OpenAI ha presentato a Milano i dati di una ricerca su 1.000 decisori di piccole e medie imprese italiane. Il risultato centrale è 5,2 ore risparmiate a settimana da chi usa già strumenti di intelligenza artificiale. Ma dietro quel numero c’è una storia più complessa, fatta di un divario che si allarga tra chi sta costruendo vantaggio competitivo e chi è ancora fermo alla sperimentazione occasionale
L’AI fa risparmiare 270 ore all’anno alle PMI, praticamente 5 alla settimana, 1 al giorno e non è la proiezione ottimistica di un modello economico costruito per giustificare un abbonamento: è il dato medio che emerge dalla ricerca condotta da OpenAI su un campione di 1.000 decisori di PMI italiane, presentata il 15 maggio 2026 a Milano in occasione del lancio operativo dello SME AI Accelerator. Chi usa strumenti di intelligenza artificiale nel proprio lavoro risparmia in media 5,2 ore a settimana. Moltiplicato per cinquanta settimane lavorative, il conto è presto fatto.
Il numero colpisce non per la sua dimensione, ma per ciò che rivela su una trasformazione che molti continuano a trattare come imminente, mentre in realtà è già in corso. Le PMI italiane che hanno integrato l’IA nelle attività quotidiane non stanno aspettando il futuro: lo stanno costruendo ogni lunedì mattina, ogni volta che aprono uno strumento per sintetizzare un documento, generare una bozza di proposta o rispondere a una richiesta in una lingua che non è la loro.

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Ricerca OpenAI: AI l’adozione che avanza, ma non a velocità uniforme
Il 79% dei decisori nelle PMI italiane dichiara di usare già strumenti di intelligenza artificiale nel proprio lavoro. La ricerca, condotta da Opinium tra il 28 febbraio e il 10 marzo 2026, fotografa uno stato consolidato, non un entusiasmo di fase. Il 76% degli utilizzatori interagisce con i tool di IA almeno una volta a settimana, con un utilizzo che si concentra su attività operative precise: ricerca e sintesi di informazioni (43%), redazione di comunicazioni (31%), preparazione di proposte o contenuti di marketing (29%).
Questi numeri si leggono meglio accostati ai dati dell’EY Italy AI Barometer nella sua seconda edizione, che rileva come in Italia l’utilizzo di strumenti di IA sul lavoro sia passato dal 12% del 2024 al 46% del 2025. Una crescita quasi quadruplicata in dodici mesi, che attraversa tutta la forza lavoro e non si limita al perimetro delle grandi imprese tecnologiche. Il trend che OpenAI certifica nel campione PMI non è un fenomeno isolato: è parte di un cambio strutturale nel modo in cui le organizzazioni italiane si rapportano alla tecnologia cognitiva.
L’adozione però non è uniforme. Tra le imprese di medie dimensioni arriva al 91%, mentre tra i lavoratori autonomi scende al 68%. Non è una questione di accesso agli strumenti, perché molti sono gratuiti o accessibili a costi minimi. Il nodo è più sottile: mancano tempo, competenze, un quadro di riferimento condiviso dentro cui usarli con coerenza. Una ricerca esclusiva condotta da Digitalic sull’intelligenza artificiale nel canale IT aveva già identificato questa frattura, rilevando come il cliente finale non voglia comprare tecnologia ma risultati: processi automatizzati, decisioni più rapide, costi ridotti. I dati di OpenAI trasformano quella percezione in evidenza statistica.
Ricerca OpenAI: dove va il tempo risparmiato
Il 96% di chi usa l’IA dichiara di risparmiare tempo. La quasi unanimità del dato la dice lunga sulla concretezza del beneficio. Ma la domanda che conta non è quanto tempo si risparmia, bensì dove quel tempo viene reinvestito. La ricerca risponde con una ripartizione che smonta la narrativa della pigrizia tecnologica: il 38% usa il tempo liberato per migliorare prodotti e servizi, il 26% lo dedica al pensiero creativo, il 25% alla pianificazione strategica.
Non è la descrizione di un’organizzazione che delega all’IA per fare meno. È la descrizione di un’organizzazione che usa l’IA per fare meglio ciò che già sa fare. Il 61% dei decisori afferma che l’intelligenza artificiale li rende più efficaci nel proprio ruolo: non più veloci su compiti indifferenziati, ma più capaci nelle aree che richiedono giudizio, relazione, expertise specifica. È esattamente questa la logica con cui abbiamo analizzato su Digitalic i tre scenari futuri tra AI e lavoro: il percorso più probabile per le PMI italiane non è la sostituzione, ma la redistribuzione del valore verso chi sa amplificare con gli strumenti ciò che già possiede.
Il divario che si allarga: competenze, policy e struttura
Il 46% delle PMI ha in programma di espandere l’utilizzo dell’IA nei prossimi 90 giorni. Un segnale di dinamismo, certamente. Ma le barriere che frenano questa espansione sono precise e non scompaiono da sole: il 27% cita il divario di formazione e competenze, il 27% le preoccupazioni legate a privacy e sicurezza, il 18% la mancanza di tempo per strutturare correttamente l’adozione.
