Cimice in OpenAI: un ingegnere saudita accusato di aver nascosto un registratore nella sala dei dirigenti, tradito dalla cronologia dell’assistente AI.
Un ingegnere di OpenAI, il saudita Abdulrahman Alfozan, 35 anni, è accusato dai procuratori federali di San Francisco di aver nascosto un registratore audio nella sala riunioni dei dirigenti, nella sede centrale dell’azienda. Il dispositivo è stato trovato il 30 settembre 2026 dietro un televisore, infilato in una porta USB e avvolto nella carta igienica; l’FBI ha arrestato Alfozan il 9 ottobre e il 19 ottobre un giudice federale ha stabilito che resterà in carcere fino al processo. Il caso riguarda da vicino chiunque guidi un’azienda per il modo in cui l’accusa ha ricostruito il piano: attraverso la cronologia dell’assistente AI che OpenAI mette a disposizione dei suoi dipendenti.
L’imputazione, per ora, è una sola: aver tentato di intercettare comunicazioni orali con un dispositivo nascosto, un reato per cui la pena massima prevista è di cinque anni. Alfozan non è accusato di spionaggio né di furto di segreti industriali e, fino a una sentenza, è presunto innocente.
Questo articolo è tratto da una puntata di DigitMondo, il podcast di Digitalic scritto e condotto da Francesco Marino: La cimice nella carta igienica. Tutti gli episodi sono nella pagina Podcast DigitMondo, tutte le puntate.
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Il registratore dietro il televisore
Secondo la ricostruzione dei procuratori, il registratore era stato installato intorno al 28 settembre; a trovarlo, due giorni dopo, è stata la squadra interna di OpenAI che si occupa delle bonifiche dalle apparecchiature di sorveglianza, durante un controllo di routine della sala. L’azienda lo ha descritto come un dispositivo sofisticato, progettato per sfuggire ai controlli e dotato di cifratura avanzata: i file nella sua memoria sono illeggibili, e quello che il microfono ha catturato in quei due giorni, ancora oggi, nessuno lo conosce.
I dipendenti non lo hanno rimosso. OpenAI ha avvisato l’FBI e ha installato una telecamera nella stanza, che fino a quel momento non ne aveva; il 5 ottobre quella telecamera ha ripreso Alfozan mentre entrava e controllava il retro del televisore. Lo stesso giorno, in un altro locale dell’edificio, il personale ha trovato una borsa incustodita con dentro il suo portafoglio, i suoi documenti e un secondo registratore, simile al primo. Secondo OpenAI, l’ingegnere aveva in programma di piazzarne altri in diverse zone degli uffici.
Le domande all’assistente AI
Le immagini mostrano un uomo che guarda dietro uno schermo; non dicono chi abbia costruito il registratore, né chi lo abbia nascosto. Le telecamere a circuito chiuso avevano ripreso Alfozan nei pressi della sala in diverse occasioni, nelle settimane precedenti, benché non avesse alcuna autorizzazione a entrarci. La parte più solida dell’accusa, però, viene da un’altra fonte: le richieste che i dipendenti rivolgono all’assistente di produttività basato sull’intelligenza artificiale, che conserva ogni domanda con l’account, la data e l’ora.
Secondo l’atto d’accusa, tra la metà di agosto e la metà di settembre Alfozan ha chiesto a quello strumento gli indirizzi degli edifici dell’azienda, l’elenco delle sale riunioni, la loro capienza, i calendari, i luoghi in cui si tenevano gli incontri dei vertici e quelli con i partner esterni; alcune ricerche contenevano identificativi tecnici riconducibili al dispositivo trovato in sala. Da un secondo account, intestato alla moglie ma con diversi elementi in comune con il suo, sono partite numerose domande su come costruire e installare registratori audio.
OpenAI ha dichiarato di aver usato i propri modelli anche per analizzare il dispositivo e risalire al dipendente che lo aveva piazzato pochi giorni prima. La stessa tecnologia, nella ricostruzione dell’accusa, avrebbe quindi aiutato a preparare il piano e poi a smontarlo; il registratore ha protetto il suo contenuto, mentre le domande sono rimaste in chiaro, nei registri.
Il punto riguarda direttamente le imprese che stanno distribuendo agenti AI ai dipendenti, collegati a calendari, documenti e applicazioni interne: Digitalic ne ha descritto il funzionamento analizzando ChatGPT Work e GPT-5.6, dove il controllo su quale contesto aziendale l’agente può usare è affidato agli amministratori.
