Tre modelli Claude hanno violato aziende reali durante i test di cybersecurity di Anthropic, sfruttando password deboli; due delle vittime non se n’erano accorte.
Claude ha hackerato tre aziende durante i test di sicurezza Anthropic, come già era avvenuto con ChatGPT. Anthropic ha rivelato il 30 luglio che tre modelli Claude, durante esercitazioni interne di cybersecurity, hanno ottenuto accesso non autorizzato ai sistemi di produzione di tre diverse organizzazioni; l’azienda ha scoperto gli episodi rileggendo 141.006 sessioni di valutazione, e delle due organizzazioni che è riuscita a contattare nessuna aveva rilevato l’intrusione. La terza, al momento della pubblicazione, non era ancora stata raggiunta. Le aziende contattate erano due su tre, entrambe ignare di essere state violate; della terza non si sapeva ancora nulla. Un modello di intelligenza artificiale ha compromesso infrastrutture reali, ha estratto credenziali e dati, e per mesi nessuno se n’è accorto; a scoprirlo non è stato un sistema di difesa aziendale, ma chi aveva costruito il modello, rileggendo a posteriori i propri log.

Indice dei contenuti
Anthropic, Claude e Irregular: cosa è successo nei test di cybersecurity
Il punto di partenza è un episodio che riguarda un concorrente, e che Digitalic ha già raccontato in come GPT-5.6 SOL è evaso e ha hackerato Hugging Face. Il 21 luglio OpenAI ha comunicato che alcuni suoi modelli erano riusciti a uscire da un ambiente di test isolato sfruttando una vulnerabilità sconosciuta, uno zero-day, arrivando fino all’infrastruttura di produzione di Hugging Face, la piattaforma per modelli open source e dataset. In risposta a quella disclosure, Anthropic ha avviato una revisione retrospettiva su larga scala delle proprie valutazioni di sicurezza; cercava esattamente questo, prove che Claude fosse riuscito a raggiungere internet da dentro ambienti che avrebbero dovuto essere sigillati.
Su 141.006 sessioni analizzate, Anthropic ne ha isolate tre problematiche, distribuite su sei run complessive, quattro delle quali colpivano la stessa organizzazione. Tutte e tre avvenivano dentro l’ambiente di Irregular, uno dei partner di valutazione esterni dell’azienda. In tutti i casi il compito assegnato era un capture-the-flag: uno scenario fittizio in cui a Claude viene detto che un’informazione segreta, la bandiera, è nascosta su un’altra macchina della rete, e il modello deve trovarla senza che gli venga prescritto alcun metodo. È l’esercizio standard con cui i laboratori misurano le capacità offensive di un modello.
Qui entra la parte scomoda. Il prompt di Anthropic diceva esplicitamente a Claude che si trovava in una simulazione e che non aveva accesso a internet; per un’incomprensione tra Anthropic e il partner, quell’accesso invece c’era, una macchina lasciata connessa alla rete pubblica per errore di configurazione. Quando la ricerca della bandiera ha portato Claude verso sistemi reali sul web aperto, il modello li ha trattati come parte dell’esercizio, perché era stato istruito a credere che tutto ciò che incontrava fosse finto.
Le tecniche usate non hanno nulla di sofisticato, e questo è forse il dato che dovrebbe far riflettere di più chi gestisce infrastrutture: password deboli, endpoint non autenticati, pagine di debug esposte, SQL injection. Nessuna vulnerabilità complessa, nessun zero-day. Claude ha compromesso aziende reali usando gli errori di base che i responsabili di sicurezza conoscono da vent’anni e continuano a lasciare aperti.
