, il nostro paese stia crescendo rapidamente.

La carriera di Giancarlo Vilella (nella foto) – Direttore Generale per l’Innovazione e il supporto tecnologico (ITEC) presso il Parlamento Europeo, docente universitario e autore di diversi libri tra cui, l’ultimo, “Introduzione alla E-Democracy”- inizia come ricercatore universitario nel settore dell’amministrazione pubblica: “Mi sono subito reso conto che mancava qualcosa e quel qualcosa era la dimensione europea. Sono partito a Bruxelles per un soggiorno di apprendimento e, da allora, non sono più tornato..”

giancarlo vilella

Quando nasce la sua passione per il settore tecnologico?

“Ero un giovanissimo ricercatore e a Parigi feci uno studio approfondito sull’informatizzazione dell’amministrazione francese. Eravamo ancora agli albori del fenomeno e il mio articolo sulla prestigiosa rivista Economia Pubblica fu notato e apprezzato per l’unicità del tema. Successivamente all’IISA, come direttore generale, mi sono occupato della modernizzazione dell’amministrazione pubblica e anche lì mi sono reso conto che mancava qualcosa agli studi giuridici, sociologici e di management sull’amministrazione e, dunque, l’aspetto relativo alle tecnologie. Nel frattempo il Parlamento europeo, in sintonia con i nuovi tempi, stava creando una direzione generale ad hoc. Da quel momento, la scoperta di questo mondo non si è più fermata..”

La digitalizzazione nel nostro Paese è un settore in crescita? A che punto siamo?

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L’Italia, come è noto, è partita in ritardo rispetto a molti altri Paesi, ma al tempo stesso aggiungo che oggi si posiziona tra quelli in crescita. Nel settore privato abbiamo alcune eccellenze che competono a livello mondiale, mentre in quello pubblico c’è un programma di sviluppo serio e stimolante. È vero che il ritmo di crescita è sostanzialmente inferiore a quanto previsto, ma confido che le incomprensioni, prevalentemente interne, siano presto superate. Un grande aiuto potrebbe arrivare da un impegno concreto a seguire le indicazioni provenienti dal livello europeo.
La Commissione Europea ha elaborato una proposta di bilancio 2021-2027 investendo in diversi settori quali la ricerca e l’innovazione…
Sì, è vero, nelle prospettive finanziarie le nuove tecnologie hanno un ruolo privilegiato (troppo, dicono alcuni). Ciò è dovuto a una pressione internazionale elevatissima, con Cina e USA che stanno accelerando e la Commissione teme di ritrovarsi come ultima ruota del carro. In verità già negli ultimi anni la strada per uno sviluppo tecnologico dell’Unione europea è stata aperta con il varo dell’Agenda digitale (diventata un esempio per i Paesi membri) e il mercato interno digitale. Ovviamente avanzare in questi programmi dipende molto dalla concreta volontà degli Stati membri, cioè dei loro governi.

Lei nel suo ultimo libro afferma, tra l’altro, che la tecnologia informatica è un nuovo “potere” perché è inafferrabile, estremamente sofisticata da gestire, ha una capacità di infiltrazione fortissima con conseguenze anche distruttive e, infine, ha un’evoluzione rapidissima. Come prepararsi e gestire tutto ciò?

Anche in passato chi aveva la tecnica aveva il potere: la differenza è che oggi le nuove tecnologie sono estremamente più sofisticate e, quindi, più difficili da dominare. Il mio messaggio è chiaro: il pubblico potere, intendo le istituzioni democratiche, deve appropriarsi dello strumento tecnologico, in qualche modo dominarlo e non vederlo solo come un fattore ausiliario. E questo significa investire moltissimo in risorse umane e finanziarie. Affermare che “non ci sono” risorse è suicidare il futuro della democrazia. Tutte le innovazioni dell’attività politica e amministrativa dipendono dalla tecnologia.

Come trovare il giusto equilibrio, tra I benefici e gli inevitabili effetti negativi?

Il giusto equilibrio lo si trova, a mio parere, cambiando il modo di pensare e quindi non considerare i cosiddetti “effetti negativi” inevitabili e del tutto nocivi. Il vero e unico elemento “negativo” è l’asimmetria, cioè avere una situazione in cui in un mondo digitalizzato ci sia una larga fascia di cittadini, o di politici, che siano analfabeti tecnologici. Questo li escluderebbe da tutti i benefici, emarginandoli. L’impegno, soprattutto delle istituzioni pubbliche, è quello di fare progredire rapidamente l’alfabetizzazione tecnologica. Per quanto riguarda gli altri effetti negativi io credo bisognerebbe considerarli come una opportunità…

Per quanto riguarda l’applicazione della “E” alla democrazia, alla partecipazione e alle istituzioni, ritiene che la piattaforma Rousseau sia uno dei primi casi di questa applicazione? Resterà un caso isolato o il primo di una lunga serie?

Non posso pronunciarmi seriamente sulla piattaforma Rousseau perché conosco solo quello che leggo sui giornali, dove non mancano critiche anche importanti, sia da un punto di vista tecnico che della gestione. Considero, però questa piattaforma come un’esperienza che stimola a trovare nuove vie di partecipazione. Ma non è un caso isolato: il Parlamento europeo ha dato mandato di creare una piattaforma di e-participation per i cittadini, cosa che abbiamo fatto con i colleghi dell’Ufficio delle pubblicazioni. E il risultato è ora al vaglio del livello politico… Su un piano più generale, comunque, credo che la e-democracy, la democrazia digitale, non sia la stessa cosa della democrazia diretta, bensì un livello più avanzato e responsabile di democrazia moderna dove trasparenza, accesso ai documenti, tutela della privacy e partecipazione (nel senso proprio del termine) siano valorizzati come un ampliamento dei confini della democrazia rappresentativa. L’uomo da sempre ha cercato innovazioni.

Oggi però teme la tecnologia moderna perché potrebbe prendere il sopravvento. Timori fondati?

Totalmente infondati. Le solite paure dai tempi di Icaro.

A quali progetti sta lavorando?

Dopo aver portato il Parlamento europeo a uno dei livelli al mondo più tecnologicamente avanzati e averlo fatto affermare come attore di collaborazione con le grandi organizzazioni internazionali, come ONU e IPU, sono stato inviato all’Istituto Universitario Europeo di Firenze per studiare quali possano essere i metodi di lavoro più adatti ad una istituzione come il PE in un mondo in rapidissimo cambiamento. Le tecnologie, naturalmente, hanno un ruolo centrale, ma devono inserirsi in un discorso più ampio di sviluppo manageriale e di adeguamento politico. E’ una bella sfida tentare di rendere le tecnologie parte integrante (non più esogena, quindi) della gestione di una istituzione pubblica sovranazionale. Mi auguro, così, di offrire un contributo al Parlamento del dopo elezioni.

 

di Ilaria Galateria


Giancarlo Vilella: La tecnologia del Parlamento Europeo - Ultima modifica: 2019-03-10T07:57:01+00:00 da Francesco Marino

Giornalista esperto di tecnologia, da oltre 20 anni si occupa di innovazione, mondo digitale, hardware, software e social. È stato direttore editoriale della rivista scientifica Newton e ha lavorato per 11 anni al Gruppo Sole 24 Ore. È il fondatore e direttore responsabile di Digitalic

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