Il biglietto di sola andata per Riad
Prima dell’arresto, Alfozan aveva prenotato per il 12 ottobre un volo di sola andata per l’Arabia Saudita, insieme alla moglie e al figlio di pochi mesi. L’FBI lo ha fermato il 9 ottobre, e lo stesso giorno OpenAI lo ha licenziato; il 10 ottobre la moglie e il bambino hanno lasciato comunque gli Stati Uniti, diretti a Doha. Secondo i procuratori, quei biglietti li ha pagati un militare saudita; la difesa contesta questa lettura.
L’avvocato di Alfozan, William Pernik, sostiene che il viaggio fosse stato prenotato prima che il suo assistito finisse sotto indagine, per ragioni familiari e legate ai permessi di soggiorno: la coppia, spiega, voleva trascorrere in Arabia Saudita i due mesi di congedo per la nascita del figlio, che è cittadino americano. Alfozan è residente permanente negli Stati Uniti dal 2020 e ha un colloquio per la cittadinanza fissato per il 6 novembre.
OpenAI ha comunicato di non avere indicazioni che l’ingegnere abbia avuto accesso in modo improprio ai pesi dei modelli, al codice sorgente o ai dati dei clienti, né che li abbia portati fuori dall’azienda.
Chi è Abdulrahman Alfozan

Il curriculum è quello che un’azienda della Silicon Valley cerca: una laurea in informatica al MIT, un master in data science a Berkeley, un periodo in Microsoft nel 2014, cinque anni in Meta come senior systems engineer, poi il ruolo di founding engineer in Nash, una startup di infrastruttura AI per la logistica. In OpenAI arriva a luglio del 2025, come responsabile tecnico sulla piattaforma degli agenti AI secondo il suo profilo LinkedIn; i procuratori riferiscono uno stipendio base di 325mila dollari, poi salito a 385mila, e azioni assegnate per 2,2 milioni.
Il dettaglio che ha spostato il caso dalla cronaca giudiziaria alla geopolitica è emerso dal sito di Raed Ventures, un fondo di venture capital di Riad. A febbraio del 2025 il fondo ha annunciato l’ingresso di Alfozan come venture partner, uno dei circa venti con questo ruolo, due giorni dopo quello del principe Khalid bin Bader Al Saud, membro della famiglia reale saudita. Il profilo dell’ingegnere è rimasto online anche dopo l’arresto. Non è chiaro se OpenAI fosse al corrente di questo incarico esterno, né se lo avesse autorizzato.
Un ex funzionario della CIA, sentito in forma anonima da CNBC, ha definito Raed un’emanazione dello Stato saudita; si tratta di una valutazione, non di un’accusa formale, e il dipartimento di Giustizia non contesta alcun illecito al fondo.
La dinamica ricorda da vicino un altro caso raccontato da DigitMondo, quello della talpa che ha dirottato verso la Cina i server con le GPU Nvidia: anche lì la falla decisiva era una persona che lavorava dentro l’azienda.
Le chat con un membro della famiglia reale
Il 18 ottobre, alla vigilia dell’udienza sulla custodia cautelare, i procuratori hanno depositato un documento per chiedere che Alfozan restasse in carcere. Secondo quel documento, tra il 2025 e il 2026 l’ingegnere ha avuto contatti frequenti su WhatsApp con un membro della famiglia reale saudita, di cui non viene fatto il nome. Questa persona gli avrebbe parlato di una nuova iniziativa saudita sull’intelligenza artificiale, chiedendogli di farne parte e domandandogli più volte quando avrebbe lasciato OpenAI; lui avrebbe risposto che aspettava la maturazione delle sue azioni.
“L’Arabia Saudita ha più bisogno di te degli Stati Uniti”, gli ha scritto a maggio del 2026. Alfozan ha risposto con un numero: 100. Per i procuratori significa sì.
Nello stesso documento, l’accusa sostiene che tra luglio e settembre Alfozan abbia usato l’assistente interno di OpenAI anche per informarsi sugli incontri dell’azienda con il governo saudita, tra cui chi avrebbe potuto partecipare a una riunione informale di alto livello con alcuni ministri. L’ultimo messaggio al membro della famiglia reale risale al 5 ottobre, il giorno in cui la telecamera lo ha ripreso dietro il televisore.