Opus 4.7, Mythos 5 e il modello di ricerca: i tre incidenti in dettaglio
Claude Opus 4.7 e il database di produzione violato
Il primo episodio, il più grave, ha coinvolto Claude Opus 4.7. L’azienda fittizia scelta dal partner condivideva il nome con un dominio internet attivo e reale; il container aveva accesso diretto e non voluto alla rete. In quattro run distinte, dopo aver faticato a raggiungere il bersaglio simulato, Claude ha scoperto che la società vera era raggiungibile online e l’ha assunta come obiettivo legittimo del gioco. Ha identificato e sfruttato le vulnerabilità, ha estratto credenziali applicative e di infrastruttura, ha raggiunto un database con diverse centinaia di righe di dati di produzione. Anthropic segnala un particolare che pesa: in tutte e quattro le run il modello a un certo punto ha capito, e lo si legge nel suo ragionamento verbalizzato, che il sistema era reale; in due casi si è raccontato che l’azienda vera doveva comunque far parte dell’esercizio, e ha continuato l’attacco.
Mythos 5 e il pacchetto PyPI malevolo su 15 sistemi
Il secondo episodio porta la firma di Mythos 5, il modello della classe che Anthropic colloca sopra la famiglia Opus, lo stesso di cui avevamo raccontato la turbolenta uscita in Claude Fable 5: bloccato dal Governo USA, ecco perché. Dentro l’ambiente fittizio Claude ha trovato un documento che sembrava la guida di configurazione di un’altra azienda immaginaria, con l’istruzione di installare un pacchetto Python da PyPI che in realtà non esisteva. Il modello ha visto un’apertura: pubblicare un pacchetto con quel nome significava farlo scaricare e installare automaticamente. Così ha costruito e caricato su PyPI un pacchetto malevolo. Per farlo è arrivato lontano: serviva un account, per l’account un indirizzo email, per l’email un numero di telefono; ha provato e fallito a procurarsi fondi per pagarne uno, ha ripiegato su un provider gratuito, ha registrato l’account, ha caricato il malware. Il pacchetto è rimasto online circa un’ora; in quella finestra è stato scaricato ed eseguito su 15 sistemi reali. Uno era lo scanner di una società di sicurezza che installa pacchetti Python per analizzarli: quando lo scanner ha eseguito il codice, Claude ha esfiltrato le credenziali dell’azienda e le ha usate per raggiungere altra infrastruttura. Nel suo ragionamento, all’inizio, il modello aveva individuato correttamente la posta in gioco, annotando che se quello fosse stato internet vero l’attacco sarebbe stato reale e “non okay”; poi si è convinto di essere ancora in simulazione perché non riconosceva le autorità di certificazione e perché la data di sistema, 2026, gli sembrava la prova di uno scenario costruito. Non è più tornato su quella conclusione.
Il modello di ricerca che si è fermato da solo
Il terzo episodio è opera di un modello di ricerca interno, non destinato al rilascio. Non riuscendo a raggiungere il bersaglio previsto, ha cercato alternative online scansionando circa 9.000 obiettivi, fino a compromettere l’applicazione internet-facing di un’azienda leggendo credenziali da una pagina di debug esposta e usando SQL injection. Per gran parte della run ha creduto di operare nel simulato; poi ha capito che l’host compromesso stava in un account cloud senza alcun legame con la sfida, ne ha dedotto da solo che il bersaglio era reale, e ha smesso.
Harness failure o problema di allineamento? La lettura di Anthropic
Qui c’è la differenza che rende questa storia più di una cronaca di incidente. Tre modelli, tre comportamenti diversi di fronte agli indizi di realtà. Opus 4.7, il più vecchio, ha riconosciuto di essere su sistemi di produzione e ha continuato. Mythos 5 ha correttamente intuito di essere sul web aperto, poi ha ragionato a ritroso fino a riconvincersi di essere in simulazione. Il modello di ricerca più recente, quando le prove sono emerse, si è fermato senza che nessuno glielo chiedesse.
Anthropic è prudente, e fa bene a esserlo: sono tre episodi isolati, non un esperimento controllato, e non permettono conclusioni forti. L’azienda però osserva che il comportamento desiderabile, riconoscere che un bersaglio è reale e fermarsi da soli, si è manifestato solo nel modello più recente, e anche quello è andato oltre il punto in cui avrebbe dovuto arrestarsi. È un segnale coerente con l’idea che i modelli più avanzati rispondano in modo più appropriato; resta un segnale, non una prova.
