Il paradigma del cloud negli ultimi 10 anni si è trasformato rapidamente. A che punto siamo in Europa? Cosa manca al nostro mercato e quali dovrebbero essere in questo momento le priorità per i CIO? Abbiamo intervistato Mariano Cunietti, CTO di EnterCloudSuite.

Mariano Cunietti, CTO di EnterCloudSuite

Mariano Cunietti, CTO di EnterCloudSuite

Qual è il panorama attuale del cloud?

Dal punto di vista globale, stiamo assistendo a una serie di fusioni e accorpamenti importanti. I grossi player stanno puntando a costruire ciascuno un ampio ecosistema, per fornire un’intera gamma di servizi diversificati in ottica di one-stop shop. Citiamo ad esempio i due grandi nomi: AWS e Microsoft con Azure, entrambi dei colossi che affrontano il mercato con due approcci diametralmente opposti. Il primo punta su un’attenzione agli sviluppatori maniacale, basti pensare che al momento ha 104 servizi attivi e ha sviluppato un’offerta che permette di integrarli eseguendo direttamente codice nella piattaforma. Il secondo ha in più una forza commerciale capillare che gli permette di mettere a profitto la sua offerta tecnologica. Ma anche IBM con la recente acquisizione di RedHat sembra non voler rinunciare alla competizione.

Siamo entrati nell’era serverless… cosa significa?

I cloud provider puntano su servizi che si disinteressano del server sottostante. L’elaborazione serverless, di cui il FaaS (Function as a Service) è un esempio, consente di creare ed eseguire applicazioni senza dover gestire alcun server. Questo rende più semplice, per gli sviluppatori, integrare soluzioni in modalità plug & play.

Gli sviluppatori potranno concentrare la propria attenzione sul proprio prodotto invece che su gestione e funzionamento di server e di middleware come web server o database. L’altro lato della medaglia, però, è che solo i grandi player hanno la disponibilità di tutti questi servizi. Amazon ha Lambda, Google ha Cloud Functions, Microsoft ha Azure Functions; poche righe di codice e si collegano tra loro decine di servizi complessi.

In questa rosa di grandi nomi manca un player europeo…Questa è, a mio avviso, la nota dolente: in Europa un player di questo tipo non c’è. Purtroppo, per via anche di un pesante fenomeno di “cloud washing”, da noi si parla troppo spesso di cloud anche in relazione a outsourcing e/o virtualizzazione, e questo non aiuta a comprendere le specificità di ciascun servizio.In Europa, con le nostre competenze, è assurdo che non si riesca a portare avanti un progetto economicamente sostenibile per rispondere a questo oligopolio di fatto americano. Dovremmo individuare gli spazi, le esigenze e le necessità che per dimensioni e per cultura le grandi aziende della Silicon Valley non sono in grado di intercettare. OVH è l’unica realtà europea che ci sta provando seriamente.

Perché è importante avere un’alternativa europea?

In Europa siamo 500 milioni di persone, siamo il mercato più grande dell’Occidente, con tantissime eccellenze che finiamo per esportare. L’Europa inoltre ha sempre messo i diritti del cittadino al primo posto, prima di quelli del consumatore. È un approccio culturale importante, che si basa sulla trasparenza, come sottolinea il GDPR. Amazon, ma non solo, attinge al mondo open source ma non è altrettanto trasparente nella gestione dei dati: non posso verificare quale codice esegue sulle sue piattaforme.

In Europa abbiamo piccole aziende, come Enter e molte altre ancora più innovative: ognuno sperimenta e sviluppa soluzioni, ma se non si riesce a scalare è difficile competere. Spesso i clienti scelgono nome e dimensione come se fossero garanzie di qualità. Non è sempre vero oppure non sempre il più avanzato sul mercato è quello giusto per noi.