I procuratori non sostengono che quella persona gli abbia chiesto di piazzare il registratore o di sottrarre informazioni. La loro posizione è più sfumata: che l’ingegnere volesse registrare le riunioni per migliorare le proprie prospettive di carriera, per aiutare un governo straniero o per entrambe le ragioni, la condotta resterebbe comunque un reato.
Superintelligenza: la parola che alza la posta
Le dichiarazioni ufficiali hanno inquadrato il caso in termini di sicurezza nazionale. Il direttore dell’FBI, Kash Patel, ha parlato di un tentativo di catturare comunicazioni riservate sulla tecnologia di superintelligenza dell’azienda; il procuratore generale Todd Blanche ha scritto che il furto di proprietà intellettuale legata alla superintelligenza rappresenta una minaccia seria per il paese.
Quella parola ha una storia recente. A fine settembre 2026, pochi giorni prima della scoperta, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone alle agenzie federali di sostituire “intelligenza artificiale” con “super intelligenza” in documenti, comunicati e siti istituzionali. La definizione giuridica della tecnologia resta la stessa; cambia il registro con cui Washington ne parla, e un registratore in una sala riunioni diventa, nel linguaggio del governo, una questione che tocca la forza economica del paese.
Da Twitter a Google: i precedenti di San Francisco
Un caso che parte da un’azienda tecnologica di San Francisco e arriva a Riad ha già un precedente. Tra il 2013 e il 2015 Ahmad Abouammo gestiva per Twitter i rapporti con giornalisti e celebrità del Medio Oriente e del Nord Africa; secondo l’accusa americana fu avvicinato da Bader Al-Asaker, stretto consigliere del principe ereditario Mohammed bin Salman, e in cambio di un orologio di lusso e di 300mila dollari usò il suo accesso ai sistemi interni per cercare informazioni su utenti critici verso il governo saudita. Una giuria lo ha condannato nel 2022 e il giudice gli ha inflitto tre anni e mezzo; nel 2024 la corte d’appello ha confermato la condanna, ordinando di ricalcolare la pena.
A gennaio 2026, sempre a San Francisco, una giuria federale ha condannato l’ex ingegnere di Google Linwei Ding per spionaggio economico e furto di segreti industriali, legati all’infrastruttura con cui Google addestra i suoi modelli. Il caso Alfozan, per ora, ha un perimetro più stretto: non c’è un’accusa di spionaggio e gli atti non indicano alcun mandante.
Messi in fila, i tre casi mostrano però come cambia l’oggetto della ricerca. Dieci anni fa si cercavano i nomi dei dissidenti, nascosti dietro gli pseudonimi; poi i progetti, migliaia di pagine sull’infrastruttura dei modelli. Con il registratore dietro il televisore di OpenAI, secondo l’accusa, si cercavano le voci delle persone che decidono a chi vendere la tecnologia più contesa del momento.
Il prezzo di quella stanza: chip, Humain e gli accordi tra Washington e Riad
Per misurare il valore di quelle conversazioni bisogna tornare al maggio del 2025, alla visita di Trump nel Golfo. Alla vigilia del forum economico saudita-americano di Riad, il principe ereditario ha lanciato Humain, una società di intelligenza artificiale controllata dal fondo sovrano del regno e presieduta da lui stesso; nelle stesse ore Nvidia ha annunciato che avrebbe venduto all’Arabia Saudita centinaia di migliaia di chip, a partire da una prima fornitura di 18mila processori Blackwell destinati proprio a Humain. Dal viaggio Trump è tornato con la promessa di 600 miliardi di dollari di investimenti sauditi negli Stati Uniti.
A novembre 2025, dopo la visita del principe ereditario a Washington, il dipartimento del Commercio ha autorizzato l’esportazione di decine di migliaia di GPU Nvidia verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Chi riceve quei chip viene trattato come un alleato affidabile; chi ne resta escluso, come la Cina, prova a costruirsene di propri, con la strategia che Digitalic ha raccontato a proposito del piano cinese da 295 miliardi per i data center. Il Golfo, intanto, era diventato uno dei centri di gravità dell’espansione globale dell’AI, come mostra l’analisi sulle conseguenze tecnologiche della crisi di Hormuz.