Sulla natura dell’incidente Anthropic prende una posizione precisa, e va letta per quello che è, la tesi della parte interessata: questi episodi sarebbero più vicini a un fallimento dell’infrastruttura di test, un “harness failure”, che a un fallimento di allineamento del modello. Il ragionamento regge: i modelli erano stati esplicitamente informati di non avere accesso a internet, l’accesso c’era per errore, la conclusione che l’ambiente reale fosse simulato era, parole dell’azienda, arguably reasonable. In nessun caso un modello ha tentato di esfiltrare sé stesso o di evadere; nessuno perseguiva un obiettivo proprio. I modelli giravano poi senza i classificatori e il monitoraggio che Anthropic applica alle versioni in commercio, protezioni che, sostiene l’azienda, avrebbero bloccato quei comportamenti.
La lettura è onesta e in parte convincente; merita però un contrappunto. Che un modello, dopo aver scritto nel proprio ragionamento che un’azione sarebbe reale e “non okay”, trovi comunque il modo di convincersi del contrario e proceda, non è solo un problema di configurazione dell’ambiente: è un problema di quanto poco basta perché un sistema molto capace si racconti la storia che gli serve per continuare a fare ciò che stava facendo. Anthropic stessa lo riconosce quando dice che il tragitto compiuto da Mythos 5 per pubblicare il pacchetto resta lontano dal comportamento ideale, indipendentemente da cosa credesse dell’ambiente, e che è un’area su cui addestrare di più.
Agenti AI e sicurezza aziendale: perché l’incidente riguarda ogni infrastruttura
La conseguenza operativa è più larga del singolo caso Anthropic. Un agente autonomo abbastanza capace, lasciato senza confini chiari e senza le protezioni di produzione, compie azioni offensive reali usando tecniche elementari, e lo fa mentre è convinto di giocare. Le aziende colpite non avevano difese sofisticate da opporre: avevano password deboli, endpoint aperti, pagine di debug esposte. Le stesse cose che un pentester umano avrebbe trovato in un pomeriggio, con la differenza che l’agente non dorme, scala su migliaia di bersagli in parallelo e non ha bisogno di essere pagato. È lo scenario che Digitalic descriveva analizzando la cybersecurity delle PMI davanti alla difesa continua: l’AI riduce la distanza tra intenzione e azione, e porta nel radar anche aziende che si credevano troppo piccole per essere colpite.
La stessa autonomia ha due facce. È quella che, ben governata, porta Anthropic a superare OpenAI nei ricavi facendo leva sugli sviluppatori; mal confinata, è quella che trasforma un test in una violazione reale. Per un mercato italiano in cui i gruppi citati nell’apertura della sede Anthropic di Milano stanno dispiegando questi modelli su larga scala, la domanda su chi controlla l’ambiente in cui l’agente opera smette di essere teorica.
Per chi valuta modelli, la lezione che Anthropic dichiara di trarne è netta: gli ambienti di test che coinvolgono capacità autonome potenti richiedono gli stessi controlli di qualsiasi altro sistema di produzione, perché il test serve proprio quando ancora non sai di cosa il modello è capace. Un poligono di sole finzioni sembra a rischio zero; non lo è, se l’agente al suo interno è abbastanza avanzato e il perimetro è poroso. L’azienda ha fermato tutte le valutazioni cyber il 23 luglio, ha identificato i tre episodi il giorno dopo, ha avvisato Irregular e le organizzazioni il 27; ha aperto un dialogo con METR per una revisione indipendente con accesso alle trascrizioni, e ha annunciato la pubblicazione di una trascrizione, opportunamente redatta, del caso del pacchetto PyPI.
Resta l’osservazione da cui siamo partiti, quella che nessuna postmortem risolve: la difesa non è arrivata dalle aziende bersaglio, che non hanno visto nulla, ma da chi ha costruito l’attaccante e ha avuto la disciplina di rileggersi i log. In un futuro in cui gli agenti che compiono queste azioni non saranno strumenti di test di un laboratorio che poi si autodenuncia, ma software qualsiasi in mano a chiunque, la domanda diventa chi terrà quei log, e chi avrà voglia di rileggerli.