Il dato più significativo arriva però da un’altra misurazione: solo il 37% delle PMI dispone di una policy formale sull’uso dell’IA. Il 63% restante naviga in un territorio dove i singoli collaboratori usano gli strumenti in autonomia, senza standard condivisi, senza presidio sulla qualità degli output, senza coerenza nei processi. L’IA è entrata dalla porta di servizio in molte organizzazioni: un commerciale che usa ChatGPT per le presentazioni, un responsabile acquisti che sintetizza documenti, un amministrativo che genera report. Tutto utile, tutto frammentato.
Questo scenario genera un rischio che non appare nei grafici sulla produttività: quando la competenza nell’uso degli strumenti è distribuita in modo disomogeneo tra le persone, il risparmio di tempo varia enormemente da individuo a individuo, e in alcuni casi si trasforma in lavoro da rifare. Gli strumenti AI gratuiti accessibili anche alle piccole imprese abbassano la barriera di ingresso, ma non costruiscono da soli la competenza organizzativa necessaria per un utilizzo strutturato.
La questione normativa aggiunge un livello di urgenza che molte PMI non hanno ancora percepito. L’AI Act europeo e la legge italiana 132/2025 che regola le normative AI per le PMI impongono obblighi di trasparenza e tracciabilità dei dati che un utilizzo informale, per definizione, non rispetta. Non si tratta di sanzioni immediate nella maggior parte dei casi, ma di un’esposizione crescente man mano che l’utilizzo diventa parte integrante dei processi aziendali. Chi costruisce governance oggi avrà un vantaggio significativo quando i controlli si intensificheranno.
OpenAI SME AI Accelerator e la scommessa della capillarità
OpenAI ha scelto l’Italia come caso studio europeo per una ragione che ha tutto a che fare con la struttura dell’economia nazionale. Secondo i dati della Commissione europea, l’Italia si posiziona al 18° posto su 27 paesi UE per adozione dell’IA nelle imprese, pur mantenendo risultati superiori alla media europea nell’adozione del cloud e nella digitalizzazione di base. Il potenziale infrastrutturale c’è: ciò che manca è il salto verso l’intelligenza artificiale applicata ai processi.
Lo SME AI Accelerator nasce da un Memorandum di Intesa tra OpenAI, Confartigianato Imprese e Booking.com. Il programma combina eventi in presenza, workshop operativi e risorse disponibili attraverso la piattaforma OpenAI Academy, senza richiedere competenze tecniche pregresse e a partecipazione gratuita. L’evento di Milano del 15 maggio è stato il primo appuntamento, con centinaia di PMI già candidate nelle settimane precedenti al suo avvio. L’iniziativa fa parte di un piano europeo che punta ad accompagnare 20.000 PMI in sei paesi: Francia, Germania, Italia, Polonia, Irlanda e Regno Unito.
La variabile che rende il progetto italiano diverso dagli analoghi europei è la presenza di Confartigianato: 700.000 imprese, 104 associazioni provinciali, oltre 1.200 sedi territoriali distribuite in tutto il paese. Questa capillarità trasforma un programma di formazione digitale in qualcosa di più ambizioso: un tentativo di portare l’IA dove nessun tool gratuito da solo arriva, nel laboratorio artigiano di provincia, nel piccolo studio professionale, nella bottega con cinquant’anni di storia e zero budget per la consulenza tecnologica.
Rino Mura, EMEA Partnerships di OpenAI, ha identificato il punto critico con precisione: per le realtà più piccole la sfida non riguarda l’accesso alla tecnologia, ma il tempo, le competenze e la chiarezza su come applicarla in modo coerente con le attività quotidiane. Tradotto: il problema non è lo strumento, è il percorso. Ed è esattamente sul percorso che il programma prova a intervenire.
Ricerca OpenAI cosa rimane aperto
I dati di questa ricerca descrivono uno stato di fatto già rilevante e una traiettoria di crescita che non si fermerà. Il 46% che prevede di espandere l’utilizzo nei prossimi 90 giorni significa che entro la fine dell’estate 2026 le PMI italiane che usano attivamente l’IA saranno molte di più di quelle censite a marzo.
PMI stanno adottando in massa l’intelligenza artificiale, la domanda è se lo faranno in modo strutturato, con policy, competenze e governance adeguate, oppure se l’espansione continuerà lungo la traiettoria informale, diciamo così, che caratterizza oggi il 63% delle imprese. Nel primo caso, il risparmio di 270 ore all’anno diventa vantaggio competitivo sistematico. Nel secondo, rimane un beneficio individuale distribuito in modo casuale, difficile da misurare e ancora più difficile da scalare.
L’analisi di come l’intelligenza artificiale sta già ridefinendo quale parte del lavoro umano rimane necessaria mostra che le imprese che costruiscono questa capacità in modo intenzionale e strutturato stanno creando un gap difficile da colmare per chi aspetta. Le PMI italiane che hanno fatto il passo lo sanno. Quelle che non lo hanno ancora fatto stanno cedendo tempo, non solo ore.