In questo scambio c’è anche OpenAI, che nel 2026 è tornata a trattare con i fondi sovrani del Medio Oriente; nulla negli atti collega Alfozan a quelle trattative. Secondo i procuratori, però, nella sala in cui è stato trovato il registratore i dirigenti incontravano anche funzionari di governo, compresi i giorni in cui il dispositivo era acceso. Che cosa si sia detto lì dentro non si sa, e finché i file resteranno cifrati non si saprà; si capisce, invece, perché qualcuno potesse volerlo ascoltare.
Per un secolo l’Arabia Saudita è stata il paese in cui il mondo andava a comprare la risorsa più preziosa; oggi è Riad a comprare, con i proventi del petrolio, la potenza di calcolo che dovrebbe un giorno rendere il petrolio meno decisivo. In un mercato regolato da licenze di esportazione e accordi tra governi, la fiducia è la merce su cui si regge tutto il resto.
Cosa insegna il caso alle aziende
La prima lezione riguarda gli assistenti AI distribuiti ai dipendenti. In questo caso la loro memoria ha permesso di ricostruire un piano in pochi giorni; nello stesso tempo, secondo l’accusa, l’assistente ha fornito indirizzi, capienze e calendari a una persona che non aveva alcun titolo per entrare in quella sala né per partecipare a quelle riunioni. Il principio del privilegio minimo, che si applica da anni agli accessi delle persone, va esteso agli agenti: ciò che un assistente può leggere deve coincidere con ciò che il dipendente che lo interroga è autorizzato a sapere.
Lo stesso vale per i log. Stabilire chi può consultarli, per quanto tempo vengono conservati e con quali garanzie è una decisione di governance che spetta a CIO, CISO e responsabili della protezione dei dati: un archivio capace di ricostruire un’operazione di intercettazione è anche, potenzialmente, uno strumento di sorveglianza sui dipendenti molto più invasivo di qualunque microfono. Le regole su conservazione e uso dei dati nei diversi piani sono riassunte nella guida a ChatGPT di Digitalic.
La seconda lezione riguarda la minaccia interna. Nessun firewall avrebbe fermato un dispositivo infilato nella porta USB di un televisore; lo ha trovato una bonifica fisica, programmata e svolta da personale specializzato. Le sale in cui si prendono le decisioni strategiche vanno trattate con lo stesso rigore riservato alle sale server, con controlli periodici e accessi tracciati, dentro una strategia di cybersecurity che consideri le persone e gli spazi fisici, oltre alle reti.
Un segreto affidato a una macchina
All’udienza del 19 ottobre Alfozan si è presentato con la tuta arancione del carcere. La difesa ha chiesto gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, offrendo come garanzia beni per circa un milione di dollari, e il consolato saudita di Los Angeles si è detto disposto a pagare l’intera cauzione. Il giudice Alex G. Tse ha respinto la richiesta: il sostegno saudita gli è sembrato una garanzia senza limiti, il licenziamento ha tolto all’imputato il lavoro che lo legava alla California, e tra Stati Uniti e Arabia Saudita non esiste un trattato di estradizione. Il rischio di fuga, ha concluso, è significativo.
Nel mondo arabo circola da secoli una massima attribuita ad Ali, cugino e genero del profeta Maometto: il tuo segreto è il tuo prigioniero, ma se lo riveli diventi tu il suo prigioniero. Secondo l’accusa, Alfozan ha cifrato tutto quello che poteva cifrare; il suo segreto non lo ha rivelato a nessuna persona, lo ha consegnato, senza rendersene conto, a un software che lo ha conservato con il suo nome, la data e l’ora. Ogni giorno milioni di persone scrivono a un assistente AI cose che non direbbero al proprio capo o al proprio avvocato, e le aziende stanno appena cominciando a decidere chi potrà rileggerle.
La prossima udienza è fissata per il 6 novembre, lo stesso giorno del colloquio con cui Alfozan avrebbe dovuto diventare cittadino americano.
Fonti
- San Francisco Standard: l’arresto e l’atto d’accusa
- Associated Press: la scoperta del dispositivo e la dichiarazione di OpenAI
- Fortune: chi è Alfozan e il ruolo in Raed Ventures
- San Francisco Standard: le chat con il membro della famiglia reale
- KQED: l’udienza e il no alla cauzione
- The Next Web: l’ordine esecutivo sulla “super intelligenza”
- Reuters via Global News: la condanna di Ahmad Abouammo
- TechSpot: la condanna di Linwei Ding
- Money.it: Humain e l’accordo sui chip Nvidia del maggio 2025
- Fortune Italia: Humain e l’autorizzazione all’export di novembre 2025