Avere un cloud europeo rientra quindi in un discorso strategico industriale ed economico. Con le comunità open source e collaborative, l’Europa potrebbe sostenere un progetto di cloud collaborativo basato su codice sviluppato dalle medesime aziende e associazioni europee che lo utilizzano. In altre parole: saremmo insieme cittadini e costruttori delle nostre città digitali, e questo penso sarebbe la massima espressione di “europeismo” possibile. Nessun player globale ad oggi permetterebbe questo livello di partecipazione. Gli strumenti e le metodologie ci sono e hanno ormai almeno quasi vent’anni di rodaggio sulle spalle (Linux, Openstack etc), la lezione della Silicon Valley su cura del prodotto e dei clienti l’abbiamo imparata: ora si tratta solo di iniziare a progettare il futuro.

Il mercato ha vissuto un’evoluzione molto veloce. Con quali conseguenze?

Direi che il principale effetto del cloud è una maggior velocità nel rilascio di funzionalità all’utente finale, minor distanza tra i feedback degli utenti e la loro rielaborazione (iterazioni veloci), maggior controllo del business sulla sua applicazione tecnologica, che è poi la nuova supply chain digitale.Tanti sviluppatori sono interessati a questo mondo in costante evoluzione. La domanda però non è preparata, va educata: i vendor possono fare la differenza. Tutto però deve partire dall’ascolto dei clienti e dalla comprensione di cosa vogliono e possono fare veramente.

In tutto questo, a che punto sono le Istituzioni sul Cloud?

Da un lato, la Comunità Europea è legata a linee strategiche fissate nel 2012, ma negli ultimi anni i paradigmi sono cambiati e quindi necessitano di aggiornamenti. Credo che una seria strategia del cloud europeo andrebbe aggiornata ogni due, tre anni massimo. Le istituzioni sono conservatrici per mancanza di conoscenza del fenomeno. Bisogna parlare, loro ascoltano. Dall’altro lato, invece, in Italia vantiamo delle linee guida molto innovative. Tutte pubbliche e collaborative, sono state scritte dal Team per la Trasformazione Digitale, sotto la guida di Diego Piacentini prima, e ora di Luca Attias, e incoraggiano l’open source e il riuso di software, anche proprietario.

Quali sono le priorità per le aziende italiane nel cloud?

Credo sia importante ristabilire le priorità. Blockchain, Machine Learning e AI stanno distraendo i CIO. Certo, sono temi importanti, ma avranno un impatto concreto non prima di 4-5 anni: manca una filiera. Sarebbe più opportuno concentrarsi sui problemi odierni. Fare innovazione significa trovare uno spazio di miglioramento per sé e per i propri clienti. Il che non necessariamente implica l’utilizzo di tecnologie all’ultimo grido. Ecco perché come Enter ci concentriamo sulle metodologie e sui processi, cercando di renderli più semplici e più accessibili.

Voi come Enter cosa proponete?

Noi abbiamo costruito un sistema software che automatizza le operazioni dei sistemisti, al servizio dei nuovi modelli di sviluppo del codice in ottica di Continuous Deployment. Automium è una piattaforma software sviluppata all’interno di Enter Cloud Suite (il cloud Open di Enter/Irideos) che permette di disegnare mediante dashboard o API delle architetture cloud-native complesse, deployarle su istanze server o bare metal o container, installare e configurare sistemi operativi e middleware necessari a eseguire l’applicazione cloud del cliente. Automium semplifica la maggior parte delle attività di definizione, aggiornamento e gestione di una infrastruttura applicativaInoltre, poiché l’utente stesso dichiara quali servizi vuole attivare, è fin da subito chiaro come configurare monitoraggi, metriche, allarmi, raccolta log, autenticazione, automatizzando tutti i servizi di contorno. Tutte le configurazioni vengono definite secondo standard open source (Ansible, Terraform) e archiviate in un repository Git dove il cliente può scaricarli, leggerli o modificarli liberamente.Il cuore di un’infrastruttura cloud non è il provider, ma l’automazione.

Automium è il risultato di anni di studio e ricerca e competenze acquisite. Aiutiamo i clienti a fare un percorso di miglioramento, obiettivo, di performance, efficienza e costi di esercizio. Per poter pensare al business e non alle macchine.

Cloud Tig intervista Mariano Cunietti

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